Chi s’incontra, d’illustre, per le strade di Bologna?

Mappa di Bologna ai tempi di Papa Clemente XI Albani,
opera del celebre cartografo olandese Joan Blaeu (1596-1673)

Silvia Camerini-Maj, eclettica studiosa d’arte contemporanea e musica lirica, collezionista e musicologa melomane, a distrarsi dalla clausura covidiana ha steso una sorta di settecentesca guida critica alle Statue per le vie di Bologna (In Riga, Bologna, 2025): quelle, rigorosamente, che si stagliano fra strade, piazze e giardini all’interno del Centro Storico e delle Mura (oggi Viali di Circonvallazione). Quelle mura completate nel 1390 e dissennatamente demolite nello sciagurato furore progressista di fine Ottocento e Primi Novecento (vi erano solo bruttecopie del barone Haussmann nell’Italia umbertina, ultima arrivata nel contesto europeo, tutto sommato spaesata accanto alle vere Grandi Potenze e pure un po’ cafona come una speculatrice arricchita) che, esterne a quelle in selenite della Cerchia del Mille (che racchiudono il Centro Storico strictu sensu), ancor’oggi contengono, agli occhi dei residenti, il «Centro».

Giambologna (Jean de Boulogne, 1529-1608),
Fontana del Nettuno, bronzo, (1563-1566),
Bologna, Piazza del Nettuno (fronte, da Piazzamaggiore)

La lettura di quest’agile Baedeker (illustratissima d’immagini ad hoc del giovane fotografo Giacomo Pompanin, “occhio” dell’autrice) è piacevole e succosa, svelta ma d’informazioni accuratissime, sapiente di cultura locale e aneddotica, gustosa dello humour geografico che da sempre distingue Silvia Camerini-Maj (ah sì… proprio quel cardinale Angelo Maj di leopardiana memoria).

Le Mura di Bologna: in rosso la Cinta di Selenite (V sec. d.C.), in verde l’Addizione Longobarda, in giallo la Cerchia del Mille e in fuchsia la “Circla” del 1390.

Si parte ovviamente da quella che a Bologna è la “statua” per eccellenza: il Nettuno di Giambologna (che è Jean de Boulogne, fiammingo di nascita, 1529-1608, anche se il suo legame con Bologna è, per quella statua, forse perfin più forte di quello con Firenze, dove si trovano la maggioranza delle sue opere), complessa struttura scultorea a fontana in bronzo e marmo a tre ordini sovrapposti, realizzata fra 1563 e 1566 dal Giambologna col fonditore Zanobi Portigiani e il fontaniere (a Bologna da sempre preferito sinonimo di idraulico) e scultore del marmo Tommaso Laureti da Palermo. E in effetti, sottolinea l’autrice, la statua che i Bolognesi chiamano“al Żigànt” (il gigante),«non parla il linguaggio scultoreo bolognese ma quello fiorentino postmichelangelo» (e riporta la definizione che ne fece Giulio Carlo Argan: «soprammobile da piazza») e rimase senza tracce d’eredità nella scultura locale o emiliana. Pur definendola «apoteosi dell’esibizionismo» e vantandone l’imponente anatomia «totally nude, fiero e sicuro di sé e del suo ammirabile fisico in posa sinuosa e dinamica», con discrezione elegante l’autrice tace la celebre salace storia sulle imposizioni del sempre noioso e bacchettone Cardinal-Legato Carlo Borromeo per le inquietanti dimensioni virili del dio marino e la beffa ottica che ne fece Giambologna. Racconta però, altrettanto divertente, lo scandalo delle lavandaie, che nell’acqua pulitissima (corrente da un acquedotto creato ad hoc: la Conserva di Valverde, opera dello stesso Laureti) lavavano i panni dei senatori bolognesi, o di chi di nascosto ne attingeva per preparare l’esclusiva minestra di tortellini in brodo di fagioli, mirabilia se cucinata con quell’acqua.

Alessandro Menganti (1525-1594), Papa Gregorio XIII Boncompagni, bronzo,
1574-1580, h. cm 310, Bologna, Palazzo d’Accursio, Piazza Maggiore

Racconta poi del dirimpettaio del Nettuno: l’altrettanto bronzeo colosso (h. cm 310), opera del 1574-1580 di Alessandro Menganti (lui sì bolognese vero, 1525-1594, «stimatissimo da Agostino Carracci che lo chiamò “Michelangelo incognito”») che ritrae in posa benedicente (e non minacciosa come l’effimero e distrutto non amato Giulio II, di svogliata mano michelangiolesca) il primo dei tre papi locali, Gregorio XIII Boncompagni (1501-1585, papa da maggio 1572). Monumento amatissimo dai Bolognesi che, per salvarlo dalle possibili nefandezze degli invasori giacobini, nel 1796 lo travestirono da San Petronio (altra “glossa” di Silvia Camerini-Maj).

E parlando, per l’appunto, di “glosse”, dopo il tour fra la prima statua “civile” a Bologna: Luigi Galvani (1879) dello scultore antiaccademico romano Adalberto Cencetti (1847-1907), le evoluzioni animalier della Fontana dell’Esposizione Emiliana 1888 del positivista Diego Sarti (1859-1914, Giardini della Montagnola), il brutalista Memoriale della Shoha (2016, SET Architects, Roma) e il bronzo-pop per famiglie raffigurante Lucio Dalla (Antonello Santè Paladino, 2021) sulla panchina di Piazza Cavour (la vera «Piazza Grande» di Lucio Dalla, sempre a pochi passi dalle sue varie successive residenze), Silvia Camerini-Maj concede un fuoritema ma prezioso e pregnante: le Arche dei Glossatori.

Esterne alle Basiliche di San Francesco e San Domenico, specifica l’autrice e guida, non sono sculture bensì tombe, a celebrare i primi cinque altomedioevali docenti di diritto civile e canonico, origine e fortuna dell’Alma Mater Studiorum bolognese1. Accanto a San Francesco si trovano le arche di Accursio (1184-1263) insieme al figlio Francesco (1225-1293, che dal 1273 al 1291 insegnò ad Oxford, chiamatovi da Edoardo I Plantageneto re d’Inghilterra), Odofredo Denari (1200-1265, allievo di Francesco d’Accursio e avo di quei conti Odofredi, Lorenzo e Gerolamo, padre e figlio, che ne curarono i primi restauri, rispettivamente nel 1497 e nel 1574) e Rolandino de’ Romanzi ( 1284) nella tomba con le quattro colonne d’angolo erette su altrettanti leoni commissionata dal figlio Guidesto de’ Romanzi nel 1284 a ai maestri lapicidi Alberto di Guidobono e Albertino di Enrico. Da non confondersi, questo Rolandino, col celeberrimo Rolandino de’ Passaggeri (c.1215-1300) che è sepolto invece nell’Arca davanti a San Domenico: forse il più celebre giurista medievale, massima autorità nella scienza e tecnica dell’Arte Notarile (creazione dello Studio Bolognese2), di cui rinnovò formule e documenti con rigore scientifico nella sua Summa Artis Notariae, nonché capo dei Guelfi di Bologna, all’epoca al potere in città, esercitando notevole controllo della politica comunale. Infine, l’Arca di Egidio de’ Foscherari (1219-1289), commenatore del Corpus Juris Civilis di Giustiniano, in Piazza San Domenico all’angolo con Via Rolandino de’ Passeggeri (per l’appunto) con l’interno della piramide dipinto a «cielo seminato di stelle nimbate» (Alfonso Rubbiani, Ristauro delle tombe di Accursio, di Odofredo, di Rolandino de’ Romanzi in Bologna, in «Atti e Memorie della Regia Deputazione di Storia Patria per le Province di Romagna», 1890, pp.129–158) a richiamare i mirabili mosaici ravennati del Mausoleo di Galla Placidia.

Diego Sarti (1859-1914), Fontana dell’Esposizione Emiliana, bronzo, 1888,
Bologna, Giardini della Montagnola

Silvia Camerini-Maj, Statue per le vie di Bologna. Sculture e monumenti del Centro Storico, Bologna, In Riga, dicembre 2025, pp.142, fotografie a colori di Giacomo Pompanin e Piero Orlandi

  1. L’Università di Bologna viene considerata ufficialmente attiva come tale dal celebre anno del Nono Centenario, il 1088: una scelta di Giosuè Carducci (il cui monumento funebre nell’omonima piazza pure è commenato dall’autrice) che forse bisognerebbe arretrare di almeno trent’anni non solo perché già nel 1118 è attestato per Bologna l’appellativo di Docta ma soprattutto per la costituzione imperiale Privilegium Scholasticum Friderici I che Federico I Barbarossa imperatore del S.R.I.G. (1122-1190, regnante dal 1155), peraltro acerrimo nemico del Comune Bolognese, promulgò nel 1155-1158 fissando speciali privilegi e immunità a favore di studenti e docenti di Diritto Romano dello Studium bolognese. ↩︎
  2. A conferma della storica eccellenza dell’Alma Mater bolognese, è grato al Diario mettere a frutto, once in a lifetime, gli esiti di quella sua laurea in Giurisprudenza mai applicata nei fatti se non in occasioni incidentali e trasversali, specificando (come appurato nella sua tesi di laurea in Diritto Comparato) che a portare in Inghilterra la figura del Notaio come fonte di certezza documentale (da cui la figura anglosassone del Notary Public, nella seconda metà dell’Ottocento confluita in quella del Solicitor, il consulente legale che non discute i casi in tribunale, a differenza del Barrister-at-Law) furono proprio i notai dello studio bolognese Giacomo di San Colombano e  Zaccaria di San Giorgio che nel 1367 si recarono a Londra per stilare il contratto di nozze (impegno non da poco data la rilevanza degli sposi e soprattutto l’ingente ammontare della dote nuziale:  200,000 fiorini d’oro più vari feudi piemontesi fra cui Alba, Cuneo e Mondovì, che fece scandalo in tutte le corti d’Europa) fra Lionel Duca di Clarence (1338-1368) secondogenito del re d’Inghilterra Edoardo III e di Philippa d’Hainault, e Violante Visconti (1354-1386), figlia di Galeazzo II Visconti Signore di Milano (c.1320-1378), matrimonio funzionale allo schieramento antipapale guidato allora da Edoardo III. Quei notai bolognesi, scelti da Galeazzo II su consilio del temibile fratello Bernabò Visconti per la notoria e prestigiosa competenza della Scuola Notarile bolognese nel diritto e nella tecnica giuridica (e di tutti i loro busillis) , ebbero ruolo non solo di esperti di diritto ma di veri ambasciatori milanesi, curando in toto un accordo di nozze che doveva garantire ai Visconti un legame indissolubile con la corona inglese, rendendo la precisione dei notai bolognesi fondamentale per evitare successive contestazioni internazionali.
    Il matrimonio di Lionel e Violante fece epoca non solo per la chiacchieratissima dote mirabolante: come riporta l’ottima storica Barbara Tuchman (1912-1989) in A Distant Mirror: The Calamitous Fourteenth Century (New York: Alfred A. Knopf, 1978) [trad.it. Uno specchio lontano. Un secolo di avventure e di calamità. Il Trecento, Milano, Mondadori, Collana “Le Scie”, 1979], Lionel Plantageneto si mosse da Londra con un seguito di 457 persone e 1.280 cavalli e al suo arrivo a Milano il 17 maggio 1368, accompagnato da Amedeo VI Conte di Savoia e 2.000 armigeri inglesi armati del famigerato «arco lungo» e di «targa» (piccolo scudo da difesa di forma quadrata o trapezoidale, da impugnare con la mano non dominante, e comunemente usato, quando non in battaglia, come bersaglio per frecce e lance, da cui l’origine del termine target), fu accolto da Galeazzo II e la moglie Bianca di Savoia, la nuora Isabelle de Valois e Ricciarda della Scala, moglie del condottiero Andrea Pepoli (†1390, bolognese), e sorella di Regina della Scala moglie di Bernabò Visconti, accompagnate da 80 dame vestite di damasco scarlatto con maniche di bisso bianco ricamate a trifogli in filo d’oro e cinture dorate, nonché Gian Galeazzo Visconti, erede e futuro primo Duca di Milano col seguito di 30 cavalieri e altrettanti scudieri su palafreni bardati “a giostra”. Ancora più strepitoso e magniloquente, a testimoniare ricchezza e fasto della corte viscontea, fu il banchetto che seguì alle nozze: tenuto all’aperto (era il 15 giugno) in Piazza dell’Arengo, accanto alla Cattedrale di Santa Maria Maggiore (oggi Piazza del Duomo), imbandì due tavolate distinte per anfitrioni ed ospiti dei due sessi: una occupata da Lionello, Galeazzo II, Bernabò e i suoi figli Matteo e Lodovico, Amedeo VI di Savoia, il celebrante Oldrado Mayneri Vescovo di Novara e poi Francesco Petrarca accanto al letterato Geoffrey Chaucer e al memorialista Jehan Froissart (questi due ultimi entrambi al seguito di Lionello) e ancora, appena assunto dai Visconti, il capitano di ventura Giovanni Acuto, l’inglese John Hawkwood (c.1320-1394) che nel 1436 sarà ritratto da Paolo Uccello nell’affresco gratulatorio che i Fiorentini gli dedicarono nel Duomo di Firenze; la seconda tavola fu per Violante e la madre Bianca di Savoia, Regina della Scala e la sorella Ricciarda, Isabelle de Valois e altre cinquanta dame della corte milanese. Furono presentate ben 30 portate di carne e pesce, tutte completamente ricoperte a foglia d’oro e fra una portata e l’altra agli ospiti furono offerti in dono armi e armature, drappi di broccato, 70 destrieri (cavalli da battaglia) di gran pregio e cani da caccia.  A dispetto di tanto sfarzo e ostentazione, il matrimonio fu di breve durata: Lionel morì trentenne ad Alba appena cinque mesi dopo le nozze e la povera tredicenne Violante non fu più fortunata nelle nozze successive: nel 1377 Galeazzo II la sposò 23enne al 17enne Ottone III Paleologo (Secondotto) Marchese di Monferrato che morirà in battaglia a dicembre 1378; poi nel 1381 al coetaneo cugino Ludovico Visconti (1355-1404), da cui nacque il figlio, Giovanni Visconti (dopo 1382-1472). Col terzo matrimonio, Violante raggiunse finalmente una condizione stabile benché oscura rispetto a quelle precedenti ma la sfortuna perseverò perché Violante molto faticò a riprendersi dal parto e morì a Pavia nel novembre 1386, a 32 anni. 
    ↩︎
Arca di Rolandino de’ Passeggeri e Basilica di San Domenico,
Bologna, Piazza San Domenico, © Guido Barbi

