È la più recente fatica critica e letteraria di Andrea Emiliani il volume (ponderoso nonostante il sottotitolo) dedicato a Pietro Giordani e le origini dell’Accademia di Belle Arti a Bologna. Appunti per una storia dell’impegno civile ed artistico di Pietro Giordani (1808-1815), BUP, 2016.

È alla non notissima figura di Pietro Giordani (nemo propheta in patria) che si deve l’esistenza della Pinacoteca Nazionale di Bologna, nel passaggio turbolento da quella che fu la collezione d’arte della settecentesca arcadica Accademia Clementina alla postnapoleonica Accademia di Belle Arti e poi Pinacoteca Nazionale. Fondata come estensione dell’Istituto delle Scienze nel 1710 dal marchese Luigi-Ferdinando Marsili (1658-1730) che fu scienziato multidisciplinare, generale imperiale contro i Turchi, geologo e botanico, e nel 1711 riconosciuta come istituto a sé stante da Papa Clemente XI Albani, da cui prese il nome, l’Accademia venne ovviamente chiusa e depredata da Napoleone fin dal 1796 divenendo un gran serbatoio di opere d’arte italiane con cui dotare i suoi musei istituzionali: il Louvre a Parigi e Brera nella sua italica capitale Milano.

È pur vero che in età napoleonica Bologna conobbe un momento di vero (e inaspettato) splendore, multiforme e sontuoso, ostentato perfino come tutta l’epopea del Bonaparte, e florido di conquiste artistiche e culturali per la città, vicecapitale del Regno Italico: sono gli anni di Antonio Aldini (1755-1826), nipote dell’inventore Luigi Galvani, dal 1805 Segretario di Stato del Regno Italico e consigliere privato dell’Empereur per gli Stati Italiani, di cui influenzò ogni intervento legislativo, del conte Ferdinando Marescalchi (1754-1816), potente Ministro degli Esteri del Regno Italico immortalato da David in Le Sacre, che volle la superba sala da pranzo ovale del suo palazzo bolognese affrescata da Felice Giani, del più sfortunato (e meno politicamente dotato) Carlo Caprara-Montecuccoli (1755-1816), Gran Scudiere del Regno Italico, carica senza potere ma di grande allure che rispondeva appieno alle sue esigenze di collezionista e festaiolo millionaire poi bancarottiere, così malato di esibizionismo al punto di suscitare (come Fouquet con Luigi XIV) l’irritazione invidiosa di Napoleone che però poi lo salvò dallo sfacelo acquistando, per donarli col titolo di Principessa di Bologna alla neonata primogenita di Eugène de Beauharnais (poi Regina di Svezia), la sua rinomata Quadreria (ora cuore delle Collezioni reali svedesi) e il Palazzo Caprara, questo passato poi ai de Ferrari di Galliera e agli Orléans-Galliera.

