
opera del celebre cartografo olandese Joan Blaeu (1596-1673)
Silvia Camerini-Maj, eclettica studiosa d’arte contemporanea e musica lirica, collezionista e musicologa melomane, a distrarsi dalla clausura covidiana ha steso una sorta di settecentesca guida critica alle Statue per le vie di Bologna (In Riga, Bologna, 2025): quelle, rigorosamente, che si stagliano fra strade, piazze e giardini all’interno del Centro Storico e delle Mura (oggi Viali di Circonvallazione). Quelle mura completate nel 1390 e dissennatamente demolite nello sciagurato furore progressista di fine Ottocento e Primi Novecento (vi erano solo bruttecopie del barone Haussmann nell’Italia umbertina, ultima arrivata nel contesto europeo, tutto sommato spaesata accanto alle vere Grandi Potenze e pure un po’ cafona come una speculatrice arricchita) che, esterne a quelle in selenite della Cerchia del Mille (che racchiudono il Centro Storico strictu sensu), ancor’oggi contengono, agli occhi dei residenti, il «Centro».

Fontana del Nettuno, bronzo, (1563-1566),
Bologna, Piazza del Nettuno (fronte, da Piazzamaggiore)
La lettura di quest’agile Baedeker (illustratissima d’immagini ad hoc del giovane fotografo Giacomo Pompanin, “occhio” dell’autrice) è piacevole e succosa, svelta ma d’informazioni accuratissime, sapiente di cultura locale e aneddotica, gustosa dello humour geografico che da sempre distingue Silvia Camerini-Maj (ah sì… proprio quel cardinale Angelo Maj di leopardiana memoria).

Le Mura di Bologna: in rosso la Cinta di Selenite (V sec. d.C.), in verde l’Addizione Longobarda, in giallo la Cerchia del Mille e in fuchsia la “Circla” del 1390.
Si parte ovviamente da quella che a Bologna è la “statua” per eccellenza: il Nettuno di Giambologna (che è Jean de Boulogne, fiammingo di nascita, 1529-1608, anche se il suo legame con Bologna è, per quella statua, forse perfin più forte di quello con Firenze, dove si trovano la maggioranza delle sue opere), complessa struttura scultorea a fontana in bronzo e marmo a tre ordini sovrapposti, realizzata fra 1563 e 1566 dal Giambologna col fonditore Zanobi Portigiani e il fontaniere (a Bologna da sempre preferito sinonimo di idraulico) e scultore del marmo Tommaso Laureti da Palermo. E in effetti, sottolinea l’autrice, la statua che i Bolognesi chiamano“al Żigànt” (il gigante),«non parla il linguaggio scultoreo bolognese ma quello fiorentino postmichelangelo» (e riporta la definizione che ne fece Giulio Carlo Argan: «soprammobile da piazza») e rimase senza tracce d’eredità nella scultura locale o emiliana. Pur definendola «apoteosi dell’esibizionismo» e vantandone l’imponente anatomia «totally nude, fiero e sicuro di sé e del suo ammirabile fisico in posa sinuosa e dinamica», con discrezione elegante l’autrice tace la celebre salace storia sulle imposizioni del sempre noioso e bacchettone Cardinal-Legato Carlo Borromeo per le inquietanti dimensioni virili del dio marino e la beffa ottica che ne fece Giambologna. Racconta però, altrettanto divertente, lo scandalo delle lavandaie, che nell’acqua pulitissima (corrente da un acquedotto creato ad hoc: la Conserva di Valverde, opera dello stesso Laureti) lavavano i panni dei senatori bolognesi, o di chi di nascosto ne attingeva per preparare l’esclusiva minestra di tortellini in brodo di fagioli, mirabilia se cucinata con quell’acqua.

1574-1580, h. cm 310, Bologna, Palazzo d’Accursio, Piazza Maggiore
Racconta poi del dirimpettaio del Nettuno: l’altrettanto bronzeo colosso (h. cm 310), opera del 1574-1580 di Alessandro Menganti (lui sì bolognese vero, 1525-1594, «stimatissimo da Agostino Carracci che lo chiamò “Michelangelo incognito”») che ritrae in posa benedicente (e non minacciosa come l’effimero e distrutto non amato Giulio II, di svogliata mano michelangiolesca) il primo dei tre papi locali, Gregorio XIII Boncompagni (1501-1585, papa da maggio 1572). Monumento amatissimo dai Bolognesi che, per salvarlo dalle possibili nefandezze degli invasori giacobini, nel 1796 lo travestirono da San Petronio (altra “glossa” di Silvia Camerini-Maj).

marmo, 1879, Bologna, Piazza Galvani (Archiginnasio)

bronzo, 2021, Bologna, Giardini di Piazza Cavour
(“Piazza Grande”)
E parlando, per l’appunto, di “glosse”, dopo il tour fra la prima statua “civile” a Bologna: Luigi Galvani (1879) dello scultore antiaccademico romano Adalberto Cencetti (1847-1907), le evoluzioni animalier della Fontana dell’Esposizione Emiliana 1888 del positivista Diego Sarti (1859-1914, Giardini della Montagnola), il brutalista Memoriale della Shoha (2016, SET Architects, Roma) e il bronzo-pop per famiglie raffigurante Lucio Dalla (Antonello Santè Paladino, 2021) sulla panchina di Piazza Cavour (la vera «Piazza Grande» di Lucio Dalla, sempre a pochi passi dalle sue varie successive residenze), Silvia Camerini-Maj concede un fuoritema ma prezioso e pregnante: le Arche dei Glossatori.