L’Undicesima Musa (Le Serie TV)

9-1-1

9-1-1 (TV series)
© Brad Falchuk Teley-Vision, Ryan Murphy Productions, 20th Century Fox Television,
ABC, Disney & Disney+, Hulu. Dove non altrimenti indicato, vale questo ©

Se per il Cinema si parla della Decima Musa, per il fenomeno tipico di questo primo quarto del XXI secolo delle Serie TV sulle piattaforme in streaming si può dunque ben parlare dell’Undicesima Musa. E a ben donde, dato che ormai il genere si è evoluto verso vette altissime di spettacolarità e di coinvolgimento estetico ed emotivo.

E poiché si parla di Muse, il Grand Tour, appassionato non solo di Muse ma anche di serie tv di vario genere (ma non di tutti i generi: niente fantascienza, vampiri, para-reality show, celebrities, comicità pedestre made in USA…), è curioso di occuparsene nel suo Diario.

Si inizia questa Epistemologia delle Serie TV con una trasmessa sul canale Disney+ dalla storia molto popular, tutta azione, disastri, emergenze e drama, giunta ormai alla nona stagione: 9-1-1, il procedural drama americano creata da Ryan Murphy, Brad Falchuk e Tim Minear, che ha iniziato la programmazione il 3 gennaio 2018 (fino alla sesta stagione su Fox e dalla settima su ABC e, in streaming, su Disney+), primo dei tre capitoli del Franchise 9-1-1 (gli altri due sono: 9-1-1: Lone Star, ambientata a Austin, capitale del Texas, protagonisti Rob Lowe e Liv Tyler, 5 stagioni da gennaio 2020 a febbraio 2025, e 9-1-1: Nashville, protagonisti Chris O’Donnell, già star di C.S.I: Los Angeles, e Jessica Capshaw, da ottobre 2025 e rinnovata a marzo 2026 per una seconda stagione)

9-1-1 (2026), Episodio “War”: Aisha Hinds, Rayn Guzman, Anirudh Pisharody, Kenneth Choi, Oliver Stark © 2026 Disney. All rights reserved.

La serie-base esplora le vite personali e professionali ad alto rischio degli operatori di salvataggio e primo soccorso di Los Angeles: vigili del fuoco e paramedici, operatori telefonici del 911 e agenti di polizia impegnati nella loro avventurosissima quotidianità per proteggere e salvare le persone in pericolo per qualsiasi causa naturale, incendio o reato. A marzo 2026 la serie è stata rinnovata per una decima stagione.

Il cast è guidato nei ruoli principali da Angela Bassett (Sgt. Athena Grant, ufficiale della LAPD collegato alla Stazione 118, quasi sessantenne di strabiliante bellezza severa e regale come Nefertiti); Peter Krause (Capt. Robert “Bobby” Nash, il comandante della LAFD Station 118, perfetto per il ruolo di capo integerrimo ma tormentatissimo nella sua coscienza e morale, di grande umanità ma anche un po’ giuggiolone), Oliver Stark (Evan “Buck” Buckley, vigile del fuoco, ragazzone belloccio e irresponsabile, non “un fulmine di guerra”, sempre intento a combinare pasticci ma “anima candida” e pronto a gettarsi nel pericolo per salvare chi è in pericolo), Jennifer Love Hewitt (Maddie Buckley, sorella di Buck e sempre coinvoltissima operatrice telefonica del 911, un pochino intrombonita dai tempi di Ghost Whisperer, 2005-2010, e della sua presenza nelle liste delle donne più belle del mondo stilate da varie riviste), Aisha Hinds (Henrietta “Hen” Wilson, coraggiosissima vigile del fuoco e paramedica, di colore e omosessuale, coinvolta in un ménage familiare complesso), Kenneth Choi (Howard “Chimney” Han, futuro capitano della LAFD Station 118, di origine coreana, figura di profonda empatia e sensibilità, supporto di tutta la squadra e miglior amico di Hen Wilson); Ryan Guzman (Edmundo “Eddie” Diaz, sex symbol della serie, vigile del fuoco e paramedico, «bello e (un po’) dannato» diviso fra il ruolo di padre-single bellissimo e perfetto di un bimbo disabile e quello, per le troppe disgrazie di vita, di depresso-e-represso sempre sul punto di esplodere e per non farlo si sfoga in incontri clandestini di boxe).

La serie coinvolge perché gli attori, chi più chi meno, sono tutti belli e di carattere e, anche se non particolarmente attraenti, allora amorevolmente simpatici e accattivanti. Il che rientra nella tessitura di ovvietà e luoghi comuni, tutti più o meno prevedibili e perfino naïf, che costituisce la trama della serie e di ogni sua puntata: nulla di nuovo ma tutto così deliziosamente confezionato a placare la sete di lieto fine, buoni sentimenti, correttezza, lealtà amicizia, trionfo del Bene e della Giustizia, traumi subiti e superati, storie d’amore più o meno tormentate ma sempre riuscite, un mix capaceda soddisfare anche palati assai esigenti. Un godimento sereno e ancor più rasserenante ad ogni puntata, con almeno due momenti di commozione assicurati ogni volta e, nelle più intense, anche qualche bel lacrimone intenerito.

9-1-1 (2026), Episodio “Fighting Back”: Kenneth Choi, Ryan Guzman, Anirudh Pisharody, Oliver Stark
© 2026 Disney. All rights reserved

Il tutto, attenzione, mai stucchevole perché sempre insaporito da un costante e diffuso sense of humour, piacevolissimo nonostante sia assai americano, una scelta musicale riuscita e trascinante nonché (e non è poco né ultimo) il contesto di incidenti d’ogni tipo in vicende talmente inaspettate e originali da essere davvero appassionanti e coinvolgenti.

POP forever

Andy Warhol, Ladies and Gentlemen, 1975, serigrafia su carta, cm 100 x 70,
Pittsburgh, the Andy Warhol Museum, Founding Collection,
Contribution The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc.
© The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026
 

Fino al 19 luglio a Ferrara a Palazzo dei Diamanti si respira l’aria newyorkese di Broadway e Manhattan e The Factory[1] nella celebrazione dei 50 anni di quella mostra che allora – era il 1975-1976 – fece epoca: Ladies and Gentlemen che dopo avergli aperto pionieristicamente le porte mezzo secolo fa nel pieno della tempesta culturale mondiale della Pop Art e della sua annessa e connessa rivoluzione/rigenerazione culturale. ora riporta a Palazzo dei Diamanti la figura più nota, più “popular” (nessun altro termine può essere più calzante) e più carismatica dell’arte del Secondo Novecento: Andy Warhol.

L’occasione riporta, nella stessa aulica cornice che le vide clamorosamente debuttare, quelle opere iconiche della Pop Art e di Warhol suo creatore, vate e profeta, a proporre una valutazione antologica di Andy Warhol ritrattista partendo dalla rivisitazione in loco proprio di quell’allora scandalosa e trasgressiva esposizione che l’Artista in persona presentò inedita in Italia. Una mostra dirompente che segnò fin dagli esordi un punto di svolta non solo nella produzione warholiana ma ancor più in tutta l’arte e la cultura generale degli ultimi decenni del XX Secolo. Con Ladies and Gentleman, infatti, Andy Warhol (pur dopo lunghe esitazioni e perplessità) rompeva ogni bacchettona regola e convenzione elitaria della cultura artistica mondiale d’allora eleggendo per la prima volta a inquietanti e sensuali protagoniste del proprio lavoro sconosciute Drag Queens afroamericane e portoricane, e non più quei simboli della società glamour e dello mondo dello spettacolo come Marilyn Monroe o Elizabeth Taylor o più tardi Queen Elizabeth II sui quali si era concentrato fino a quel momento, così spostando la sua attenzione creativa ed artistica dal palcoscenico mondano all’intimità dell’individuo e della sua identità più recondita.