Sono gli anni che vedono l’aristocrazia e l’intelligentsja bolognesi fondersi in connubio fecondo che fa risplendere l’architetto Giovan Battista Martinetti (1764-1830), ticinese d’origine, costruttore di palazzi e di giardini, conte (napoleonico) e marito dell’ancor più celebre e celebrata Cornelia dei conti Rossi di Lugo (1781-1867), la Première Dame della Bologna napoleonica, salonnière brillantissima e di spessore europeo, amata da Ugo Foscolo e da lui inneggiata nel poemetto Le Grazie e alla quale il marito donò il Giardino dell’Eliseo, ricavato dagli estesissimi orti sequestrati al convento degli Agostiniani, nel cuore della città a ridosso delle mura di selenite dell’anno 1000, disegnato all’inglese con allées, promenades e laghetto, e poi Antonio Basoli (1774-1843) con le sue pitture di brilli e gli affreschi a tromp-l’œil a rappresentare le tende di battaglia di Napoleone.
Fra costoro si muove con agio e intimità Pietro Giordani, anch’egli di gran cultura (come prova l’ampio scambio epistolare con Leopardi e quanto da questi riportato nello Zibaldone) ma più schivo e fattivo, meno mondano ed esibizionista, tanto che a lui si rivolge il governo pontificio quando, caduta l’aquila napoleonica e giunto il redde rationem, i quadri razziati da Bologna devono essere ricondotti in patria. E qui si sviluppa la parte più interessante del saggio di Emiliani, che con la sua scrittura di nota arguzia rende la vicenda (è il caso di rispolverare il trito luogo comune, questa volta davvero calzante) appassionante e leggibile come un romanzo. Pietro Giordani, parte con il plenipotenziario Antonio Canova per Parigi, occupata dagli alleati vincitori ma non meno impegnata a festeggiare lo zar Alessandro I (l’imperatrice divorziata Joséphine ne morirà di polmonite proprio in quei giorni per aver ricevuto fra le sue rose della Malmaison lo zar in un abito troppo scollato e leggero per una dama hèlas oramai cinquantenne) ma con un peso sul cuore: papa Pio VII Chiaramonti (rustico e non coltissimo e perdipiù romagnolo, non si dimentichi, e perciò mai troppo amico di Bologna) gli ha dichiarato che soldi per pagare il rientro dei quadri bolognesi non ne ha più, tutti impegnati a recuperare i tesori romani.
Al Louvre a Parigi, affollato dai commissaires europei impegnati a riarraffare con soddisfatta avidità i tesori ritenuti perduti, ne succedono di tutti i colori: il barone (Dominique-Vivant) Denon, dal momento della creazione nel 1802 direttore e anima del Louvre, inviperito e impotente li osteggia in tutti i modi, giungendo perfino al sabotaggio fisico facendo scivolare a terra le alte scale su cui stanno appollaiati i commissari, nasconde i quadri più amati, occulta i registri…
Giordani poco può fare se non tormentare il già sensibilissimo Canova. E con Canova, Giordani procura il miracolo: insieme si recano a Londra nell’estate 1816 per le cerimonie per l’acquisizione al British Museum dei Marmi del Partenone di Lord Elgin (da questi, allora ambasciatore a Istanbul, regolarmente acquistati dall’incurante Sublime Porta, sottolinea Emiliani). A Londra, Canova è considerato un semidio come quelli ritratti nelle sue sculture e l’eroe del momento, Wellington, è suo ammiratore ed amico: informato dei problemi di Giordani, il “Duca di Ferro” vincitore a Waterloo (che ha visitato ed apprezzato Bologna durante il suo Grand Tour) interviene di tasca propria a finanziare spese di recupero e di trasporto, facendo ricostruire i carri a molle speciali che vent’anni prima avevano lasciato i colli bolognesi per le rive della Senna.

Ma questa volta, gli 80 carri trainati da 186 buoi e carichi dei quadri italiani viaggeranno non per mare via Livorno e Tolone (come quando il generale Bonaparte li fece arrivare in Francia), bensì, a vero spregio di Napoleone costruttore del valico del Sempione intenzionalmente pensato dal Duca di Ferro, più rapidamente per quella via attraverso le Alpi, sottolinea Emiliani,valicando il passo napoleonico ad imperiale irrisione postuma. Così, grazie a Giordani, Canova e all’intervento risolutivo di Wellington, tornano anche a Bologna a formare il nucleo dell’odierna Pinacoteca Nazionale 45 dei 50 quadri razziati dalla smania napoleonica: i più belli. I gloriosi Carracci, gli splendenti, drammatici Guido Reni, i Guercino struggenti, gli Albani elegantissimi e leggiadri.
Nota a pie’ di pagina. Andrea Emiliani fa giustamente notare che la generosità del Duca di Wellington andrebbe ricordata a Bologna magari intitolandogli una strada, una stradina, una viuzza del centro, o la piazzetta antistante proprio la Pinacoteca se non, in mancanza d’altro, perfino una delle tante nuove rotonde che affollano la viabilità appena suburbana. Senza arrivare al lungo viale (decentrato e periferico) intitolato a Lenin, che per Bologna nulla ha mai fatto, ad esempio…

