Picasso conteso, bucato, tirato e strattonato

Dopo il Belvedere di Vienna (che nel giugno 2015 ha dovuto vendere in asta da Sotheby’s London con un risultato di quasi 25milioni di sterline il ritratto di Gertha Baruch Edle von Felsőványi née Loew, opera del 1902 di Gustav Klimt, commissionato all’artista viennese dal banchiere ebreo ungherese padre della giovane donna ritratta, poi moglie di un altro nobilitato banchiere di stirpe ebraica, acquistato forzosamente da un ufficiale tedesco nel 1941 e qualche anno fa reclamato dagli eredi dalla famiglia – tocca al Metropolitan Museum di New York.

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Gustav Klimt, Gertha Baruch, olio su tela, 1902, già Palais Belvedere, Wien, oggi collezione privata.

Un mese fa, l’ormai annosa disputa che oppone gli eredi dell’uomo d’affari ebreo-tedesco Paul-Friedrich Leffmann (guidati dalla bispronipote Laurel Zuckerman, amministratore fiduciario del patrimonio Leffmann) al Metropolitan Museum si è trasformata in causa legale a pieno titolo con la registrazione della citazione in giudizio del Metropolitan Museum of Art da parte degli eredi Leffmann a rivendicare la legittima proprietà di uno dei più preziosi capolavori del museo newyorkese: L’Acteur di Picasso, olio su tela del Periodo Rosa, 1904-1905 (figura maschile ritratta nell’abbigliamento e nella gestualità tipici del Picasso inizio secolo nel rappresentare il mondo teatrale di acrobati, artisti di strada e saltimbanchi).

Laurel Zuckerman sostiene infatti la provenienza illegittima dell’opera al museo in quanto Paul-Friedrich ed Alice Leffmann furono costretti a vendere l’opera ad un prezzo ridicolo a causa delle persecuzioni naziste. I coniugi Leffmann avevano acquistato L’Acteur nell’aprile 1912, tramite l’amico e celebre gallerista Otto Feldmann titolare del Rheinische Kunstsalon di Colonia, dalle mani del primo proprietario Frank Burty Haviland, ricco pittore americano amico personale di Pablo Picasso, e da loro l’opera era stata per la prima volta esposta al pubblico nella celebre Internationale Kunstausstellung des Sonderbundes westdeutscher Kunstfreunde und Künstler del maggio 1912, che con 634 opere (107 del solo van Gogh) raccolse tutto il meglio e l’eccezionale della pittura di quei decenni.

Secondo gli atti depositati alla Corte Distrettuale degli Stati Uniti del Southern District di New York (la più potente della Grande Mela, quella della serie TV «Billions», per intendersi), l’inasprirsi nel 1936 delle leggi razziali naziste impose a Paul Leffmann e alla moglie la vendita di imprese e dimore di famiglia a Colonia nonché della loro collezione di objets d’art e di opere d’arte prima di fuggire nel 1937 in Italia, allora considerata rifugio sicuro data la legislazione in quegli anni particolarmente favorevole agli stranieri residenti (così da tutelare in base al Principio di Reciprocità, fra i punti fondanti del Diritto Pubblico Internazionale, i milioni di emigrati italiani all’estero).

Ma anche in Italia le leggi razziali, come ben si sa, erano in agguato.

I Leffmann quindi, prima di lasciare l’Italia nell’estate 1938 per la Svizzera e con l’intenzione di raggiungere il Brasile, per finanziare la loro fuga vendettero il quadro nel giugno 1938 alla Galerie Käte Perls di Parigi (proprietà dei famosi galleristi berlinesi Hugo e Käte Perls, rifugiatisi anch’essi a Parigi nel 1931 a seguito dell’affermarsi del Nazismo) per l’anche allora ridicola somma di 12.000 dollari. Da allora in poi e in una manciata d’anni, proprio tramite quei mercanti d’arte ebrei che, nonostante la loro etnia, lucrarono ampiamente dalle persecuzioni naziste, L’Acteur passò per 13.200 dollari prima alla Galerie Paul Rosenberg di Parigi, poi alle consorelle Rosenberg & Helft Gallery di Londra e Paul Rosenberg & Co. di New York. Qui nel 1939 fu prestato dalla galleria allo stesso Metropolitan con un premio assicurativo di 18.000 dollari (quindi 50% in più dell’originale prezzo di acquisto) e nel novembre 1941 fu ceduto a Charles Henschel della galleria M. Knoedler & Co., sempre di New York. Fu questi a venderla immediatamente a Thelma Chrysler Foy (1902-1957, figlia primogenita del magnate delle automobili Walter Chrysler Sr., preziosa collezionista d’arte europea, specializzata nel Settecento freancese, e negli anni 1950 più volte shorlisted fra le donne più eleganti del mondo) per 22.500 dollari, un prezzo ancora una volta irrisorio (anche se del 70% superiore alla somma ricevuta dai proprietari originali) e che secondo gli eredi Leffmann dimostra chiaramente l’iniquità dell’intera serie di transazioni commerciali.

