Quanti dollari a puntino?

Dipinto nel 1995 ed emblematico del rivoluzionario, per quanto allora già più che affermato, estro creativo di Roy Lichtenstein, questo Nude Sunbathing rivisita uno dei soggetti preferiti dell’artista. Di presenza assai rara sul mercato, i Late Nudes furono la prima serie di dipinti realizzati dal pittore dopo la retrospettiva dedicatagli nel 1993 dal Solomon R. Guggenheim Museum di New York e restano senza dubbio la pièce de résistence del periodo finale dell’attività di Lichtenstein nei suoi ultimi anni prima della morte nel 1997, tant’è che molte opere di questa serie sono oggi parte di importanti collezioni istituzionali e private, fra cui il Museum of Modern Art di San Francisco, la Fondazione Beyeler e la Broad Art Foundation.

Nude Sunbathing, stimato intorno ai 20 milioni di USD sarà offerto in vendita al pubblico per la prima volta durante la Contemporary Art Evening Auction del 18 maggio 2017 a Sotheby’s New York.

Ispirati dalle sue due più significative influenze artistiche storiche – Pablo Picasso e Henri Matisse – nei suoi nudi Lichtenstein astrae il corpo femminile fino alla sua forma più semplice, definendolo con la sua marcata linea grafica e con gli iconici Benday Dots audacemente colorati. Ciò che distingue i suoi Late Nudes degli anni 1990 dalle sue opere precedenti è l’utilizzo dei punti Benday nel dégradé cromatico all’interno della composizione, che conferisce alla figura un’accentuata profondità e tridimensionalità. Nude Sunbathing presenta inoltre un ulteriore carattere di unicità perché praticamente monocromatico nelle varie sfumature di rosso che dànno forma sia alla figura femminile sia allo sfondo.

Di Qua e di Là dalle Alpi: 1796-1814

Le vicende delle opere d’arte italiane requisite da Napoleone e restituite all’Italia da Canova

Il professor Andrea Emiliani in collaborazione con il Museo del Louvre e con l’Accademia Clementina di Bologna ha curato la realizzazione di uno speciale volume bilingue (italiano e francese), dedicato alle vicende delle acquisizioni forzate effettuate da Napoleone fra il 1796 con l’Armée d’Italie e il 1814 per la creazione del Museo del Louvre stesso quale «Museo dell’Arte Europea” e soprattutto sul ruolo chiave svolto da Antonio Canova (nell’immagine introduttiva) come plenipotenziario speciale di papa Pio VII e degli altri Stati Italiani per il recupero e la restituzione agli Stati Italiani legittimi proprietari delle opere a suo tempo prelevate dalle armate francesi.

Il volume (di circa 600 pagine e di elegante e accurata veste editoriale realizzata dall’editore Carta Bianca di Faenza con la diretta supervisione di Andrea Emiliani) si fonda sulle analisi degli archivi del Louvre e sul loro studio e confronto effettuato dalla storica dell’arte e archivista Gilberte Émile-Mâle (figlia del celebre storico restauratore del Louvre Émile Mâle) in collaborazione con Yveline Cantarel-Besson, Direttore Centrale degli Archivi Nazionali di Francia e con l’assistenza di Janine Dragomir.
Ad affiancare la parte di analisi storico-archivistica (riproduzione dell’inventario storico-bibliografico completo, repertorio delle operazioni di restauro effettuate a Parigi, indice generale delle opere descritte) e il commento esplicativo firmato da Gilberte Émile-Mâle e Yveline Cartarel-Besson, tre importanti saggi di Andrea Emiliani, Michel Laclotte (ideatore del Musée d’Orsay e direttore generale del Museo del Louvre dal 1987 al 1995) e della storica dell’arte Francesca Lui ad illustrare tutti i i retroscena storico-artistici che videro protagonisti Antonio Canova, il direttore del Louvre napoleonico Dominique-Vivant Denon e molti altre figure chiave del Congresso di Vienna e della Restaurazione post-napoleonica fra i quali in primo luogo il Duca di Wellington, grazie al cui personale intervento diplomatico ed economico fu possibile restituire proprio a Bologna la quasi totalità delle opere d’arte a suo tempo trasferite a Parigi e che costituiscono oggi il nucleo portante della Pinacoteca Nazionale di Bologna (utilizzando per il viaggio di trasporto proprio quel valico del Sempione completamente ampliato e rinnovato da Napoleone nel 1805). Wellington infatti,  da giovane  – quand’era ancora soltanto the Honorable Arthur Wsley figlio cadetto del provnciale Conte di Mornington – aveva visitato e soggiornato Bologna durante il suo Grand Tour con il fratello maggiore Lord Wellesley, svluppando e mantenendo una speciale affezione per la città.

La parte iconografica spazia dalla ampia e qualitativamente fascinosa serie di vedute (reali e di fantasia) del Louvre commissionate da Napoleone a Hubert Robert, maestro della pittura paesaggistica neoclassica e primo “Conservateur au Muséum Central des Arts de la République”, futuro Musée du Louvre, alle opere di Bernardin Zix, Charles Meynier ed altri pittori dell’età neoclassica che rendono l’immagine del Louvre in epoca napoleonica (quando si chiamava appunto «Musée Napoléon»).