Andy Warhol, Ladies and Gentlemen (Wilhelmina Ross), 1975,
acrilico e inchiostro serigrafico su tela, cm 305 x 205,
Paris, Fondation Louis Vuitton; © foto Primae / Louis Bourjac
© The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026

La serie Ladies and Gentlemen, composta da 284 serigrafie, porta in sé anche una componente «genetica» italiana. Infatti, se una limitata selezione dei ritratti della serie fu inclusa nella retrospettiva delle opere di Warhol, Andy Warhol, Paintings 1962-1975, al Baltimore Museum of Art da luglio a settembre 1975, non solo la serie completa venne appunto esposta per la prima volta integralmente a Palazzo dei Diamanti di Ferrara da ottobre 1975 a dicembre 1975 col catalogo Signore e signori, pubblicato da Gabriele Mazzotta di Milano, ma proprio all’origine della serie stessa si pone il mercante d’arte contemporanea italiano Luciano Anselmino (1943-1979), figura estemporanea e trasgressiva, gallerista torinese animatore e agitatore dell’ambiente artistico in Italia fra Torino, Milano e Roma dalla metà degli Anni 1960 alla fine degli Anni 1970, enfant terrible erroneamente poco noto e, con inappuntabile coerenza, morto a 36 anni in circostanze mai chiarite (omicidio?).

Andy Warhol, Ladies and Gentlemen (Wilhelmina Ross), 1975,
acrilico e inchiostro serigrafico su lino, cm 127 x 101,6
Pittsburgh, The Andy Warhol Museum, Founding Collection,
The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc., 1998
© The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026

Fu proprio Anselmino nel maggio 1974 a Torino a contattare Andy Warhol per commissionargli una voluminosa edizione monotematica di serigrafie (e forse anche tele), sollecitando il nume della Pop Art a dipingere imprevedibili ritratti di Drag Queens. Secondo Bob Colacello (n.1947), direttore della rivista «Interview» (tuttora di successo editoriale, fondata da Andy Warhol e dal columnist John Wilcock nel 1969, detta «The Crystal Ball of Pop» [La sfera di cristallo del pop]), e autore di Holy Terror: Andy Warhol Close Up [New York, Harper Collins, 1990], Warhol rifiutò drasticamente e anche piuttosto seccato («Drag Queens are out of the question») ma Anselmino non si diede per vinto e continuò ad insistere e insistere finché Warhol, sfinito, non acconsentì, per quanto con riluttanza. Pochi mesi dopo, durante il viaggio in Europa a luglio 1974, Fred Hughes (1943-2001, collezionista e manager di Warhol e futuro esecutore testamentario dell’artista e presidente fondatore della Andy Warhol Foundation for the Visual Arts) e Anselmino seppero ottenere finanziamenti per la serie delle Drag Queens nonché Palazzo dei Diamanti, il museo-gioiello di Ferrara, per esporla.

Copertina della rivista «Interview» della primavera 2024, con Rihanna fotografata da Nadia Lee Cohen, styling Mel Ottenberg © Nadia Lee Cohen & Crystal Ball Media

Fu lo stesso Colacello, coinvolto da Warhol come “curatore” della serie, insieme all’assistente di Warhol Ronnie Cutrone, a Vincent Fremont, direttore di The Factory, e al truccatore Corey Tippin, a selezionare le Drag Queens necessarie al modelling frequentando il «Gilded Grape» di New York, vicino a Times Square, famoso ritrovo della comunità queer&gay: offrivano alle potenziali modelle di «posare per un amico» per 50 dollari alla mezz’ora, recandosi il giorno seguente a The Factory, dove Warhol avrebbe scattato personalmente le Polaroid da utilizzare come base per le serigrafie. Il nome dell’artista non venne mai rivelato, tanto che alcune delle modelle coinvolte, rivedendo poi Colacello & Co. al «Gilded Grape» sussurravano loro nell’orecchio, con voce flautata: «Dite pure al vostro amichetto che per cinquanta bucks so fare molto di più» [Colacello, 1990]. L’elaborazione delle serigrafie durò dall’autunno 1974 alla tarda primavera 1975 e fra le modelle figurò anche Marsha P. Johnson (1945-1992), iconica attivista LGBTQ, sex-worker e performer, detta La Santa di Christopher Street, figura di riferimento nei movimenti per i diritti LGBTQ e transgender e per il suo operato a favore dei malati di AIDS.

Hank O’Neal, Marsha P. Johnson nel 1977 (?), con iscrizione a destra «1977» (la fonte indica semplicemente «anni ’70»)», stampa su argento, 1970-1980, dalla serie di 134 fotografie b/n
per la Gay Pride Parade a New York, ognuna con note di Allen Ginsberg.
L’iscrizione recita: «If I keep dressing up like this I’ll save the world from nuclear apocalypse, but will anyone love me for it? I’ll have to save the world anyway. I know what looks good»
[Se continuo a vestirmi così salverò il mondo dall’apocalisse nucleare, ma qualcuno mi amerà per questo? Dovrò salvare il mondo comunque. Io so cosa sta bene]. © Swann Galleries, New York
Andy Warhol, Selfportrait in Drag, 1981Polaroid™ Polacolor 2, cm 10,8 x 8,6
Pittsburgh, The Andy Warhol Museum, Founding Collection,
The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc., 1998
© The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026

Con Andy Warhol. Ladies and Gentlemen, mostra curata da Chiara Vorrasi per Fondazione Ferrara Arte e Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara in collaborazione con la Andy Warhol Museum di Pittsburgh, Palazzo dei Diamanti torna ad accogliere alcune tra le creazioni più provocatorie del guru della Pop Art, in una coinvolgente rievocazione dell’esposizione del 1975-1976 affiancata ad un appassionato itinerario nella caleidoscopica ritrattistica warholiana, proponendo una eccezionale selezione di oltre 150 ritratti fra acrilici, disegni, serigrafie e Polaroid, provenienti da musei e collezioni europei e americani.

Andy Warhol, Marilyn, 1967, serigrafia a colori, cm 91,5 x 91,5;
Intesa Sanpaolo – Collezione Luigi e Peppino Agrati
© foto Patrimonio Artistico Intesa Sanpaolo / Luca Carrà
© The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026

Il percorso espositivo segue le tappe della radicale reinvenzione del ritratto tradizionale operata da Warhol che si fece propri, reinterpretandoli, codici e crismi di comunicazione di massa ed estetica tecnologica dalle Polaroid amatoriali alla sintassi cinematografica e videoclip e persino il reality televisivo, all’idiomatica della cultura Camp[2] e del Glam Rock[3].

Andy Warhol, Mao Tse-Tung, 1972, serigrafia a colori, cm 91,5 x 91,5
Intesa Sanpaolo – Collezione Luigi e Peppino Agrati
© foto Patrimonio Artistico Intesa Sanpaolo / Luca Carrà
© The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2026

Il vasto gruppo di dipinti ad acrilico, molti dei quali finora mai presentati in Italia, e la rassegna dei diversi media che l’artista ha sperimentato (filmati e fotografie) arricchiscono il racconto dell’inedita genialità creativa di Warhol, evocandolo fino a farlo rivivere nelle sale di Palazzo dei Diamanti che si tinge del dinamismo, dell’energia e della provocazione della scena Pop di cui Warhol è stato personificazione.

All’estesa narrazione dedicata a Ladies and Gentlemen fa specchio la selezione di ritratti e autoritratti fra i più iconici prodotti da Andy Warhol fra gli Anni 1960 e gli Anni 1980: dal ciclo di Marilyn che codifica l’archetipo della star, alla rivisitazione ironica (se non sarcastica) dell’iconografia ufficiale di Mao Tse-tung, dalle silhouette di Mick Jagger e Liza Minnelli, simboli trasversali di sensualità disinibita e teatrale, alle raffigurazioni fluide e smaterializzate, perfino eteree e con provocazione angelicate, di Robert Mapplethorpe e Grace Jones, che preannunciano l’arrivo dell’immagine digitale, per culminare con la spettacolare sala di autoritratti con cui Warhol esplora i confini della sua stessa identità.

Duplice ambizione di quest’intensa rievocazione culturale è riscoprire la forza iconica di quelle immagini allora tanto esplosive e, parallelamente, confermare la sorprendente attualità della ricerca poetica, iconografica e sociografica di Warhol, che ha anticipato temi tuttora critici come la manipolazione estetica, l’identità di genere, il multiculturalismo, l’artificialità mediatica, la creazione, alterazione e sofisticazione dell’identità sociale, dove il visitatore potrà avvertire in modo personale e immediato quell’energia che ancora intatta e come nuova dopo cinquant’anni emerge da quei ritratti vividi ed esuberanti, nella coloratissima galleria di immagini «glam-queer» che già annunciano le tendenze più trasgressive dell’estetica del XXI Secolo.


[1] The Factory è stato lo studio newyorkese di Andy Warhol e il centro di tutte le sue attività artistiche, sociali e cinematografiche dal 1964 al 1987. Originariamente situata al 231 di East 47th Street, prima di trasferirsi in varie altre sedi a Broadway e infine in Madison Avenue sedi successive, The Factory divenne celebre per il suo inimitabile mix di produzione artistica dalle arti visive al cinema sperimentala, a moda, musica, disinvoltura sessuale e vita notturna controculturale e come ritrovo di una vasta, variegata e funambolica cerchia di artisti, musicisti, scrittori, eccentrici esponenti dell’alta società americana e dell’aristocrazia inglese e personalità della cultura Underground degli anni 1970, noti collettivamente come le Warhol’s Superstars, che contribuirono alla reputazione dello studio come uno dei centri creativi più influenti della sua epoca per il mix di creatività artistica, performances e glamour controculturale e rimasero strettamente associati all’eredità di Warhol, primo la “creatura” di Warhol: Joe Dallessandro (n.1948), attore e modello, sex symbol della cultura gay negli anni 1960 e 1970, noto soprattutto per aver recitato in diversi film underground e quale superstar di Warhol.The Factory ha svolto un ruolo chiave nello sviluppo della Pop Art in generale e di quella di Warhol in specie, dei suoi progetti cinematografici e della sua esplorazione della cultura delle celebrità, contribuendo a plasmare il panorama dell’arte d’avanguardia americana negli anni 1960-1980. L’atmosfera e le abitudini di The Factory appaiono anche nel film Midnight Cowboy [Un uomo da marciapiede] di John Schlesinger, del 1969, allorché il giovane e ingenuo prostituto agli esordi Joe Buck (Jon Voigt) viene reclutato dalla regista underground Gretel McAlberston per la “festa” in stile The Factory (sex, drugs and rock&roll, nella definizione della rivista «Life» del 1969). Le sequenze presentano varie Warhols Superstars: dall’attrice, regista e scrittrice Viva (Janet Hoffman, n.1938) che interpreta se stessa in Gretel, Ultra Violet (Isabelle Collin Dufresne, 1935-2014, artista e scrittrice musa di Dalì e tramite questi amica di Warhol), International Velvet (Susan Bottomly, n.1948, modella e attrice), Jay Johnson (n.1948, modello e attore che si distinse come “musa ispiratrice” del fotografo Robert Mapplethorpe) Jed Johnson (1948-1996, celebre decoratore d’interni, gemello di Jay e compagno di Warhol dal 1968 al 1980), Gerard Malanga (n.1943, poeta, fotografo, regista, attore, curatore e archivista americano collaboratore di Warhol dal 1963 al 1970, da «The New York Times» definito «Andy Warhol’s most important associate», che, dopo l’inizio come assistente di studio di Warhol nella preparazione manuale delle serigrafie dei suoi dipinti, fu fondatore e condirettore della rivista «Interview») e il regista Paul Morrissey.Col trasferimento a Broadway, The Factory attirò un pubblico molto più elitario e di abitudini internazionali, tra cui figure provenienti dal mondo della moda, come le supermodelle Donyale Luna e Benedetta Barzini, dal milieu culturalglamour come Lou Reed, Bob Dylan e Mick Jagger, lo scrittore Truman Capote, Salvador Dalí, Allen Ginsberg, il fotografo e regista Paul Morissey o da circoli aristocratici e dell’alta società come le segretarie personali di Warhol Lady Anne Lambton (n.1954, attrice a tempo perso e figlia di quell’Anthony Lambton, 6th Conte di Durham che, dimessosi dal governo britannico per scandali sessuali, si ritirò a vivere in Toscana nella villa barocca di Centinale a Sovicille di Siena), The Hon. Catherine Guinness (n.1952, delle omonime birra e banca, figlia di Jonathan Guinnes 3° Barone Moyne e quindi nipote di Diana Mitford e delle altre arcinote Mitford Sisters, fotografata da Robert Mapplethorpe in ritratti ora al J.Paul Getty Museum e al LACMA a Los Angeles, attrice con Warhol nel 1979 nel suo film Cocaine Cowboys, flirt giovanile dell’attuale re Carlo III d’Inghilterra e infine scrittrice e socialite britannica) che ambedue contribuirono alle attività sia dello studio sia alla rivista «Interview», o The Hon. James Lascelles (n.1953) il musicista inglese, secondogenito del 7° Conte di Harewood e della prima moglie, la pianista e musicologa austriaca Marion Stein, e quindi secondo cugino di re Carlo III, fondatore nei primi anni 1970 della band Global Village Trucking Company, conosciuta dai suoi fan come “The Globs”, e che, con tutta la band e le ripettive famiglie, viveva nella comune in una fattoria nel Suffolk. Grazie agli sforzi congiunti di Fred Hughes, manager di Warhol, e Bob Colacello, direttore di «Interview», The Factory si trasformò in influentissimo centro socioculturale d’élite, imponendosi fra i “salotti” più vivaci e creativi di Manhattan, dove Warhol, da vera salonnière, presiedeva regolarmente ad una continua mise-en-scène intellettual-mondana con un cast a rotazione di artisti, celebrities e socialites internazionali e personaggi della cultura di qua e di là dell’Atlantico.

