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Il Nettuno: realizzato allora, restaurando oggi

Il Nettuno di Giambologna (Jean de Boulogne, nato a Douai allora nelle Fiandre oggi in Francia: nulla perciò a che fare con la storia felsinea) è quella fontana sensuale, fisica, perfino corpulenta quanto splendida (parola banale ma altra non c’è)  che a Bologna, nella piazza omonima abbracciata da Piazza Maggiore da un lato e Piazza Re Enzo dall’altro, è simbolo della città secondo solo alle Due Torri. Dopo il primo restauro voluto a metà degli anni 1980 dall’allora Presidente degli Industriali bolognesi Giuseppe Gazzoni-Frascara (primo esempio di vero mecenatismo imprenditoriale) e realizzato da Giovanni Morigi, il più illustre dei restauratori di metalli almeno a livello europeo, è oggi di nuovo sotto i bisturi e le cure dei restauratori. In pochi anni inquinamento d’acque e di aria han fatto più danni di quattro secoli e cinque decenni (il 450° anniversario nel 2017).

Questo nuovo restauro dà l’opportunità di parlare del miglior libro finora realizzato sulla storia e le vicende storiche, artistiche, tecniche della statua bronzea, pubblicato lo scorso anno negli Stati Uniti  grazie anche alla cura e all’intervento di Francesco Ceccarelli, docente di Storia dell’Architettura all’Alma Mater Studiorum di Bologna. Ancor più grata è l’occasione per offrire affettuso ricordo ed omaggio di Andrea Santucci, amico e persona di delizia e fotografo di cuore e di pregio, improvissamente scomparso nell’estate del 2015, che al Nettuno molta seduzione di immagini dedicò, fra cui quella in apertura: inconsueta perché di spalle, e nebbiosa. Quindi – di contrasto alla statua – di sottilissimi e pallidi, evanescenti fascini inquieta.

Grazie a VISTASVirtual Images of Sculpture in Time and Space, la fondazione dedicata al sostegno degli studi sulla scultura europea dal Gotico al Barocco 1250-1780 creata da Hester Diamond, Jon Landau, Álvaro Saieh e Fabrizio Moretti, è uscito il tanto atteso volume di Richard J. Tuttle dedicato alla Fontana del Nettuno di Giambologna: The Neptune Fountain in Bologna. Bronze, Marble and Water in the Making of a Papal City con la curatela di Nadja Aksamija della Wesleyan University di Middletown, Connecticut e Francesco Ceccarelli dell’Alma Mater Studiorum, Università di Bologna ed arricchito dall’introduzione di Michael W. Cole (Columbia University) e dalla postfazione di Bruce Boucher (University of Virginia).

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Richard J. Tuttle (1941-2009), docente di Storia dell’Architettura del Rinascimento alla Tulane University e alla Università di Bologna, Fellow della American Academy in Rome e “Rudolf Wittkower Guest Professor” alla Bibliotheca Hertziana di Roma, è autore di studi di riferimento sulla Bologna rinascimentale e su Jacopo Barozzi il Vignola, Giulio Romano e Primaticcio e questo suo libro sulla Fontana del Nettuno di Bologna è frutto di uno studio decennale rimasto inedito alla sua morte.