Per sostenere ulteriormente la realizzazione del volume (la cui uscita è prevista per l’estate 2017) per poterne curare al massimo tutti gli aspetti editoriali, distributivi e promozionali.
Prezzo di ogni singola copia è € 50,00=.
Al di là di interventi istituzionali di realtà imprenditoriali legate a qualsiasi titolo al mondo dell’arte o al contesto locale bolognese o parigino e internazionale che, a fronte di un contributo in acquisto copie, figureranno nella Tabula Gratulatoria che aprirà il volume, ciascun lettore interessato può contribuire anche con l’acquisto di una sola copia venendo inerti nell’apposito Albo dei Sostenitori

Se Atene piange, Sparta non ride

Se l’Italia – squassata da Renzi & Co., crac bancari pagati dai comuni risparmiatori, viceregine boscherecce e depositi museali traboccanti di opere d’arte destinate ad ingrassare i topi – si gode la politica culturale demenziale del kriminale ministro Franceskini, anche Trump si sta dando da fare e taglia i fondi alle grande istituzioni museali e scentifiche statunitensi per le iniziatve culturali decentrate per portare “conoscenza” nelle aree più culturalmente depresse degli Stati Uniti.

Proprio quelle che hanno appunto eletto Trump al soglio presidenziale in virtù della loro paleolitica ignoranza.

Come avevano ragione Oscar Wilde, Giuseppe Prezzolini e mo zio Emil-Ludwig a sostenere che “L’America è un Paese che è passato dalla Barbarie alla Decadenza senza conoscere la Civiltà”…

Media Alert  
Statement from The Metropolitan Museum of Art on Proposed Elimination of Funding for the NEA, NEH, and IMLS

“The President’s budget released today proposing the elimination of funding for the NEA, NEH and IMLS is shortsighted and does a terrible disservice to the American people.  For more than 50 years, these programs have provided, at modest cost, essential support to arts organizations throughout the country—many times sustaining the arts in areas where people do not have access to major institutions like the Metropolitan Museum. We will join with arts organizations and artists nationwide and work with our supporters in Congress to see that these vital funds are maintained.”

Thomas P. Campbell, Director
Daniel H. Weiss, President
The Metropolitan Museum of Art

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March 16, 2017

The Met Fifth Avenue   –  The Met Breuer   – The Met Cloisters    metmuseum.org
metropolitan

Caso o Destino?

La realtà anticipa la fantasia o viceversa?

E… la nostra vita è tutta frutto del caso o esiste un Destino che ci guida o ci perde o ancora i fili di cui è intessuta la nostra vita sono tenuti da un Essere Superiore o dallo stesso Destino?

La tragedia del ponte crollato sull’autostrada fra Loreto ed Ancona mi ha subito riportato alla mente un romanzo di Thornton Wilder, per precisione il suo secondo, scritto nel 1927 (Premio Pulitzer nel 1928 e dal quale sono stati tratti vari film, l’ultimo nel 2004 con un cast superbo: F. Murray Abraham, Kathy Bates, Gabriel Byrne, Geraldine Chaplin, Robert De Niro, Harvey Keitel): IL PONTE DI SAN LUIS REY che tratta di una vicenda identica. E storica.

Il 20 luglio 1714, a mezzogiorno preciso, il ponte di corda costruito duecento e più anni prima dagli Incas e che da allora è stato la più importante via di collegamento per gli abitanti di Lima e Cuzco, improvvisamente cede mentre lo stanno attraversando cinque persone: la Marquesa de Montemayor Doña María; Pepita, la sua cameriera personale; lo scrivano ambulante Esteban; Tìo Pío, un avventuriero spagnolo al servizio del Vicerè del Perù, già impresario teatrale scopritore e maestro della famosa attrice Camila La Perricholì, che grazie a lui era divenuta l’amante del Viceré ma che poi, sfigurata dal volo, si era ritirata a vivere nelle montagne con i tre figli avuti appunto dal Viceré. Quinto personaggio è il ragazzino Jaime, il figlio minore di Camila e del Viceré, che Tìo Pìo sta conducendo con sé a Lima per insegnarli la professione d’attore.

Al disastro assiste, salvandosi per puro caso, il monaco francescano Frate Junipero che, sconvolto dalla tragedia, inizia a porsi angosciate domande di carattere religioso e morale: chi erano quelle cinque persone e perché si trovarono proprio lì e in quel preciso momento?

Volendo risalire alle cause del cedimento del ponte, Frate Junipero spinge la sua ossessiva ricerca fino a ricostruire in ogni dettaglio la vita di ciascuna delle cinque vittime, per ritrovare fra loro e in loro un qualsiasi incomprensibile quanto imprevedibile ma imprescindibile legame, quel fattore analogo, quel “minimo comune denominatore” che spieghi il loro destino e lo sottragga alla cecità del Caso.