[2] La Camp Culture si definisce con l’uso deliberato, consapevole e sofisticato del kitsch in arte, abbigliamento e atteggiamenti eclatanti a épater les bourgeois, storicamente associato alla cultura LGBTQ e in particolar modo agli uomini gay, dove l’estetica Camp sconvolge la comprensione modernista dell’arte “alta” invertendo i giudizi estetici tradizionali di bellezza, valore e gusto e spingendo verso un diverso impegno estetico fra androginia e femminilità/mascolinità enfatizzate. Forte impronta di cultura Camp si ha nel Fashion System, a cui sono appartenute due delle principali icone della cultura Camp: Grace Jones e Isabella Rossellini e ancora nel 2019 il tema del Met Gala, prescelto da Anna Wintour con Serena Williams, Lady Gaga, Harry Styles e Alessandro Michele (direttore creativo di Valentino) fu la mostra del Metropolitan Museum di quell’anno: Camp: Notes on Fashion. Per l’occasione Dapper Dan per Gucci disegnò sette “camp outfits” mentre l’arrivo sul red carpet di Lady Gaga resta memorabile anche per gli standard del Met Gala perché durò 16 minuti: arrivata indosando un abito rosa shocking di Brandon Maxwell con strascico di oltre 7 metri e mezzo e accompagnata da cinque ballerini che reggevano altrettanti grandi ombrelli, ha attraversato la passerella esibendosi in quattro “rivelazioni” in omaggio alla cultura Camp e Drag, ogni volta con un nuovo abbigliamento, fino a raggiungere il suo look finale: reggiseno e mutandina di rete da pesca e scarpe dalla zeppa vertiginosa [Harper’s Bazaar, 6 maggio 2019 ]. Katy Perry indossò invece un abito che sembrava un lampadario mentre Kacey Musgraves si presentò come Barbie a grandezza naturale, entrambi gli abiti creazioni della Maison di Moschino.

[3] Noto anche come Glitter Rock e per la sua ambiguità sessuale e di genere e per la manifesta androginia, oltre che per l’ampio uso della teatralità, il Glam(our) Rock è sottogenere della musica rock sviluppatosi nel Regno Unito nei primi anni 1970 e definito principalmente da acconciature e trucco sopra le righe, abiti sgargianti con glitter, strass e paillettes e calzature con esagerati plateau, a cui appartengono fra gli altri David Bowie, Roxy Music e, negli Stati Uniti, Suzi Quatro, Alice Cooper e i Kiss (ambedue combinando Glam e Shock Rock) e Lou Reed nonché, per quanto non centrali alla tipologia, Rod Stewart, Elton John, i Queen (Freddie Mercury affidò a Zandra Rhodes i costumi per il tour dei Queen del 1974), e, per un certo periodo, i Rolling Stones. Il Glam Rock (che, nonostante il declino dalla metà degli anni 1970, influenzò altri generi musicali come Punk Rock, Post-Punk, Gothic Rock, Glam Metal di Bon Jovi e New-Romantic di Boy George nonché The Rocky Horror Picture Show fino a Marilyn Manson, Prince, Cher, Madonna, Lady Gaga e Katy Perry) visivamente realizzò un mish-mash di vari stili fra glamour hollywoodiano degli anni 1930, sex appeal delle pin-up degli anni 1950, teatralità del cabaret prebellico, stili letterari e simbolisti vittoriani, fantascienza e perfino mitologia classica e occultismo. Le origini del movimento sono “titolate” ritrovandole nientemeno che nel geniale e stravagante scrittore e compositore inglese Noël Coward la cui estetica (dove stile, artificio e apparenza avevano importanza uguale a profondità e sostanza) ebbe essenziale influenza sull’immagine di musicisti come Bowie o Roxy Music. La rivista americana «Time» sottolineò a suo tempo il personalissimo “senso dello stile” di Coward: combinazione di sfacciataggine ed eleganza, provocazione e compostezza che si pone come un “manifesto glamour”.

Fiammanti colori di algidi silenzi

Bartolomeo Cesi (Bologna, 1556-ivi, 1629)
San Benedetto che ascolta la celeste armonia, 1588-1590 c.a., olio su tela,
cm 290 x 186, Bologna, Chiesa di San Procolo
Bartolomeo Cesi (Bologna, 1556-ivi, 1629),
Adorazione dei Magi con (ai lati) i Santi Nicola di Bari e Domenico de Guzmán, 1595,
olio su tela in ancona di legno dorato (Bologna, 1605-1625);
Bologna, Basilica di San Domenico
Bartolomeo Cesi (Bologna, 1556-ivi, 1629)
Crocefissione con la Madonna, San Giovanni Evangelista e Santa Maria Maddalena: Cristo Crocefisso (part.), 1595, olio su tela, cm 550 x 217;
Bologna, Chiesa di San Girolamo della Certosa
Bartolomeo Cesi (Bologna, 1556-ivi, 1629), Ritratto di gentiluomo venticinquenne, 1585,
olio su tela, cm 78 x 67; Imola, Museo San Domenico
Bartolomeo Cesi (Bologna, 1556-ivi, 1629)
Ritratto di Lattanzio Graffi, paggio di Papa Clemente VIII Aldobrandini, 1598,
olio su tela, cm 210,5 x 134; Bologna, Collezioni Fondazione CaRisBo

Secondo approfondimento è dedicato all’espressione di Cesi nel disegno, con una selezione lussuosa e spesso inedita di esempi della cesiana maestria quale disegnatore.

Bartolomeo Cesi (Bologna, 1556-ivi, 1629)
Due giovani in abiti contemporanei che si abbracciano, secc. XVI-XVII  
matita rossa, gessetto bianco su carta cerulea, mm 355 x 213;
Firenze, Gallerie degli Uffizi – Gabinetto dei Disegni e delle Stampe
Bartolomeo Cesi (Bologna, 1556-ivi, 1629)
Figura virile giacente da destra a sinistra, con turbante e corona in capo, tenendo con la destra un’arpa e nella sinistra uno scettro (Re Davide?), secc. XVI/XVII,
matita rossa, gesso bianco, quadrettatura a matita nera su carta azzurra, mm 169×357;
Firenze, Gallerie degli Uffizi – Gabinetto dei Disegni e delle Stampe

Collezioni d’Arte di Sangue Blu… anzi Verde (Dollaro)

Sotheby’s propone fra dicembre 2017 e primavera 2018 nelle sedi Londra e Parigi le variegate raccolte di due collezionisti eclettici e d’eccezione: l’americana Eleanor Post Hutton nata Close (1909-2006), ereditiera di banche d’affari e industrie alimentari, e di suo figlio Antal de Békessy (1943-2015), l’unico natole dai suoi 6 matrimoni: il quarto, quello con lo scrittore e magnate della stampa János Békessy (1911-1977), di origine ungherese.

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Eleanor Post Close nel suo salotto parigino con il figlio Antal Post de Bekessy, detto “Tony”, 1951.

Madre e figlio illustrano il lato migliore di quell’aristocrazia americana del denaro che ha fatto la storia anche culturale degli Stati Uniti. Eleanor Post Close fu la seconda figlia del banchiere Edward Bennett Close e di quella che negli anni 1930 fu la donna più ricca d’America, Marjorie Merriweather Post (1887-1973), proprietaria e guida della società familiare General Foods Inc. nonché mecenate, benefattrice e collezionista di splendido livello: la sua residenza di Hillwood ospita oggi come museo la sua incredibile collezione di gioielli e di arte francese e russa del XVIII secolo (quest’ultima avviata negli anni Trenta proprio in Russia, dove risiedette con il terzo marito Joseph E. Davies, ambasciatore degli Stati Uniti al Kremlino nel 1936-1938), mentre un’altra tenuta, la famosa Mar-a-Lago in Florida è oggi di proprietà del presidente Trump.

Eleanor frequentò The Spence School, una Finishing School riservata a ragazze di famiglie prestigiose dove studiarono Nellie Grant (figlia del presidente Ulysses Grant), la sopravvissuta al Titanic Madeleine Astor, Agnes Gund (Presidente Emerita del MoMA), Nancy Goodyear (poi Principessa Cristoforo di Grecia), la cugina Barbara Hutton, le sorelle Jackie Bouvier Kennedy Onassis e Lee Bouvier Radzwill e, più recentemente, Gwyneth Paltrow nonché diverse esponenti anche delle famiglie Vanderbilt e Rockefeller. Terminata la permanenza alla Spence School, Eleanor fece il suo debutto in società nel 1927 sia a New York sia a Londra, alla Corte di St.James’s, dove fu presentata al re Giorgio V a Buckingham Palace.

 

 

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Edward Owen, Marjore Merriweather Post, olio su tela, 1936  (collier Cartier 1935 in demi-parure con l’anello con zaffiro di 70 carati). © Hillwood Estate, Museum & Gardens Archives.

Eleanor cambiò cognome diventando Eleanor Post Hutton nel 1920, quando la madre si risposò col ricchissimo finanziere Edward Francis Hutton (1875-1962), esponente del Gotha più alto della Dollar Aristocracy. Tutte personalità di spicco, perciò, dell’establishment più esclusivo della ricchezza statunitense, ma nel caso specifico  legata non solo alla Café Society internazionale freneticamente attiva fra le due sponde dell’Atlantico dagli anni 1930 ai 1960 ma anche allo sfavillio più popolare e commerciale (e meno esclusivo) delle luci di Hollywood. Eleonor si trovò infatti ad essere sorella dell’attrice Dina Merrill (nome d’arte di Nedenia Marjorie Hutton) nonché zia dell’attrice Glenn Cose e amica affezionata di Cary Grant, che fra il 1942 e il 1945 fu il terzo dei sei mariti della cugina acquisita Barbara Hutton (1912-1979) la famosa ereditiera dei grandi magazzini Wollworth’s detta “quella Povera Piccola Ragazza Ricca” (“The Poor Little Rich Girl”) per la sua sfortunata vita privata (dei suoi sei mariti, l’unico che non fosse quale più quale meno un avventuriero e non l’avesse sposata per la sua straordinaria ricchezza, essendone – se non perdutamente innamorato – senz’altro sinceramente affezionato e accudente, perché tale rimase per tutta la vita, fu proprio l’inarrivabile Cary Grant – anche in questo maestro di suprema eleganza – e nonostante che la coppia, negli anni del matrimonio, venisse soprannominata “Cash and Cary”).