Scultura bronzea imponente (oltreché seduttiva) di bellezza ed eleganza e sensuale di fisicità, la Fontana del Nettuno di Bologna è (accanto ad esempio al Compianto di Cristo Morto di Nicolò dell’Arca, alla Santa Cecilia di Raffaello, alla Cappella Bentivoglio di Francesco Francia) fra le pièces de résistance del patrimonio artistico rinascimentale della città. Tuttavia, il volume di Richard J. Tuttle, summa dei suoi anni di ricerca, bolognese e non, sulla scultura in bronzo, è la prima monografia completa dedicata a questo monumento iconico e identitario della città, eseguito fra 1563 e 1567 dallo scultore fiammingo Giambologna (nome con cui in Italia è noto Jean de Boulogne, nato a Douai, allora nelle Fiandre, nel 1529 e morto a Firenze, dopo anni di successi alla corte medicea, nel 1608) e dall’architetto Tommaso Laureti. Che la scultura fosse in bronzo (come sarà poi tipico dei capolavori del Giambologna e non in marmo), rientra nella tradizione bolognese, dove proibitivo per i trasporti era il marmo o gruppi marmorei scolpiti altrove e trasportati per mare subirono vicende romanzesche (come il gruppo di Alessandro Algardi con «La Decapitazione di San Paolo» della Cappella Spada in Santa Maria Maggiore che nel 1650 giungendo da Roma a Bologna via mare intorno alla penisola fu razziato dai pirati ai quali i principi Spada pagarono un ingente riscatto). Tuttle affronta per la prima volta e nel dettaglio tutte le problematiche progettuali, esecutive, visuali ed urbanistiche connesse alla creazione del Nettuno bolognese ed evidenzia la portata europea di quest’opera che si pone al vertice delle fontane pubbliche cinquecentesche.

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© Antonino Diano, settembre 2016

Basandosi su di un vastissimo corpus documentario e iconografico perlopiù poco noto o addirittura inedito che spazia dalle fonti archivistiche a quelle numismatiche, Tuttle illustra come la fontana sia il frutto di una felice collaborazione fra artisti di multiplo talento, capaci di sfruttare nel migliore dei modi la tecnologia idraulica del Rinascimento per realizzare uno strumento di rinnovo urbano carico di messaggi politici e simbolici. Questo fascinosissimo monumento fatto di marmo, bronzo ed acque zampillanti, ma nello stesso tempo terragno, fisico, possente, perfino conturbante (si narra che le autorità ecclesiastiche censurassero la troppo vistosa e muscolare nudità del Nettuno, atta a turbare le anime bolognesi femminili e non, e perfino le dimensioni del suo “onore virile” che lo scultore dovette immodestire) è infatti al centro di una complessa sequenza di interventi papali che avrebbero fissato l’assetto architettonico della seconda città dello Stato della Chiesa per tutta l’età moderna e contemporanea. Merito di Tuttle, prim’ancora di chiarire il ruolo fondamentale di Tommaso Laureti come architetto-regista e di evidenziare la stretta benché burrascosa collaborazione fra i due artisti, è prendere in contemporanea considerazione architettura, scultura e idraulica (cruciale la trattazione della costruzione del nuovo acquedotto per portare l’acqua alla fontana con le opere architettoniche connesse, in primis le Cisterne di Valverde e di Remondato) inserendole nella complessa e sfaccettata cornice urbanistica e politica che comprende la storia della apertura della Piazza del Nettuno in quel cuore della città dove da sempre si affrontavano le istanze automiste locali e il potentato ecclesiastico.

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Hendrik Goltzius, Ritratto di Jean de Boulogne (Giambologna), carboncino e acquerello, 1591, Teylers Museum, Haarlem, Paesi Bassi

Richard J. Tuttle, The Neptune Fountain in Bologna. Bronze, Marble and Water in the Making of a Papal City, a cura di Nadja Aksamija (Wesleyan University) e Francesco Ceccarelli (Università di Bologna), introduzione di Michael W. Cole (Columbia University) e postfazione di Bruce Boucher (University of Virginia), pp. 250, illustrazioni a colori 150, VISTAS- Harvey Miller/Brepols, 2015

 

Dispetti d’Autore

Ripropongo qui lo scambio di “battute” fra chi scrive e il professor Renato Barilli, docente emerito dell’Alma Mater Studiorum Universtà di Bologna, a proposito di una sua scelta curatoriale all’interno della mostra da lui realizzata «Bologna dopo Morandi 1945-2015» (a Palazzo Fava-Genus Bononiae , Bologna, fino all’8 gennaio), scelta che tanta perplessità (perfino incredula) quanto allibito scalpore ha suscitato fra tutti gli addetti ai lavori, bolognesi ed italiani.