Affondando nella sua ricerca storica, Frate Junipero si perde nel labirinto del devastante dilemma morale che chiama in causa la Divina Provvidenza: la tragedia è stata un semplice caso, un “Capriccio del Destino”, una casualità senza altra spiegazione appunto che la cecità del Caso o invece è stata una mirata punizione divina per le colpe, consapevoli o ignare, di ciascuno dei cinque sfortunati e che ha fatto incrociare i loro destini nel medesimo luogo alla medesima ora?

Il tormento di Frate Junipero è l’espressione di quel consueto quesito che ogni uomo, credente o no, si pone sull’eterna condizione umana e sulla morte, sulla misteriosa complicità di Caso e Destino.

Una domanda che sempre rimane e rimarrà senza risposta.

Il cedimento del ponte di corda inca è fatto storico ma nel romanzo Thornton Wilder gioca liberamente sulla figura, storicamente posteriore, dell’attrice e danzatrice Micaela Villegas (1748-1819), nota appontò come «La Périchole» o «La Perricholì» e la cui vita è stata d’ispirazione anche per il racconto Le Carrosse du Saint-Sacrement di Prosper Mérimée, per l’opera buffa La Périchole di Jacques Offenbach e per La carrozza d’oro, film del 1953 di Jean Renoir con Anna Magnani protagonista.

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Max de Radiguet (1816-1899), Paysage de Lima, in cui si nota la residenza di Micaela Villegas “La Perricholi”, donatale dal Vicerè Amat. Disegno tratto da Compendio Histórico del Perú, Historia del Siglo XVIII, Tomo IV, Editorial Milla Batres S.A. Lima, 1993, p. 146.

Maria Micaela Villegas Hurtado (1748-1819), conosciuta come La Perricholi o La Périchole, è probabilmente il più famoso personaggio storico femminile peruviano del XVIII secolo. Attrice, danzatrice  celebratissima, fu amante riconosciuta e ufficiale di Manuel de Amat y Juniet, Viceré del Perù dal 1761 al 1776, di cui intratteneva pubblicamente la corte. Il loro figlio, Manuel de Amat y Villegas, è stato uno dei firmatari della dichiarazione di indipendenza dalla Spagna del Perù il 28 Luglio 1821 . L’origine del soprannome con cui Micaela Villegas è passata alla storia non è a tutt’oggi ancora chiarita: alcune interpretazioni lo fanno derivare dai vezzeggiativi usati nei suoi confronti dal Vicerè (peti-xol, petit-choli, petit-choux); per altre, al contrario, deriverebbe dall’offensiva denonominazione “Perra Chola” (cagna in calore) attribuitale dall’alta società della corte vicereale di Lima che detestava il potere e la ricchezza dell’attrice e la sua influenza sul Vicerè, di cui era moglie di fatto.

Georgia of My (Erotic) Mind…

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Georgia O’Keeffe nel 1907

La pittrice statunitense Georgia O’Keeffe (Sun Prairie, 15 novembre 1887–Santa Fe, 6 marzo 1986) è da anni ormai figura mitica dell’arte americana e al femminile (e non solo) del XX secolo, magica padrona del Precisionismo, impostasi nell’immaginario collettivo artistico come pittrice di sensazioni erotiche affidate all’eleganza formale e alla squisita e intensa sapienza cromatica delle sue opere.  Opere che, siano i quadri floreali o gli altrettanto celebri paesaggi del New Mexico, trasmettono una sensazione irresistibile e indiscussa, coinvolgente, ammaliante, perfino ipnotica, di erotismo, tanto intenso quanto mediato dall’interpretazione artistica e intellettuale della pittrice.

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Geogia O’Keeffe, Blue-Green Music, olio su tela, 1919-1921, Art Institute of Chicago

Negli Stati Uniti Georgia O’Keeffe è ormai vera e indiscussa icona d’arte e lo dimostrano le sue quotazioni nel mercato dell’arte che la posizionano ai livelli più alti della classifica degli artisti più ricercati e più costosi. Il Kunstforum di Vienna dedica ora a Georgia O’Keeffe, fino al 23 marzo, la più importante mostra monografica mai realizzata sul suolo europeo, organizzata dalla Tate Modern di Londra in collaborazione con il Bank Austria Kunstforum e la  Art Gallery of Ontario di Toronto, esponendo una selezione pittorica che con 85 opere copre settanta anni di attività, spaziando dagli esordi nel 1915 fino alla conclusione della sua attività artistica a fine anni 1970, dovuta alla incurabilità della sua progressiva cecità. Le occasioni di vedere in Europa le opere di Georgia O’Keeffe sono rare, raccolte come sono nelle principali e più esclusive collezioni private e museali americane. Questa retrospettiva di Vienna (curata da Heike Eipeldauer con Tanya Barson della Tate Modern) è perciò una «prima» sensazionale, a partire dalle prime opere moderniste di Georgia O’Keeffe degli anni 1910 che furono fra i più importanti contributi all’astrattismo di Vassilij Kandinskij e Frantisek Kupka.

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