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Eleanor Post Hutton Close (1909-2006) con la madre Marjorie Merriweather Post (1887-1973) e il figlio Antal de Békessy (1943-2015) © Hillwood Estate, Museum & Gardens Archives

Alla fine della Seconda Guerra Mondale, Eleanor si trasferì a Parigi, abitando prima un hôtel particulier sul Parc Monceau e poi una «folie XVIIIème», Le Pavillion d’Artois,  costruita nella seconda metà del Settecento a Vaux-sur-Seine, in riva alla Senna, all’interno del parco del celebre Château de Bagatelle, allora proprietà del Conte d’Artois, fratello di re Luigi XVI e futuro re Carlo X (nel 1905 acquistato dalla Mairie di Parigi) su disegno di Richard Mique (1728-1794), dal 1775 Premier Architecte di Luigi XVI e direttore dell’Académie Royale d’Architecture, creatore anche del complesso del Petit Trianon per Maria Antonietta, della Chapelle du Carmel de Saint-Denis per Madame Louise (quella delle molte figlie di Luigi XV che si fece monaca carmelitana per espiare le paterne colpe d’alcova) e delle modifiche di quegli anni al castello di Saint-Cloud. Come per il progetto dei giardini del Petit Tranon, anche per il giardino alla francese, il parco all’inglese, il Grotto e la Fontana del Pavillion d’Artois, Mique si fece consigliare dal pittore Hubert Robert e dal botanico Antoine Richard.

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Il Pavillion d’Artois con il giardino alla francese e la fontana disegnati da Richard Mique

Ricorda la nipote Glenn Close, in una intervsta rilasciata a Sotheby’s ©: Mia zia Eleanor era una persona magica. Era sempre e senza alcuno sforzo apparente elegante e bella. Aveva la pelle di porcellana e lunghi capelli biondi, acconciati in uno chignon apparentemente casual che sembrava sempre potesse sciogliersi sulle sue spalle da un momento all’altro. Era sempre circondata dalla bellezza: dal suo profumo alle porcellane, ai dipinti e gli objets d’art, i tappeti e tessuti di ogni tipo, soprattutto seta e raso. Ancora oggi, posso evocare la sensazione e ul profumo dell’aria della stanza degli ospiti in cui soggiornavo, quando ero piccola, durante le mie visite estive al Pavillon d’Artois, a Vaux-sur-Seine. Le finestre davano su un giardino formale con bossi decorati in arte topiaria. Dal questo giardino alla francese si accedeva al parco all’inglese, alla fine del quale c’era il fiume e oltre, una piccola isola. Anche il parco era magico e vi si trovavano anche una grotta settecentesca nella parte destra e un ampio orto confinante con le siepi di bosso nella parte sinistra. Ricordo una colazione estiva nellasala da pranzo ovale, affacciata sul parco e le statue, nelle loro rispettive nicchie, sembravano prendere vita in quella perfetta giornata estiva. Furono servite cozze saltata e un’insalata di mais fresco e fines-herbes tutta proveniente dal giardino, un delizioso, croccante pane francese, formaggi francesi erbornati con un vino rosso Rothschild e per dolce la Crème-Brûlée. Fu una colazione perfetta in un ambiente perfetto e resterà impressa nella mia mente per sempre. Adoravo la voce di zia Eleanor, soprattutto mentre raccontava dei suoi viaggi e delle sue passioni: l’arte, la religione, la musica e il suo grande e costante amore per l’India. Era così attraeente. così sempre spiritosa, forte e fragile nello stesso tempo e perciò eternamente affascinante. L’amavo anzi l’adoravo ed ero perfino in soggezione… Mi manca ancora oggi.

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Eleanor Post Hutton Close (1909-2006) nel ritratto fotografico eseguito da James R. Dunlop © Hillwood Estate, Museum & Gardens Archives

Antal “Tony” de Békessy ha tenuto alta la bandiera di famiglia di collezionismo e mecenatismo: è stato membro del Board od Directors di Metropolitan Museum of Art, Metropolitan Opera, Princeton University, Hillwood Foundation di Washington (il museo creato dalla nonna Marjorie M. Post); il suo interesse e partecipazione alla cultura francese ed alla vita culturale francese gli hanno meritato la nomina a Chevalier des Arts et des Lettres, (come alla madre la Légion d’Honneur) ha contribuito con larghezza a molti interventi di restauro e conservazione a Venezia e ha finanziato sia il Belvedere sia la StaatsOper di Vienna.

Nelle cinque aste da dicembre alla primavera prossima, che spaziano dai dipinti francesi del Settecento alla pittura moderna e contemporanea ai mobili  e allearti decorative ai gioielli (Russi e Cartier) e orologi fino ai vini, a partire dalla cornice Cartier con il ritratto di Marjorie M. Post (stima 20.000- 30.000),

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Ritratto di Marjorie Merriweather Post in smalto su avorio. Cornice in oro e lacca, agata, zaffiri e diamanti, Cartier, 1934, con l’incsione: “1934 Marjorie Post Davis”

ciascuno degli oltre 650 lotti testimonia del virtuosismo artistico del suo autore, qualsisia l’epoca della sua realizzazione: la suite di 4 poltrone create da Louis Delanois (1731-1792) per lo stesso Luigi XV (120.000-180.000) mostra l’estro creativo e sempre innovativo dell’ebanista più apprezzato dello stile Transition (fra Rococo e Neoclassico, secondo XVIII secolo) che vantò fra i suoi patrons e clienti il Conte d’Artois, Madame du Barry, Louis-Philippe I de Bourbon-Orléans allora duca di Chartres, Louis-Joseph de Bourbon principe di Condé, il re di Polonia Stanislao-Augusto Poniatowski, il collezionista inglese John Sackville 3° duca di Dorset, il duca de Praslin, il principe de Beauvau-Craon e la contessa de Choiseul. Di queste poltrone la voluta intagliata dei braccioli ricorda quella delle opere presenti nelle Collezioni Seligmann e Niarchos mentre il decoro a rose al centro della cintura appare nella suite di sei poltrone e divano esposta al Louvre.

 

DELANOIS_A suite of four carved and giltwood fauteuils Ö la Reine

Gli spettacolari vasi in blue-john d’epoca Restaurazione (1820 circa, 50.000-70.000), sono un raro esempio dell’uso nella Francia anglomane dell’inizio dell’Ottocento di questa pietra semipreziosa di provenienza esclusiva inglese dalle cave nel Derbyshire, acclamata per la sua trasparenza e il suo colore indaco, qui accompagnata a motivi in bronzo dorato di gusto tipicamente francese nello stile di Pierre Gouthière.

I due rilievi neoclassici dello scultore Clodion, «La Marchande d’Amours», firmato (120.000-180.000), e «Le Sacrifice à l’Amour» (80.000-120.000), presentati al Salon del 1773 e appartenuti a Louis-François de Bourbon principe de Conti, propongono un soggetto prediletto dallo scultore. Del «Sacrifice» esiste infatti un’altra versione in marmo, oggi al Musée des Arts Décoratifs a Parigi, e tre in terracotta, in raccolte private:

CLODION_Merchant_of_love
Claude Michel Clodion, La Merchande d’Amours, rilievo in terractta, circa 1773, firmato CLODION; sotto : L’Offre à l’Amour, rilievo in terractta, circa 1773

la Collezione Brinsley Ford (proveniente dalla collezione di M.me Émile Straus, nata Geneviève Halèvy, vedova del compositore Bizet e rimaritata col legale dei Rothschild, grande salonnière parigina e fra le ispiratrici di Madame Verdurin per Marcel Proust), la Collezione Georges Wildenstein e una terza, venduta da Sotheby’s a Londra nel 1977. Della «Marchande», invece, si conoscono una versione in terracotta in collezione privata americana e una firmata in marmo al Musée de Nancy.

Il ritratto di Monsieur de Puységur (Jacques-François de Chastenet Marquis de Puységur, 1656-1743, nominato Maréchal de France da Luigi XV nel 1734) di Nicolas de Largillierre (1656-1746) è fulgido esempio del talento del pittore più acclamato fra la fine del regno di Luigi XIV e la metà di quello di Lugi XV: viso somigliante ed espressivo, maniche e jabot di pizzo appena arricciato, le spalle imbiancate di cipria per parrucche, velluto luminoso di riflessi, il dettaglio accurato dei ricami a filo d’oro e d’argento ei tessuti cangianti a suggerire il muoversi della figura (60.000-80.000) mentre il «Leone accucciato» di Eugène Delacroix riprende il ruolo dedicato che gli animali, esotici e non, hanno nell’opera dell’artista: qui la tavolozza è ristretta al gioco plastico fra verdi e bruni di pennellata vibrante e romantica, intensificata dall’espressività del leone (60.000 – 80.000).

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Nicolas de Largillierre, Portrait of Monsieur de Puysegur (stima: €60,000–80,00);
Zao Wou-Ki, 06.10.69, 1969 (stima: €300,000–500,000).

Per l’arte moderna e contemporanea, l’iniziativa al collezionismo passò nelle mani di Antal de Békessy che, in particolare appassionato della Secession viennese, raccolse opere di Gustav Klimt, Egon Schiele, Josef Hoffmann, Herbert Boeckl e Koloman Moser.

EGON SCHIELE_Femme debout
Egon Schiele, Stehendes Madchen/Jeune Fille Debout, dsegno a carboncino su carta, firmato e datato, 1914 (stima: €200 000-250 000, venduto per €283,500)

Nell’asta di Arte Moderna e Contemporanea di Parigi lo scorso ottobre sono passati sul rostro il «Nudo femminile di spalle», disegno a carboncino su carta di Egon Schiele (venduto per €283.500), tre visi e nudi muliebri opere su carta di Gustav Klimt e il sentimentale paesaggio «Effet du soir sur la mer» di Edouard Vuillard (1868-1940) mentre mostra la chiaroveggenza artistica di  di Antal de Békessy l’opera «6.10.69», del cinese Zao Wou-Ki, datata ottobre 1969, (€300.000-500.000) quindi nel cuore del “periodo lirico” dell’artista.

EDOUARD VUILLARD_Effet du soir sur la mer
Edouard Vuillard, Effet du soir sur la mer, pastello su carta, 1909

In apertura: La Biblioteca del Pavillion d’Artois, con gli arredi della seconda metà del XVIII secolo opera di Oeben, Delanois, Leleu, Cresson e Heurtault.

PS. L’asta del 7 dicembre a Parigi ha totalizzato oltre € 7.000.000 ($ 8,500,000)

Il Constable ritrovato

GPM GdA 12-2017 CONSTABLE Dedham Vale-640

«Dedham Vale con il fiume Stour in piena» (olio su tela, cm 51 x 91,5) dipinto da John Constable fra il 1814 e il 1817 sarà la vedette della prossima asta di Dipinti Antichi a Sotheby’s London il 6 dicembre con stima di 2-3 milioni di sterline).