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Mrs. Byron Foy, née Thelma Irene Chrysler (1902-1957)

Thelma Chrysler Foy donò infine nel 1952 L’Acteur al Metropolitan Museum, dove è rimasto in esposizione da allora. Curioso tuttavia che la scheda di provenienza dell’opera, che prima recitava semplicemente «Collezionista anonimo tedesco fino al 1938. Dono di Mrs. Thelma Irene Chrysler Foy nel 1952», solo di recente si diffonda ampiamente su tutta la tormentata storia del quadro.

Inoltre, non è la prima che L’Acteur va ad occupare le prime pagine dei giornali: nel gennaio 2010, una visitatrice del museo cadde accidentalmente addosso al quadro, procurando alla tela uno squarcio della lunghezza di oltre 15 cm. Venne restaurato in tutta fretta e in tempo per comparire alla grande mostra dedicata a Picasso nell’aprile dello stesso anno (il “curioso” incidente alimentò tuttavia la leggenda che il quadro contenga una duplice opera e che il soggetto attuale sia stato ridipinto da Picasso sopra un’altra figura…).

Dal 2010 gli eredi Leffmann hanno affrontato la spinosa questione con il Metropolitan Museum che, dopo aver per anni praticamente rifiutato di prendere seriamente in considerazione ogni loro richiesta, solo nel 2011 ha ufficialmente riconosciuto l’originaria proprietà Leffmann mentre gli avvocati della famiglia ritengono colpa grave del Museo non aver considerato che l’opera – data la sua notorietà e la presenza nella celebre mostra del 1912 – potesse essere stata proprietà di un esule ebreo, costretto a cedere il quadro per cause di forza maggiore quali la persecuzione nazista e fascista e perciò tali da invalidare la vendita.

Viceversa, il Metropolitan ha strenuamente negato qualsiasi fondamento legale delle richieste degli eredi Leffmann, affermando che la vendita del 1938 avvenne per equo controvalore di mercato e non in condizioni di coercizione, che anzi il prezzo pagato dalla Galerie Käte Perls di Parigi «era più alto rispetto a qualsiasi altra prezzo di opera di Picasso venduta da un collezionista ad un gallerista nel corso degli anni 1930» e che in ogni caso, i termini per avanzare qualsiasi pretesa erano ampiamente scaduti, perché il diritto di rivendicazione andava esercitato nell’immediato Dopoguerra, mentre Laurel Zuckerman, amministratore del patrimonio Leffmann, ha contattato il museo solo nel 2005.

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Karl Schmidt-Rottluff, Nudo, olio su tela, 1914. Courtesy The Neue Galerie, New York

Non costituisce certo un buon precedente per il Metropolitan non solo il caso del Klimt del Belvedere ma anche, di fine settembre 2016, la restituzione e il riacquisto da parte della Neue Galerie, sempre di New York, di un’opera (il Nudo del 1914 dell’espressionista tedesco Karl Schmidt-Rottluff, che a Dresda nel 1905 aveva fondato con Ernst Ludwig Kirchner, Fritz Bleyl e Erich Heckel il primo gruppo espressionista Die Brücke) dopo che ne aveva appresa la controversa provenienza collegata alle persecuzioni razziali naziste: infatti il quadro, di proprietà del collezionista e industriale calzaturiero ebreo-tedesco Alfred Hess e della moglie Tekla, risultava scomparso dal momento in cui i coniugi Hess erano fuggiti in Gran Bretagna nel 1939.

Quanto a L’Acteur di Picasso, gli eredi Leffmann richiedono la restituzione dell’opera o un indennizzo di 100milioni di dollari (poco, a ben vedere, date le quotazioni che un’opera di questo pregio e con alle spalle una storia “titolata” come  questa potrebbe raggiungere in asta delle Majors a New York… almeno 150milioni di dollari… ).