Bologna, Piazza San Domenico
angolo Via Rolandino de’ Passeggeri
Esterne alle Basiliche di San Francesco e San Domenico, specifica l’autrice e guida, non sono sculture bensì tombe, a celebrare i primi cinque altomedioevali docenti di diritto civile e canonico, origine e fortuna dell’Alma Mater Studiorum bolognese1. Accanto a San Francesco si trovano le arche di Accursio (1184-1263) insieme al figlio Francesco (1225-1293, che dal 1273 al 1291 insegnò ad Oxford, chiamatovi da Edoardo I Plantageneto re d’Inghilterra), Odofredo Denari (1200-1265, allievo di Francesco d’Accursio e avo di quei conti Odofredi, Lorenzo e Gerolamo, padre e figlio, che ne curarono i primi restauri, rispettivamente nel 1497 e nel 1574) e Rolandino de’ Romanzi († 1284) nella tomba con le quattro colonne d’angolo erette su altrettanti leoni commissionata dal figlio Guidesto de’ Romanzi nel 1284 a ai maestri lapicidi Alberto di Guidobono e Albertino di Enrico. Da non confondersi, questo Rolandino, col celeberrimo Rolandino de’ Passaggeri (c.1215-1300) che è sepolto invece nell’Arca davanti a San Domenico: forse il più celebre giurista medievale, massima autorità nella scienza e tecnica dell’Arte Notarile (creazione dello Studio Bolognese2), di cui rinnovò formule e documenti con rigore scientifico nella sua Summa Artis Notariae, nonché capo dei Guelfi di Bologna, all’epoca al potere in città, esercitando notevole controllo della politica comunale. Infine, l’Arca di Egidio de’ Foscherari (1219-1289), commenatore del Corpus Juris Civilis di Giustiniano, in Piazza San Domenico all’angolo con Via Rolandino de’ Passeggeri (per l’appunto) con l’interno della piramide dipinto a «cielo seminato di stelle nimbate» (Alfonso Rubbiani, Ristauro delle tombe di Accursio, di Odofredo, di Rolandino de’ Romanzi in Bologna, in «Atti e Memorie della Regia Deputazione di Storia Patria per le Province di Romagna», 1890, pp.129–158) a richiamare i mirabili mosaici ravennati del Mausoleo di Galla Placidia.

Bologna, Giardini della Montagnola
Silvia Camerini-Maj, Statue per le vie di Bologna. Sculture e monumenti del Centro Storico, Bologna, In Riga, dicembre 2025, pp.142, fotografie a colori di Giacomo Pompanin e Piero Orlandi