I primi due interventi sono il mio articolo per la versione web de “Il Giornale dell’Arte” e la replica del professor Barilli (nella rubrica “Dear Sir”… ma non per questo propriamente polite) . Il terzo è la mia personale controreplica allo stesso Barilli ma finora inedita perché “Il Giornale dell’Arte” ha ritenuto opportuno non pubblicarla…

 

1.

Querelle bolognese: Barilli, Calzolari e l’improvvisa riscoperta di Bendini

Bologna. È querelle fra Renato Barilli, storico ottuagenario critico dell’arte contemporanea, e l’artista Pier Paolo Calzolari, fra gli esponenti più apprezzati a livello mondiale della pittura italiana della seconda metà del XX secolo. A suscitare il vespaio è la mostra «Bologna dopo Morandi 1945-2015», a Palazzo Fava-Genus Bononiae fino all’8 gennaio, curata da Renato Barilli.
La mostra è suddivisa in tante differenti «stazioni» a segnare le tappe fondamentali dell’iter evolutivo e creativo della pittura bolognese appunto dal 1945 ad oggi. Fin dall’apertura, il 23 settembre scorso, ha suscitato perplessità la «dedicazione» della «Stazione VI», centrale agli anni 1960 a loro volta centralissimi nella formazione dello scenario pittorico bolognese, alla figura del, peraltro valido, pittore Vasco Bendini, presentata come motore e fulcro propositivo di una scuola di giovani artisti a seguire che da lui e dalla sua attività allo «Studio Bentivoglio» (due locali di vaste dimensioni, quelli che allora venivano chiamati un «cantinone» e oggi invece «open space», al pianterreno di Palazzo Bentivoglio «al Guasto») avrebbero tratto impulso e ispirazione. Presentazione e status voluti fermamente dal curatore Barilli, ma che se da un lato lasciano stupiti, perché negli annali critici mai a Bendini venne riconosciuto ruolo tanto «rivoluzionario» e antesignano (smentito peraltro anche dalla sua stessa opera pittorica), dall’altro urta incontrovertibilmente contro una realtà storica indefettibile, come testimonia il critico e storico dell’arte Antonio Napoletano che dello Studio Bentivoglio fu dapprima esponente creativo quale giovane artista e poi soprattutto puntuale cronachista tanto da esserne oggi l’incontestata memoria storica.
A fondare lo «Studio Bentivoglio» nel 1965, fu senza possibili dubbi o contestazioni l’allora giovanissimo Pier Paolo Calzolari (1943). Infervorato esploratore di messaggi artistici di un panorama internazionale allora assai poco frequentato, Calzolari (a conoscenza di quanto andava creando a New York Andy Warhol con The Factory) lancia in quella Bologna ancora sonnolenta di conformismi fra il veteroborghese e l’osservanza di partito l’idea di un laboratorio di artisti giovani, di creatività innovativa e irriverente, che si cimentino in nuove interpretazioni ed espressioni dell’arte (sono appunto di questi anni e in questo contesto i primi italici esempi di performance). Lo testimoniano la letteratura critica dell’epoca, i cataloghi delle mostre, perfino l’affitto dei locali, intestato a Calzolari. Unica presenza documentata di Vasco Bendini a calpestare quegli spazi dello Studio Bentivoglio in via delle Moline è la mostra del settembre 1967 (curata da Francesco Arcangeli). Dopo quella mostra, per Bendini, nello scantinato di Palazzo Bentivoglio, se non il diluvio senza dubbio il silenzio.
Ma Barilli non demorde e, se accetta di buon viso che sia rimosso e sostituito dall’organizzazione della mostra il pannello esplicativo inneggiante a Bendini, rincara la dose reiterando e confermando l’esistenza di una (finora inaudita) «Scuola di Palazzo Bentivoglio» di cui Bendini era capofila e mentore e spingendosi ad affermare che Calzolari aveva semplicemente il ruolo di pagare l’affitto… Per Calzolari è giustamente troppo e decide il ritiro dell’opera esposta, il dittico «Senza Titolo», in sale e piombo, del 1986 (in apertura)
A seguire, irritato scambio di lettere fra legali e garrule illazioni sulla stampa. Unica autorizzata dall’artista, questa che di Calzolari e del critico Antonio Napoletano appunto riporta l’opinione.
Al di là del puro fatto di cronaca e della disquisizione di critica e storiografia artistica, ma dalla cronaca e da quella che ormai è divenuta storia dell’arte e della critica d’arte partendo, viene da domandarsi come mai Renato Barilli, dopo decenni di assoluta indifferenza e totale trascuranza, riscopra improvvisamente, «out of the blue», Vasco Bendini, scrivendo una recensione encomiastica sull’«Unità» della mostra delle ultime opere (2000-2013) di Bendini a Roma all’Accademia di San Luca a Roma (30 maggio-1°ottobre) e facendone addirittura, in questa mostra a Palazzo Fava, la chiave di volta di tutta la pittura bolognese della seconda metà del Novecento e il fil rouge che ne lega gli artisti da Morandi in poi.
C’è di che porsi l’antico «Cui prodest»? E si potrebbe maliziosamente ipotizzare la volontà di riagganciare un artista oggettivamente non frequentatissimo dalla critica né favorito dal mercato a quei movimenti della Pittura italiana fra Novecento e terzo millennio in questo periodo così ravvivati dalla critica mondiale e rivalutati soprattutto sui mercati internazionali.