La saga dei quadri trafugati dai Nazisti e ritrovati in qualche museo o colelzione privata, grandi o piccoli, famosi o sperduti, continua.

Squilibri di moda

Gli squilibri della moda… The Hon. Daphne Guinness, già Mrs. Spiros Niarchos, icona fashion fra Manhattan, Mayfair e Place Vendôme (ma anche stilista, collezionista d’arte contemporanea, produttrice cinematografica e attrice ella stessa) a braccetto del “Nouveau-Philisophe” e millionaire Bernard-Henri Lévy (fidanzati da tempo, ufficialemente separatisi ma chissà…) a passeggio  per Londra.

A occhio in una laterale di New Bond Street, ovviamente.

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Un’occhiata attenta alle sue scarpe, spiega il perché l’alta (cm173) e bella aristocratica Daphne Guinness (nata il 9 Novembre 1967: Happy Birthday!) abbia qualche problema di equilibrata e disinvolta deambulazione…

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Daphne Guinness all’inaugurazione della mostra “Daphne Guiness” al Museum of Fashion Institute Technology, NYC, 15 Settembre 2011 ©Museum of FIT&Eileen Costa

Si tratta delle celebri creazioni acrobatiche del giapponese Noritaka Tatehana, lo stilista di Lady Gaga (che già nel 2011 ne possedeva 14 paia…un nome, una garanzia!) di cui Daphne Guinnes è, più ancora che appassionata, Official Testimonial, come dimostra il servizio apparso su Tatler Hong Kong (aprile 2012, foto © Markus+Indrani)

Piacciano o non piacciano, da equilibrista o no, brutte e pericolose alla salute di caviglie più o meno slanciate che siano, le scarpe di Noritaka Tatehana sono state comunque esposte nella mostra Pleasure and Pain al Victoria&Albert Museum nel 2015-2016.

Insomma, per citare Henri Mitton e la mitica Franca Valeri (che ci auguriamo non ignota a Daphne Guinness e se disgraziatamente così fosse, la legga in fretta…le può sempre tornere d’utilità): “Non c’è niente da ridere se una donna cade”.

PS. Confesso che per una donna come Daphne Guinness, magari con la scusa di una invitation à la lecture di Franca Valeri, potrei perdere la testa…

Chi c’è a pranzo stasera? Raffaello con la sua Madonna

dinner_at_haddo_house_1884_by_alfred_edward_emslie-alfred-edward-emslie-1918-national-portrait-galleryUna nuova scoperta di «capolavoro perduto» per lo storico dell’arte inglese Bendor Grosvenor, noto anchorman della televisione britannica perché ideatore e conduttore di due programmi di grande successo: «Fake or Fortune» (BBC1, con Philip Mould, altro storico dell’arte superstar) e «Britain’s Lost Masterpieces» (BBC4). Insomma, una sorta di Daverio o Sgarbi di Albione, ma assai più civile, bennato e di bell’aspetto. Nato nel 1977, ha studiato a Harrow, che sta ad Eton come Cambridge sta ad Oxford, e poi appunto al Pembroke College di Cambridge; la famiglia Grosvenor risale a Guglielmo il Conquistatore (capostipite Hugh d’Avranches, c. 1047 – 1101, detto Le Gros Veneur perché Gran Maestro delle Cacce del primo Re normanno d’Inghilterra) e Bendor è cugino del Duca di Westminster, l’uomo più ricco del Regno Unito. Il nome gli viene dalla descrizione araldica dello stemma di famiglia: «D’Azure, Bend Or» cioè azzurro alla fascia d’oro, e gli fu dato in onore del famosissimo prozio il 2° Duca (1879-1953). Questi, a sua volta era stato soprannominato “Bend Or” dal nonno, il 1° Duca (1825-1899) proprietario dell’omonimo purosangue da corsa che nel giorno del primo compleanno del nipotino vinse il Derby. Il Bend Or 2° Duca fu anche protagonista delle cronache sportive e mondane della prima metà del Novecento, sia per le vittorie dei suoi cavalli da corsa, sia perché bellissimo uomo e incorreggibile womaniser sia perché unito da una liaison cataloguée durata dieci anni, dal 1925 al 1935, a Coco Chanel che dichiarò di non averlo voluto sposare perché c’erano già due Duchesse di Westminster ma esisteva una sola Mademoiselle Chanel).
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Durante un sopralluogo per il programma «Britain’s Lost Masterpieces» ad Haddo House, dimora settecentesca già dei Marchesi di Aberdeen e dal 1976 affidata al National Trust for Scotland (disegnata dal celebrato architetto scozzese William Adam nel 1732 ma purtroppo abbondantemente rimaneggiata nel gusto pesante dell’età vittoriana, da sempre residenza dei Conti e poi Marchesi di Aberdeen, conserva un’importante quadreria con opere di Pompeo Batoni, Sir Thomas Lawrence, Paul Delaroche e James William Giles e richiama oltre 200mila visitatori ogni anno), Bendor Grosvenor, rimase affascinato da un quadro esposto in posizione secondaria.