Fra le prime opere eseguite nel Suffolk e uno dei rari pezzi ancora in mani private, il paesaggio (di recente ritrovato dopo anni di oblio in una collezione privata molto gelosa della sua riservatezza) rientra nella serie di vedute di Dedham Vale e della Stour Valley di Constable, icona dell’opera del paesaggista inglese fino al punto di oggi definire nell’immaginario collettivo la quintessenza della “campagna inglese”.

Benché sia stato per lungo tempo erroneamente (ma con vivi dubbi di autografia constableiana) attribuito a Ramsay Richard Reinagle (1775-1862), un amico e collaboratore di Constable, l’analisi scientifica più recente e l’aggiornarsi delle fonti hanno restituito all’unanimità il dipinto all’autenticità dell’artista, collocandolo fra le più importanti addizioni al corpus delle opere di Constable degli ultimi 50 anni.

Il dipinto raffigura la valle del fiume Stour intorno a Dedham Vale, al confine tra Essex e Suffolk, dove Constable trascorse gli anni della giovinezza. Oggi universalmente nota come la «Constable Country», la zona ha ispirato i più famosi dipinti di Constable, dal White Horse, del 1819 (alla Frick Collecton di New York) a The Haywain, del 1821 (alla National Gallery di Londra) e The Horse Leaping,  del 1825 (sempre a Londra, alla Royal Academy, di cui Constable fu membro). Fra il 1814 e il 1817, Constable dipinse tutti dipinti di dimensioni e stile simili e che tutti ritraggono il paesaggio locale in varie angolazioni e vedute e che, dipinte sul posto, dimostrano la tensione al più fedele naturalismo tipica dell’artista.

Mentre le opere più tarde di Constable furono per lo più acquistate o da John Fisher, amico fraterno di Constable, o da collezionisti e mercanti d’arte di connessioni metropolitane o internazionali, i precedenti dipinti degli anni del Suffolk ebbero più strette associazioni con patroni e amici locali. Questo dipinto fu appunto commissionato da Thomas Fitzhugh come regalo di nozze per la futura moglie, Philadelphia Godfrey, figlia di Peter Godfrey, Esq. di Old Hall, East Bergholt, vicino e amico della famiglia dell’artista. La veduta è trattenuta dal fondo del giardino di Old Hall, che si affaccia sulla valle con il fiume inondato, simbolo di fecondità, a simboleggiare un ricordo della casa natale ed un augurio per la giovane sposa nella nuova vita coniugale a Londra.

Image Courtesy Sotheby’s, London

 

Figlio – non minore – di un dio maggiore

Luigi Crespi (1708-1779), figlio non minore del dio maggiore Giuseppe Maria (1665-1747), è stato ritrattista di pregio nell’Italia del Barocchetto, termine non dispregiativo né riduttivo bensì più autoctono e consono del francese Rococo alla temperie e all’anima artistica italiana di metà Settecento. Cresciuto all’ombra pittorica del padre famoso e dominante di personalità (tant’è che nella mostra di Bologna al Museo Davìa Bargellini–Collezioni Comunali d’Arte Antica -chiusura il 3 dicembre- il celebre ma giovanile «Cacciatore» appare a prima vista opera del padre), Luigi sviluppò

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Luigi Crespi, Il cacciatore, olio su tela, 1730/1740, Bologna, Museo Davìa Bargellini,

ben presto un’autonoma e geniale maestria di ritrattista, particolarmente apprezzata dall’aristocrazia emiliana e non solo, committente forse provinciale ma certamente esigente  (si pensi al ritratto del pariniano “Giovin Signore” Ferdinando Gini, epitome di lambiccata eleganza XVIIème, opera di Luigi quale ritrattista en titre del Collegio dei Nobili di Bologna, come ben spiega Mark G. D’Apuzzo), che fu il suo trampolino di lancio verso sogli più illustri, a cominciare da quello papale in concomitanza con l’elezione del bolognese Prospero Lambertini, Benedetto XIV (gran estimatore dei Crespi padre e figlio e che da Giuseppe Maria si fece ritrarre sia come Cardinal Legato a Bologna sia per la tela ufficale dell’Intronazione), fino alle corti tedesche emule ansiose degli splendori della Versailles di Luigi XV e soprattutto a quella di Augusto III (“il Grasso”!) di Sassonia-Polonia a Dresda, di cui Luigi divenne il consigliere artistico.

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Luigi Crespi, Ritratto del conte Ferdinando Gini,  forse 1759, olio su tela, cm 96×77, Bologna, Collezioni Comunali d’Arte

Luigi, con quel «particolare dono di ritrarre le fisionomie» a lui riconosciuto da Marcello Oretti in «Notizie de’ Professori del disegno» (1780) e la sua tutta personale abilità di ritrattista capace di efficacemente adeguare espressione, indagine psicologica e somiglianza del ritratto “verista” alle vanesie aspettative mondane e autocelebrative della committenza nobiliare (i suoi ritratti sono quasi un annuario del Grand Monde al di

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Luigi Crespi, Ritratto di gentiluomo con la Croce dell’Ordine di Malta, olio su tela, 1735/1740
Bologna, Galleria Fondantico

qua e di là dell’Appennino: Hercolani, Lupi, Gini, Cellesi, Antinori, Bentivoglio d’Aragona, del Grifo, Marsili…) diviene sì un ritrattista à la mode ma capace di indagare dietro l’immagine ed esprimerne note d’emozioni, caratteri, affetti: una sorta di Boldini ante litteram, settecentesco ed altrettanto amato da dame e gentiluomini, sedotti dalla sua pittura per diventare essi stessi più seduttivi, come appunto la selezione dei quadri trattati nel saggio curato da Irene Graziani e Mark G. D’Apuzzo dimostra.

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Luigi Crespi, Ritratto di gentildonna dall’abito con bordura di pelliccia, olio su tela, forse 1737
Bologna, Collezioni d’Arte e di Storia della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna

Il volume, uscito in concomitanza della mostra bolognese (piccola, per pochi fondi pubblici ahimè, ma preziosissima, vera mostra di progetto e non banale travelling project a cui hanno mitridatizzato le mostre costruite in serie dei vari Arthemisia e Goldin), per

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Giuseppe Maria e Luigi Crespi, Pietà, olio su tela, 1730/1740 ca
Bologna, Museo Davìa Bargellini,

la prima volta affronta con agio e diffusione gli aspetti illustri, “dorati” e mondani, della pittura di Luigi Crespi, non solo nella variata ritrattistica ma pur d’arte sacra (toccante la piccola, estenuata, accorata «Pietà» a quattro mani col padre), senza peraltro trascurare il versante dubbio ed oscuro della sua vita: quell’attività di spregiudicato, e perfino truffaldino, benché sfortunato e dissipatore, “mercante d’arte” (anche qui ante litteram) per illustri clienti coronati, in primis Augusto III di Sassonia-Polonia (1696-1763) per il quale, con enormi personali profitti, nel 1745 acquistò per 100.000 zecchini (1.000 zecchini a quadro in media!) dal duca di Modena Francesco III d’Este (1698-1780), bancarottiere per colpa delle Guerre di Successione Polacca ed Austriaca e del gioco d’azzardo della moglie tormentosa ed inquieta Charlotte-Aglaé d’Orléans (1700-1761, rovinosa agli Este nonostante l’enorme dote di 1,5 milioni di livres) i 100 pezzi più preziosi delle collezioni estensi, entrati allora nelle raccolte sassoni ed oggi scintillanti alla Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda.

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Luigi Crespi, Ritratto di giovane dama con una rosa, 1740, olio su tela, Bologna, Museo Davìa Bargellini

In apertura: Luigi Crespi, Autoritratto, olio su tela, 177, Bologna, Pinacoteca Nazionale

Luigi Crespi. Ritrattista nell’età di papa Lambertini, a cura di Mark Gregory D’Apuzzo e Irene Graziani, ulteriori testi di Massimo Medica, Gabriella Zarri, Giovanna Perini Folesani, «Biblioteca d’Arte», Milano, Silvana Editoriale, ottobre 2017, pp.142, 24 illustrazioni a colori e 32 in b/n ; € 25,00 .

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Il fascino mai finito della parte di Swann

Con un totale di 1,7 milioni di euro, l’asta di libri e manoscritti d’epoca organizzata da Sotheby’s Parigi il 30 ottobre 2017 ha avuto indiscutibile successo: lo dimostra numericamente la percentuale di lotti venduti, pari al 80%, accanto alla percentuale dell’87% del valore del mercato francese dei libri rari e d’epoca che mantiene a Sotheby’s Paris il predominio in un settore altamente competitivo.

I cinque lotti più attesi di questa vendita piuttosto “unica” per qualità delle opere presentate sul rostro del battitore erano una prima edizione del primo volume della Recherche di Marcel Proust, un copia annotata e illustrata dall’autore della Histoire de Juliette di Donatien-Alphonse de Sade, le Vedute di Roma di Piranesi, una specialissima spettacolare versione della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo risalente ai giorni del Terrore del 1793 e una raccolta di lettere autografe dell’iconico scrittore Antoine de Saint-Exupéry.

Vedette e Top-Price della vendita è stata una di quelle cinque sole e rarissime copie impresse su carta di riso giapponese di Du côté de chez Swann di Marcel Proust. I grandi bibliocollezionisti si sono dati battaglia campale fino a superare il mezzo milione di euro (€ 535.500) per questo esemplare proustiano, vera pietra filosofale per i bibliofili appassionati e per gli esegeti proustiani e della storia dell’editoria francese del Novecento.

Edizione originale, non solo è stata una sorta di una vera e propria “riscoperta” dopo la sua ultima apparizione pubblica nel 1942, quando fu acquistata dal bibliofilo collezionista Roland Saucier, direttore della Librerie Gallimard che la conservò nella sua collezione fino alla morte, ma costituisce un vero pezzo di storia della letteratura e dell’editoria francese. Infatti, prima di entrare nella Collezione Saucier, la copia aveva fatto parte delle preziose raccolte di Louis Brun, eminence grise di Bernard Grasset e direttore generale della casa editrice omonima. Fu proprio Louis Brun a curare la prima edizione del primo tomo dei sette volumi che costituiscono À la Recherche du Temps Perdu, nonché questa speciale tiratura praticamente “privata”. Non solo: a rendere ancora più eccezionale il volume, Louis Brun vi aveva fatto aggiungere e rilegare, fra l’ultima delle pagine stampate e la terza di copertina, due testi di manoscritti di mano proustiana per i testi da pubblicare su «Le Figaro» per promuovere l’uscita di Swann e sei lettere di Marcel Proust, una a Bernard Grasset e cinque allo stesso Louis Brun.

A seguire, come intensità nella competizione fra i collezionisti offerenti e come risultato di vendita (col prezzo di euro 162.500 ha superato ampiamente la sua stima maggiore) un’edizione dell’Histoire di Juliette del Marchese de Sade, con commenti autografi e inediti del «Divin Marquis» a cui si accompagnano dodici disegni ovviamente pornografici, autografi dell’autore ed altrettanto inediti.