antistante l’abside della Basilica di San Franccesco, vista da Piazza Malpighi © Giovanni Dall’Orto, 2008
- L’Università di Bologna viene considerata ufficialmente attiva come tale dal celebre anno del Nono Centenario, il 1088: una scelta di Giosuè Carducci (il cui monumento funebre nell’omonima piazza pure è commenato dall’autrice) che forse bisognerebbe arretrare di almeno trent’anni non solo perché già nel 1118 è attestato per Bologna l’appellativo di Docta ma soprattutto per la costituzione imperiale Privilegium Scholasticum Friderici I che Federico I Barbarossa imperatore del S.R.I.G. (1122-1190, regnante dal 1155), peraltro acerrimo nemico del Comune Bolognese, promulgò nel 1155-1158 fissando speciali privilegi e immunità a favore di studenti e docenti di Diritto Romano dello Studium bolognese. ↩︎
- A conferma della storica eccellenza dell’Alma Mater bolognese, è grato al Diario mettere a frutto, once in a lifetime, gli esiti di quella sua laurea in Giurisprudenza mai applicata nei fatti se non in occasioni incidentali e trasversali, specificando (come appurato nella sua tesi di laurea in Diritto Comparato) che a portare in Inghilterra la figura del Notaio come fonte di certezza documentale (da cui la figura anglosassone del Notary Public, nella seconda metà dell’Ottocento confluita in quella del Solicitor, il consulente legale che non discute i casi in tribunale, a differenza del Barrister-at-Law) furono proprio i notai dello studio bolognese Giacomo di San Colombano e Zaccaria di San Giorgio che nel 1367 si recarono a Londra per stilare il contratto di nozze (impegno non da poco data la rilevanza degli sposi e soprattutto l’ingente ammontare della dote nuziale: 200,000 fiorini d’oro più vari feudi piemontesi fra cui Alba, Cuneo e Mondovì, che fece scandalo in tutte le corti d’Europa) fra Lionel Duca di Clarence (1338-1368) secondogenito del re d’Inghilterra Edoardo III e di Philippa d’Hainault, e Violante Visconti (1354-1386), figlia di Galeazzo II Visconti Signore di Milano (c.1320-1378), matrimonio funzionale allo schieramento antipapale guidato allora da Edoardo III. Quei notai bolognesi, scelti da Galeazzo II su consilio del temibile fratello Bernabò Visconti per la notoria e prestigiosa competenza della Scuola Notarile bolognese nel diritto e nella tecnica giuridica (e di tutti i loro busillis) , ebbero ruolo non solo di esperti di diritto ma di veri ambasciatori milanesi, curando in toto un accordo di nozze che doveva garantire ai Visconti un legame indissolubile con la corona inglese, rendendo la precisione dei notai bolognesi fondamentale per evitare successive contestazioni internazionali.
Il matrimonio di Lionel e Violante fece epoca non solo per la chiacchieratissima dote mirabolante: come riporta l’ottima storica Barbara Tuchman (1912-1989) in A Distant Mirror: The Calamitous Fourteenth Century (New York: Alfred A. Knopf, 1978) [trad.it. Uno specchio lontano. Un secolo di avventure e di calamità. Il Trecento, Milano, Mondadori, Collana “Le Scie”, 1979], Lionel Plantageneto si mosse da Londra con un seguito di 457 persone e 1.280 cavalli e al suo arrivo a Milano il 17 maggio 1368, accompagnato da Amedeo VI Conte di Savoia e 2.000 armigeri inglesi armati del famigerato «arco lungo» e di «targa» (piccolo scudo da difesa di forma quadrata o trapezoidale, da impugnare con la mano non dominante, e comunemente usato, quando non in battaglia, come bersaglio per frecce e lance, da cui l’origine del termine target), fu accolto da Galeazzo II e la moglie Bianca di Savoia, la nuora Isabelle de Valois e Ricciarda della Scala, moglie del condottiero Andrea Pepoli (†1390, bolognese), e sorella di Regina della Scala moglie di Bernabò Visconti, accompagnate da 80 dame vestite di damasco scarlatto con maniche di bisso bianco ricamate a trifogli in filo d’oro e cinture dorate, nonché Gian Galeazzo Visconti, erede e futuro primo Duca di Milano col seguito di 30 cavalieri e altrettanti scudieri su palafreni bardati “a giostra”. Ancora più strepitoso e magniloquente, a testimoniare ricchezza e fasto della corte viscontea, fu il banchetto che seguì alle nozze: tenuto all’aperto (era il 15 giugno) in Piazza dell’Arengo, accanto alla Cattedrale di Santa Maria Maggiore (oggi Piazza del Duomo), imbandì due tavolate distinte per anfitrioni ed ospiti dei due sessi: una occupata da Lionello, Galeazzo II, Bernabò e i suoi figli Matteo e Lodovico, Amedeo VI di Savoia, il celebrante Oldrado Mayneri Vescovo di Novara e poi Francesco Petrarca accanto al letterato Geoffrey Chaucer e al memorialista Jehan Froissart (questi due ultimi entrambi al seguito di Lionello) e ancora, appena assunto dai Visconti, il capitano di ventura Giovanni Acuto, l’inglese John Hawkwood (c.1320-1394) che nel 1436 sarà ritratto da Paolo Uccello nell’affresco gratulatorio che i Fiorentini gli dedicarono nel Duomo di Firenze; la seconda tavola fu per Violante e la madre Bianca di Savoia, Regina della Scala e la sorella Ricciarda, Isabelle de Valois e altre cinquanta dame della corte milanese. Furono presentate ben 30 portate di carne e pesce, tutte completamente ricoperte a foglia d’oro e fra una portata e l’altra agli ospiti furono offerti in dono armi e armature, drappi di broccato, 70 destrieri (cavalli da battaglia) di gran pregio e cani da caccia. A dispetto di tanto sfarzo e ostentazione, il matrimonio fu di breve durata: Lionel morì trentenne ad Alba appena cinque mesi dopo le nozze e la povera tredicenne Violante non fu più fortunata nelle nozze successive: nel 1377 Galeazzo II la sposò 23enne al 17enne Ottone III Paleologo (Secondotto) Marchese di Monferrato che morirà in battaglia a dicembre 1378; poi nel 1381 al coetaneo cugino Ludovico Visconti (1355-1404), da cui nacque il figlio, Giovanni Visconti (dopo 1382-1472). Col terzo matrimonio, Violante raggiunse finalmente una condizione stabile benché oscura rispetto a quelle precedenti ma la sfortuna perseverò perché Violante molto faticò a riprendersi dal parto e morì a Pavia nel novembre 1386, a 32 anni.
↩︎

Bologna, Piazza San Domenico, © Guido Barbi