Innocenzo Francucci da Imola, 1485-1548; The Virgin
Secondo gli archivi Aberdeen, si trattava di una semplice «Madonna», olio su tavola di medie dimensioni (cm51,5×34,5), datata 1505-1510 e attribuita ad Innocenzo Francucci da Imola (Imola, 1490-Bologna, 1550), pittore emiliano di non illustre fama ma neppure spregevole, se fu allievo di Francesco Francia e maestro di Primaticcio e Prospero Fontana (specializzato in pale d’altare di stile raffaellesco, i suoi unici lavori “secolari” sono cinque affreschi mitologici nella bentivolesca Palazzina della Viola a Bologna). L’opera era stata però acquistata (con un’altra tela sempre oggi conservata ad Haddo House e che ha attirato l’attenzione di Grosvenor: un dimenticato paesaggio pastorale e fluviale in cui ha riconosciuto un lavoro giovanile di Claude Lorrain) come autentico Raffaello nel 1803-1804 durante il suo Grand Tour italiano da George Hamilton-Gordon, 4° Conte di Aberdeen (1784-1860) e Prime Ministro di Queen Victoria dal 1852 al 1855, appassionato collezionista e cultore d’arte (qui ritratto da Sir Thomas Lawrence nel 1805-1806 al suo ritorno dal Grand Tour ©The National Trust for Scotland).

Lawrence, Thomas, 1769-1830; George, 4th Earl of Aberdeen
Grosvenor è riuscito a rintracciare sia il suo acquisto come opera di Raffaello sia la sua esposizione come tale in una mostra del 1841 alla British Institution a Londra, accanto ad altre opere di Raffaello, alcune a tutt’oggi autografe, altre invece più tardi riconosciute apocrife. Nel 1899 la Madonna fu declassata prima a copia, poi riclassificata come opera autografa ma di un minore, appunto Innocenzo da Imola, e ridotta al valore di sole £20 (oggi equivalenti a circa £2.000 a fronte degli ipotizzabili circa  20milioni di sterline di un autentico Raffaello. C’è da dire, come ha commentato l’attuale 7° Marchese di Aberdeen and Temair con il consueto ironico understatement della British Aristocracy, che – se la tela non fosse stata “svalutata” ma rimasta catalogata quale opera di Raffaello – sarebbe stata certo ben presto venduta…).
Soprattutto, accanto allo stile tipicamente raffaellesco e al profilo della Madonna riconosciuto in altre opere di Raffaello, la scoperta più importante di Grosvenor è la fotografia di un disegno riconosciuto come autografo di Raffaello (purtroppo oggi perduto) che presenta struttura, impianto e dettagli assai vicini alla Madonna di Haddo House. Convinto che fosse «troppo bella per essere solo un’opera di Innocenzo da Imola» (tanto più che viso e sguardo della Madonna rivolti verso il basso inducono a supporre si tratti di parte restante di un’opera di maggiori dimensioni con la Madonna e il Bambino) Grosvenor ha persuaso il National Trust a procedere ad un accuratissimo restauro ed a proseguire gli studi, da cui sono emersi, oltre alla estrema qualità pittorica, altri dettagli determinanti, primo il pentimento nelle dita di una mano (confermato ai vari esami radiologici), inequivocabile segno di creatività e non di copia.
Nel programma andato in onda il 5 ottobre su BBC1, Sir Nicholas Penny, già direttore della National Gallery, riconoscendo l’evidente qualità dell’opera, si è spinto fino a posizionarla fra un’attribuzione probabile ed un’attribuzione certa. Un esile dubbio, quindi, ma che si potrà chiarire solo con ulteriori studi che potrebbero rendere la Madonna di Haddo House l’unico Raffaello presente in una collezione pubblica in Scozia.
Del resto, se Raffaelo è secondo solo a Caravaggio nella corsa al capolavoro perduto, Bendor Grosvenor non è nuovo a scoperte importanti: a lui si deve il riconoscimento di opere di artisti come Rubens, Claude Lorrain, Pieter Bruegel il Giovane, Reynolds, Gainsborough, Lawrence e Maurice Quentin de la Tour (qui il Claude Lorrain di Haddo House, Paesaggio fluviale con pescatori e pastori, 1625-1630 ©The National Trust for Scotland). Lorrain, Claude, 1604-1682; A Pastoral River Landscape with Fishermen
La Madonna di Haddo House oggi troneggia, in attesa di essere definitivamente e senza dubbi riconosciuta opera autografa di Raffaello, nella grandiosa Sala da Pranzo della residenza (in apertura: Alfred Edward Emslie (+1918), Dinner at Haddo House, 1884, National Portrait Gallery, London ©NPG – Sotto: Bendor Grosvenor e Jackie Klein con il quadro).
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Fondantico d’Autunno (n. 24)