Toccando i 110.000 euro, ha triplicato la sua stima maggiore, la straordinaria copia delle Vedute di Roma di Giovanni Battista Piranesi, con la serie completa delle 107 incisioni realizzate tra il 1760 e il 1775 dall’architetto e incisore veneto di nascita ma romano di elezione e di adozione (grazie anche alla munifica protezione del Cardinal Nepote Giovan Battista Rezzonico, nipote del papa venexiano allora regnante Clemente XIII, che gli affidò pure numerosi e prestigiosi incarichi di architetto progttista come la chiesa di Santa Maria de Aventino, oggi all’interno del parco della Villa del Priorato dell’Ordine di Malta e celebre perché dal buco della serratura del suo maestoso portone si vede, inaspettato e mozzafiao, un panorama romano fra i più pittorici e romantci). Si tratta di una raccolta di tavole realizzate dal vivo e raffiguranti ruderi classici e monumenti antichi, anche esterni alla città , come la Via Appia, Tivoli, addirittura Benevento, che diedero a Piranesi fama internazionale europea, rendendo questa raccolta e quella successiva delle Antichità Romane (quattro volumi per totali 252 tavole), un souvenir irrinunciabile per tutti i gentiluomini europei che si recassero a Roma per il loro Grand Tour, grazie all’eccezionale formato delle tavole, al taglio sempre originale, alla prospettiva delle composizioni – sempre taglata in modo orginale e per l’osservatore accattivante – fino alla scelta mai scontata, e a volte inusuale, dei soggetti. Non a caso Piranesi fu amico ricercatissimo di pittori e architetti stranieri a Roma: l’architetto inglese Robert Mylne l’architetto scozzese Robert Adam, a Roma nel 1755-1757 (al quale Piranesi dedicò nel 1762 il Campo Marzio dell’antica Roma), ancora inglesi il celebrato William Chambers, architetto, e Thomas Jones, pittore, e numerosi pittori francesi, in primis l’influentissimo Charles-Louis Clérisseau.

La sensazionale edizione a manifesto a colori della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, realizzata ai tempi delle Stragi di Settembre nel periodo del Terrore durante gli anni della Rivoluzione Francese, ha sfiorato i 90.000 euro. Monumentale gouache su papier-peint (la carta di norma usata per stampare la carta da parati da tappezzeria), fu realizzata in stile particolarmente truculento, perfino antesgnano del grand-guignol, e consono alla sua destinazione: quella dell’esposizione come “manifesto” nei luoghi pubblici a beneficio – e monito! – di tutto il popolo parigino (la populace rivoluzionaria) e se ne conosce l’esistenza solo in virtù di questa unica copia.

Infine, una delle corrispondenze personali di uno degli autori più amati e popolari del Novecento francese: l’evanescente aristocratico Antoine de Saint-Exupéry, autore del Petit Prince e della sua svenevole volpacchiotta (tutto può essere la maliarda splendida volpe fuorché svenevole!). Indirizzata all’amico d’infanzia Charles Sallès, ha superato di gran lunga la sua stima raggiungendo il prezzo di aggiudicazione di 77.500 euro. Illustrate e in gran parte inedite, queste lettere dànno una testimonianza variegata dell’ironia malinconica dello scrittore, della sua capacità di disegnatore nonché di suoi aspetti più intimi, come il suo spirito perfino spasmodico di avventura contrappoosto all’altrettanto esasperato spleen dll’infanzia trascorsa, i suoi sogni di scrittura e di volare al comando di un aereo coltivati con passione durante gli anni di collegio fino alle prime reali avventure di volo come pilota della compagnia aerea privata Aéropostale.

Gli Arazzi del Cardinal Padrone

L’antica tradizione dell’arte tessile degli arazzi non fu solo eccellenza e prerogativa esclusivamente francese e fiamminga. Nello sviluppo di quest’arte decorativa ebbe gioco anche l’Italia e, fra le manifatture attive fra Sei e Settecento nelle principali città italiane, di certo una delle più pregiate fu l’Arazzeria Barberini, voluta a Roma dal Cardinal Nepote di papa Urbano VIII, quel Francesco Barberini, nato a Firenze nel 1597 e morto a Roma nel 1679, che fu collezionista esperto e sublime di molta della migliore arte antica e del suo tempo, italiana e francese soprattutto.

Il volume The Barberini Tapestries. Woven Monuments of Baroque Rome, di James Gordon Harper, pubblicato da Officina Libraria, esce in concomitanza all’esposizione negli Stati Uniti degli Arazzi Barberini dedicati alla «Vita di Cristo», commissionati dallo stesso cardinale Francesco Barberini, a marzo-giugno 2017 nella mostra nella Cattedrale di St. John the Divine a New York ed ora (fino a gennaio 2018) al Jordan Schnitzer Museum of Art di Eugene, Oregon.

James Gordon Harper (professore di arte rinascimentale e barocca alla University of Oregon, autore e curatore di vari volumi fra cui “Giuseppe Vasi’s Rome: Lasting Impressions from the Age of the Grand Tour”, del 2010, e “The Turk and Islam in the Western Eye: Visual Imagery before Orientalism 1450-1750”, del 2011) analizza per la prima volta in modo completo sia l’attività dell’Arazzeria Barberini sia questo ciclo di arazzi, la cui testimonianza artistica viene interpretata da Harper tanto – a livello generale – come “monumento” del clima artistico della Roma che vive gli splendori della fase più matura del Barocco, quanto – a livello particolare ed episodico – come strumento qualificato e qualificante della comunicazione e propaganda politica e socioculturale del loro committente, il Cardinal Nepote Francesco Barberini.

GPM 1 Recensione BARBERINI TAPESTRIES The Annunciation
L’Annunciazione

Nominato cardinale a 26 anni nel 1623 e contemporaneamente Segretario di Stato e Legato ad Avignone nonché due anni dopo plenipotenziario a Parigi ad affrontare il Cardinal de Richelieu (senza troppo successo perché la Valtellina fu persa allo Stato della Chiesa ma Luigi XIII, ad addolcirgli al pillola, gli regalò sei arazzi disegnati da Rubens e ciò ebbe il suo peso nel futuro di mecenate del giovane cardinale, come spiega Francis Haskell in Patrons and Painters, Yale University Press, 1964 e 1980, p. 44; trad.it. Mecenati e pittori, Firenze, Sansoni, 1966) e chiamato a Roma “Il Cardinal Padrone”, pare perfino dallo stesso zio papa, sebbene non abbia brillato come politico (ad esempio disastrosa a Urbano VIII e a tutti i Barberini fu la sua “Guerra di Castro” contro i Farnese che inutilmente vessò le già provate finanze papali), la sua figura spicca viceversa nel pur affollato palcoscenico culturale d’Italia e d’Europa in epoca barocca.

Accademico dei Lincei e Protettore dell’Accademia di San Luca (la confraternita dei pittori romani), commissionò per San Pietro numerose opere ad artisti come Giovanni Lanfranco, Andrea Sacchi, Pietro da Cortona, Nicolas Poussin, Simon Vouet, Valentin de Boulogne, acquistando per la sua collezione privata (già ricca di sculture classiche) molte opere del giovane Poussin. Nel 1625 comprò dagli Sforza il palazzetto sul Quirinale che Carlo Maderno trasformò nel celebre Palazzo Barberini e di cui Francesco coordinò l’ispirazione iconografica celebrativa della famiglia papale, ideata dal poeta toscano Francesco Bracciolini, e la sua realizzazione pittorica, affidata a Pietro da Cortona: nel Gran Salone l’esuberanza decorativa raggiunta con l’uso travolgente dell’«Illusionismo» barocco – declinato fra “tromp-l’œil”, prospettive “di sott’in su” e “quadrature”, spregiudicate cromìe, aggrovigliato dinamismo di forme ed esasperato ornamentismo – segna un punto di svolta e di nuova partenza per la decorazione degli interni secolari barocchi.

 

GPM 2 2017 Recensione BARBERINI TAPESTRIES The Adoration of the Magi
L’Adorazione dei Re Magi

Eclettico e non pago, sempre a Palazzo Barberini organizzò una vasta biblioteca con manoscritti greci e romani, iscrizioni e antichi “monetaria” e perfino un piccolo museo di scienze naturali ed un giardino botanico: il manoscritto Libellus de Medicinalibus Indorum Herbis, erbario e prontuario medicinale erboristico azteco, tradotto nel 1552 in latino dalla lingua Nahuatl e da lui posseduto, fu appunto ufficialmente denominato in suo onore Codex Barberini. Sostenne inoltre molti studiosi e pensatori europei, fra cui Athanasius Kircher, Jean Morin, Gabriel Naudé, Gerhard-Johann Vossius, Heinsius e il poeta inglese John Milton. Del resto, a confermare fuor d’ogni dubbio la statura culturale di Francesco Barberini basterebbe il fatto che, dal 1633 alla morte Grande Inquisitore della Santa Inquisizione Romana, fu uno dei soli tre cardinali (gli altri essendo Laudivio Zacchìa e Gaspare Borgia) che in quello stesso 1633 si rifiutarono di firmare la condanna di Galileo Galilei e delle sue tesi.

 

GPM 3 2017 Recensione BARBERINI TAPESTRIES The Consignment of the Keys to St. Peter
La consegna delle Chiavi del Regno dei Cieli a San Pietro

James G. Harper allarga poi l’indagine alla struttura socioculturale della Roma di Urbano VIII e all’influenza politica ed artistica della famiglia Barberini nel XVII secolo (irruente soprattutto in architettura: «Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini» scrisse Pasquino nel 1625 allorché Urbano VIII fece asportare e fondere le travature bronzee del pronao del Pantheon per costruire il Baldacchino di San Pietro e i cannoni di Castel Sant’Angelo), e da lì alla storia dell’Arazzeria Barberini, la manifattura privata del cardinale Francesco insediata nel 1627 proprio a Palazzo Barberini, dove rimase attiva fino al 1679, e la cui produzione iniziò con i sei arazzi disegnati da Pietro da Cortona sul tema delle Storie di Costantino a completare quelli ricevuti in dono da Richelieu. L’occhio-di-bue della ricerca di Harper va sull’attività di Giovanni Francesco Romanelli (Viterbo, 1610-1662), l’allievo di Pietro da Cortona che, impegnato il maestro nell’opera erculea della decorazione del palazzo, venne dal Cardinale incaricato di disegnare i cartoni dell’Arazzeria, fra cui anche, ovviamente, questi arazzi della Vita di Cristo.

 

Il ciclo, suddiviso in ben dodici episodi che partono dall’Annunciazione, esplicita di fatto una vera e propria storia del gusto barocco, come Harper dimostra grazie ai documenti dell’epoca che descrivono l’uso strumentale e promozionale dato agli arazzi dai Barberini.

GPM 4 2017 Recensione BARBERINI TAPESTRIES The Last Supper
L’Ultima Cena

Dopo i fasti romani, questa testimonianza di arte decorativa tessile italiana approdò Oltreoceano all’epoca del frenetico collezionismo della Gilded Age (1870-1910), gli anni d’oro di Duveen e Berenson, quando negli Stati Uniti là si sviluppò una sorta di “arazzomania”. Dopo le colelzioni private, gli arazzi approdarono infine per donazione alla Cattedrale cattolica di New York St.John the Divine.

Chiude il volume Marlene Eidelheit, direttore e conservatore capo del laboratorio di restauro tessile della St.John the Divine’s Cathedral, che descrive la storia conservativa degli arazzi dal 1891 al 2016, analizzando gli aspetti tecnici e il lungo lavoro di restauro al qual sono stati sottoposti.