Andrea Emiliani, Pietro Giordani e le origini dell’Accademia di belle Arti a Bologna. Appunti per una storia dell’impegno civile ed artistico di Pietro Giordani (1808-1815), Bologna, Bononia University Press, 2016, pp. 546, 28 illustrazioni in b/n (di cui 20 disegni di Pelagio Palagi), € 60.00
Immagine di apertura: Sir Thomas Lawrence, Arther Wellesley, 1° Duca di Wellington, ritratto nel 1815-1816 a celebrare la vittoria di Waterloo, con le insegne di cavaliere dell’Ordine della Giarrettiera e del Toson d’Oro, Wellington Museum, Apsley House, London. © Wellington Museum, Apsley House, London & English Heritage Images
Per le immagini delle opere di Raffaello, Carracci, Guido Reni, Guercino, Francesco Albani ©Pinacoteca nazionale di Bologna, Foto Marco Baldassarri.





Il secondo, Air Power, acrilico e colori ad olio solidi su tela, 1984, cm167,5×153, firmato e datato sul retro, dalla stima già “importante” di £2,500,000-3,500,000, grazie alla strenua battaglia fra sei bidders a colpi di 250mila sterline a rilancio e durata oltre 5 minuti ha conquistato il top price della serata con £7.1m (€8,850.000).
In asta, infine, presenti anche due riferimenti italiani: Tintoretto, amatissimo da Bowie (con il maestoso Annuncio del Martirio a Santa Caterina d’Alessandria, commissionato dalla Scuola di Santa Caterina per l’altare nella Chiesa di San Geminiano in Piazza San Marco, demolita nel 1807, stima £ 100,000-150,000 venduto a £191,000/€223.000) e vari oggetti di design (a cui è stata dedicata la terza tornata d’asta) firmati Ettore Sottsass, di cui Bowie è stato un appassionato estimatore.





A maggior ragione, la presenza già nel Seicento di immagini di cani dalmati nella ritrattistica inglese ed olandese, paesi che per primi e più intensi ebbero i rapporti con l’India (si pensi appunto alla celebre Compagnia Britannica delle Indie Orientali, attiva dal 1600 al 1874 ed origine dell’Impero Coloniale Inglese, e quella omonima Olandese, attiva dal 1602 al 1800) , confermerebbe la teoria che il paese di origine del Dalmata sia proprio l’India, da cui peraltro sparisce in purezza più o meno a partire dal declino dell’Impero Moghul attorno alla metà del Settecento, forse proprio per il successo che ottiene presso gli Europei presenti nel Continente (dal punto di vista etologico e biologico, si aggiunga che il Dalmata è praticamente l’unico cane privo dello strato adiposo sottocutaneo atto a proteggerlo dal freddo, da cui derivano sia la sua estrema freddolosità sia anche la sua assenza del tipico “odore canino”, e che perciò confermerebbe l’origine da un paese dal clima caldo, tropicale e subtropicale come il Continente Indiano).



Da tempo ormai la Moda è considerata l’Undicesima Musa e sempre più attuale è rivalutare e concentrare l’attenzione sugli aspetti e dettagli più artigianali (e quindi artistici) della Moda. In questo trend rivalutativo della manualità e della creatività artistica del couturier, si inserisce la mostra-performance «L’abito in cornice» che, fino al 20 novembre, presenta a Bologna, a Palazzo Boncompagni (Via del Monte 8/A), le creazioni in moulage di due stilisti-artigiani: Rosa Ribattezzato e Luca Giannola che da vent’ anni realizzano “sculture” di alta moda applicando la tecnica del Moulage
















Era fresca di nomina ad Associate Curator for Old Masters alla Frick Collection di New York Aimée Ng (nella foto, ©The Frick Collection, 2014, Michael Bodycomb), quando ideò la One-Piece-Exhibition (la mostra di un solo quadro, così di moda e così apprezzata negli ultimi tempi) The Poetry of Parmigianino’s «Schiava Turca», dal 13 maggio al 20 luglio 2014 nella Oval Gallery della Frick Collection, i cui studi fissano ancora oggi lo “stato dell’arte” sul discusso soggetto del quadro.