A Bologna, mostra inaugurata ieri e aperta fino al 23 dicembre, l’Incontro con la Pittura n.24 di Fondantico espone oltre 40 opere di maestri italiani dal 1300 al 1800. Dal Trittico del bolognese Simone dei Crocifissi e dalla Madonna dell’Umiltà di Antonio Orsini, protagonista del Tardogotico a Ferrara, si passa a due tavole cinquecentesche del Raffaellismo bolognese con soggetto analogo (il Matrimonio mistico di Santa Caterina, di Girolamo Marchesi da Cotignola e del Bagnacavallo Giovane) e al Seicento con un’ennesima ma intensa Lucrezia di Guido Reni e con l’intimista San Giuseppe col Bambino di Guercino, due dipinti già noti agli studi. Di Domenico Maria Canuti (maestro dell’affresco barocco) due rari quadri “da stanza”: ancora uno Sposalizio mistico di Santa Caterina e due angeli e Madonna con Bambino e San Giovannino, di esplicito ricordo carraccesco. Il Classicismo Bolognese del Seicento è presente con due Madonna con il Bambino di Carlo Cignani: una luminosa e su rame, l’altra su tela. Allievo di Canuti e di Cignani, Giuseppe Maria Crespi è presente coll’intenso cromatismo del San Giovanni Evangelista a Patmos mentre attesta la svolta rococo della pittura settecentesca bolognese nel cosiddetto “Barocchetto Bolognese” l’attenzione formale dell’ovale Sacra Famiglia di Giovan Gioseffo Dal Sole. Tre i soggetti tassiani: Erminia e il pastore per Felice Torelli (nell’immagine sottostante) e Girolamo Donnini ed Erminia trova Tancredi ferito di Ercole Graziani, esempio di pregio della sua pittura “da stanza”.

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Gaetano Gandolfi è l’autore del delicato bozzetto preparatorio della  Madonna con il Bambino e l’Arcangelo Michele mentre natura morta e paesaggio sono illustrati da un pendant (già della famiglia romana dei marchesi Theodoli) che affianca un’opera del celebre genovese Grechetto al quadro di soggetto e dimensioni affini dell’artista bolognese noto per ora come «Pseudo-Vitali» e dalla Veduta montana del veneto Marco Ricci (gli schizzi di figure, come di consueto, ascrivibili al fratello Sebastiano). Completano la mostra alcuni grandi disegni a penna di Felice Giani (uno con un Tempietto dedicato «al divino Canova») e di Giuseppe Molteni, artista romantico e Biedermeier inventore del «ritratto ambientato», di resa meticolosa e sfarzosa d’arredi ed abiti, comprimario a Milano di Francesco Hayez, il fastoso Ritratto di dama con un copricapo alla turca, realizzato nel 1830-1835 (in apertura, forse Luiza-Felicia del Grifo de Airas-Farnese, moglie dell’italo-portoghese duca dell’Isola della Donzella, plenipotenziario del Re di Portogallo e dell’Imperatore del Brasile alla corte del’arciduca Rainer d’Asburgo-Lorena, Vicerè del Lombardo-Veneto per trent’anni: dal 1818 alle Cinque Giornate del 1848. La stessa dama, a Molteni affidò nel 1849 il “ritratto di fidanzamento” – assai meno celebrativo e lussuoso ma anzi sevreo e virginale pur nell’accuratezza  della seta dell’abito cangiante fra il rosa antico e il celeste polveroso – della figlia sedicenne Maddalena-Hippolita che andava sposa al portoghese conte de Souza-Holstein, oggi in collezione privata) .

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