 James Gordon Harper, THE BARBERINI TAPESTRIES. Woven Monuments of Baroque Rome, con un testo di Marlene Eidelheit, in lingua inglese, Milano, Officina Libraria, 2017, rilegato, pp.188, 126 illustrazioni a colori; € 38 euro; http://www.officinalibraria.com

GPM 5 2017 Recensione BARBERINI TAPESTRIES The Crucifixion
La Crocefissione

 

 

Curiosa. Pittrice. Esploratrice. Non solo di fiori ma pure d’insetti

Nel terzo centenario della scomparsa della pittrice un po’ svizzera, un po’ tedesca, un po’ olandese Maria-Sibylla Merian (Francoforte, 2 aprile 1647– Amsterdam, 13 gennaio 1717) il Kupferstichkabinett (Gabinetto dei Disegni e delle Stampe) dei Musei di Berlino e lo Städel Museum di Francoforte celebrano con una fascinosissima mostra apertasi il 7 aprile (chiusura il 2 luglio) l’opera di una “signora per bene” che fu e resta fra i pilastri dell’evoluzione, da un lato, della natura morta floreale in Europa (che tante altre donne pittrici vede fra le sue più esimie rappresentanti), e dall’altro, e ancor più, dello studio della storia naturale di fiori e insetti, inserendosi tra i fondatori della botanica e della entomologia moderna grazie alla sua attenta osservazione e documentazione della metamorfosi della farfalla, come ha più volte dichiarato il celebre entomologo britannico Sir David Attenborough. Non a caso Maria-Sibylla nella sua carriera di pittrice e scienziata ha catalogato e illustrato ben 186 specie di insetti e la sua classificazione di farfalle e falene è tuttora in vigore.

Chinesische Vase mit Rosen, Mohn und Nelken
Maria Sibylla Merian, Vaso Cinese con Rose, Papaveri e Garofani, Lucertola, Lumaca e Coleottero, lacca opaca su pergamena,  1670-1680, cm 26,7×18,7; Kupferstichkabinett – Staatliche Museen zu Berlin, © Kupferstichkabinett, SMB / Dietmar Katz

La mostra ripercorre il tanto variegato quanto attento e delicato rapporto artistico ed espressivo fra la storia naturale, la botanica, la neonata entomologia, la pittura e il disegno floreali e botanici e l’arte libraria con 150 opere su carta e pergamena dal XVI secolo alla fine del Settecento illuminista e scienziato provenienti dalle vaste collezioni dei due musei tedeschi.

Banane - Bl¸te und Fruchtstand

Alle opere di Maria-Sibylla  si affiancano preziosi prestiti da musei internazionali per presentare, accanto alle opere di Maria-Sibylla Merian (tempere, acquerelli , lacche opache e gouaches su carta o pergamena perché le gilde tedesche impedivano alle pittrici la tecnica ad olio) quelle di vari suoi predecessori, contemporanei e successori nelle diverse forme di espressione artistica da Martin Schongauer ad incunaboli e codici illustrati di farmacopea ed erboristeria dei primi del XVI secolo, studi di piante di Albrecht Dürer e della sua cerchia, studi naturalistici di Georg Flegel e Georg Hoefnagel e altri da tutto il Seicento, nature morte di fiori di Barbara-Regina Dietzsch e della sua scuola nel Settecento fino alla pittura floreale neoclassica, romantica e Biedermeier. Il tutto illustrato in un catalogo Hirmer Verlag, curato dal Dipartimento di Storia dell’Arte della Technische Universität Berlin.

Akelei, Stiefmütterchen und Ochsenzunge
Albrecht Dürer, Aquilegia, Viola del Pensiero e Anchusa, Acquerello, primo quarto XVI secolo,
cm 33,7 x 25,5; Kupferstichkabinett – Staatliche Museen zu Berlin, © bpk / Kupferstichkabinett, SMB / Joerg P. Anders

Zwei Tulpen
Georg Flegel, Due Tulipani, acquerello e lacca opaca con riflessi in lacca bianca su carta, circa 1630, Kupferstichkabinett – Staatliche Museen zu Berlin, © BPK / Kupferstichkabinett, SMB / Jörg P. Anders

Maria Sibylla Merian fu la prima pittrice naturalista e studiosa di botanica ad analizzare la metamorfosi dei bruchi in farfalle e anche la fondamentale simbiosi fra insetti e piante. Passione e disciplina senz’altro almeno eccentriche in un’epoca in cui il vulgo considerava gli insetti “le bestie del Diavolo”.

Granatapfel und Schmetterlinge
Maria Sibylla Merian, Melograno con bruchi e farfalle, incisione su rame da “Metamorphosis Insectorum Surinamensium”, Amsterdam 1705, Esemplare della Saechs. Landesbibliothek zu Dresden, Leipzig, Frankfurt a.M., © bpk / Staatsbibliothek zu Berlin / Ruth Schacht

Figlia dell’incisore svizzero Matthäus Merian il Vecchio (1593-1650) e della seconda moglie Johanna-Sybilla Heim ma orfana del padre a tre anni, fu cresciuta ed educata dal patrigno Jakob Marell (apprezzato pittore di fiori e allievo del rinomato pittore di nature morte Georg Flegel) che le insegnò il disegno, la pittura ad olio, l’acquerello e l’incisione cosicché già a tredici anni dipingeva con gusto e perizia immagini d’insetti e di piante ritraendoli direttamente dal vero in natura. All’abilità d’arte non era estranea – se non predominante – un’intensa, analitica curiosità scientifica e infatti, nell’introduzione della sua opera più importante: Metamorphosis Insectorum Surinamensium, pubblicata fra 1702 e 1705, scrisse: «In gioventù mi dedicai a ricercare insetti: cominciai con i bachi da seta nella mia città natale di Francoforte. Osservai poi che essi, come altri bruchi, si trasformavano in belle farfalle notturne e diurne. Questo mi spinse a raccogliere tutti i bruchi che potevo trovare per osservarne la trasformazione. Ma, per disegnarli e descriverli dal vero con tutti i loro colori, ho voluto esercitarmi anche nell’arte della pittura».

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Maria-Sibylla Merian, Rosa con esemplare di gracillaria, larva e pupa, acquerello su pergamena, 1679, Städel Museum, Frankfurt, © Foto: Städel Museum – U. Edelmann – Artothek

Maria-Sibylla pubblicò il suo primo volume di illustrazioni florali, Neues Blumenbuch, già nel 1675 a 28 anni. Nel 1679 pubblicava Der Raupen wunderbare Verwandlung und sonderbare Blumennahrung  (La meravigliosa trasformazione dei bruchi in farfalle e la loro curiosa alimentazione floreale) che divenne un vero successo editoriale discusso e consultato in tutti i salotti alla moda dell’aristocrazia tedesca che s’ispirava ai Philosophes francesi e alle salonnières bas-bleu parigine.

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Maria Sibylla Merian, Ciclamino Bianco, acquerello e tempera verde, rossa, arancione e bianca su pergamena, Städel Museum, Frankfurt, © Städel Museum – Artothek

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Maria-Sibylla Merian, Caimanus Crocodilus e Anilius Scytale, da “Metamorphosis insectorum Surinamensium”, Amsterdam 1705, Esemplare della Saechs. Landesbibliothek zu Dresden, Leipzig, Frankfurt a.M., © bpk / Staatsbibliothek zu Berlin / Ruth Schacht

Dopo anni vissuti in Germania tra Norimberga, Francoforte e Gottorp nell’Holstein nell’infelice matrimonio col mediocre pittore Johann Andreas Graff , la pittrice-entomologa si trasferisce in Frisia nella tenuta delle nobili beghine Aerssen van Sommelsdijck che ospitavano la comunità religiosa dei Labadisti (fondata nel 1669 dal francese Jean de Labadie: un irrgdto, composto, serioso mish-mash fra gesuitismo, giansenismo e calvinismo). Qui conosce e avvia rapporti intellettuali ed epistolari con personaggi quali l’Elettrice Sofia di Hannover, madre di re Giorgio I di Gran Bretagna; William Penn, il pioniere quacchero da cui prende nome l’americana Pennsylvania; il filosofo inglese John Locke. Nel 1691 va a vivere con le figlie ad Amsterdam, dove nel 1692 non solo conqustò il sospirato divorzio e la futura celebre pittrice di fiori Rachel Ruysch quale allieva ma soprattutto la figlia maggiore Johanna sposò il facoltoso mercante Jakob-Hendrik Herolt, fiorente imprenditore in Suriname, colonia olandese in America del Sud di cui all’epoca era Governatore proprio Cornelis van Aerssen van Sommelsdijck, nipote delle signorine labadiste e mecenate di Maria-Sibylla. E così finalmente, nel 1699, dopo decenni di pittura e di studi e altrettanti di successi, grazie all’appoggio del Governatore Sommelsdijck ottenne dalla città di Amsterdam il finanziamento ufficiale del viaggio in Suriname con la figlia minore Dorothea per studiare in cinque anni le nuove specie di fiori e di insetti tipiche delle Indie Occidentali. La nave salpava il 10 luglio 1699 e si trattò del primo viaggio espressamente concepito come spedizione scientifica.

Dei cinque anni previsti, madre e figlia ne trascorsero in Suriname solo due, a causa della malaria, ma la messe di animali e piante precedentemente sconosciuti all’interno del Suriname (con annotazione di caratteristiche, habitat, abitudini) e la loro denominazione scientifica con i nomi nativi americani fu straordinaria come l’avventurosa esplorazione del corso del fiume Suriname e la calorosa collaborazione degli indigeni amerindi che tutte portarono alla pubblicazione della sua opus magna, la citata Metamorphosis Insectorum Surinamensium, che rimane testo fondamentale per la storia dell’entomologia e le cui illustrazioni sono indiscussi e celebrati capolavori di pittura botanica. Lei stessa scrive nella Introduzione: «Realizzando quest’opera, non ho mirato al guadagno, contentandomi di rifarmi delle spese sostenute. Non ho badato a spese per eseguire quest’opera. Ho fatto incidere le tavole da un celebre maestro e ho procurato al libro la carta migliore per portare soddisfazione e piacere non solo agli amatori dell’arte ma anche agli amatori degli insetti e sono felice sentendo di aver raggiunto il mio scopo e di aver loro procurato quella gioia»

Rientrata ad Amsterdam, nei suoi ultimi anni, funestati da un ictus nel 1715 e dalle conseguenti difficoltà economiche (già nel 1699 per ulteriormente finanziare il viaggio in Suriname aveva venduto 255 sue opere) Maria-Sibylla ebbe la soddisfazione di ricevere nel 1716, poco prima della morte, l’omaggio personale del super eclettico zar di Russia Pietro il Grande, in visita ad Amsterdam ed ai cantieri navali olandesi, che dopo la sua morte acquistò un gran numero di suoi dipinti, oggi conservati nella collezione dell’antica Accademia di San Pietroburgo, fondata dallo stesso Pietro il Grande (Academia Scientiarum Imperialis Petropolitanae poi dal 1803 Académie Impériale des Sciences e dal 1925, spostata a Mosca, Accademia Russa delle Scienze).

Horti Anckelmanniani, Tom. I [II nicht nachgewiesen], Bll. 2v/3r - Der Barockgarten von Caspar Anckelmann in Hamburg
Hans Simon Holtzbecker [ante 1635 – 1671], Il Giardino barocco all’Italiana di Caspar Anckelmann (1634 – 1698) con al centro il proprietario e la moglie, ai lati i giardnieri, lacca opaca su pergamena, fra 1664 e 1671, cm 32,4 x 40,0 ;Kupferstichkabinett – Staatliche Museen zu Berlin, © bpk / Kupferstichkabinett, SMB / Joerg P. Anders
 

Immagine introduttiva

Maria Sibylla Merian, Petali di tulipani screziati, acquerello e lacca opaca su pergamena, Kupferstichkabinett – Staatliche Museen zu Berlin, © bpk / Kupferstichkabinett, SMB / Dietmar Katz