di Giovanni Pellinghelli del Monticello, edizione online, 6 ottobre 2016

2.

Renato Barilli: presentai Vasco Bendini già nel 1961 all’Attico

Ho letto sul «Giornale dell’arte», edizione online, un articolo di tale Giovanni Pellinghelli del Monticello, a proposito della mostra da me curata «Bologna dopo Morandi», in atto al Palazzo Fava della città felsinea. In esso si trovano alcune asserzioni del tutto contestabili o addirittura fallaci.
L’articolista critica un mio punto cardine dell’esposizione, il fatto che sul finire degli anni Sessanta sia esistito uno Studio Bentivoglio, in cui la presenza allora dominante era quella di Vasco Bendini, mentre, semmai, questa supremazia sarebbe da riservare all’allora giovanissimo Pier Paolo Calzolari. Ma non è questo l’aspetto più irritante dell’articolo in questione. Lo spazio da riservarsi a quel momento nella vita dell’arte bolognese è ormai consegnato alla storiografia e al relativo dibattito, potrei allegare la testimonianza dei miei concittadini che allora «c’erano» e frequentavano quelle stanze, a cominciare da me stesso, oppure potrei avvalermi dell’alta autorità di Maurizio Calvesi. Ma sono appunto questioni da riservare a un dibattito, come succede in tanti altri casi. Del resto faccio notare che nel catalogo e in tutta la segnaletica della mostra ho trattato Calzolari col massimo rispetto, dichiarando che proprio da quel luogo ha preso l’avvio la sua carriera di efficace membro dell’Arte povera, da me sempre riconosciuta. Peraltro, a rendere perentoria la situazione di allora, stavano fatti anagrafici, Bendini era un quarantenne già pienamente riconosciuto a livello nazionale, mentre il giovane Calzolari si trovava appena al nastro di partenza.
Il discorso del Pellinghelli diviene offensivo, fino a meritarsi una denuncia per diffamazione, quando insinua che il mio sostegno critico verso Bendini sia un fatto del tutto recente, e addirittura sospetto, Di che cosa? Di un coinvolgimento di mercato? In proposito devo ricordare al distratto autore che ho presentato Vasco già in una importante sua personale romana all’Attico nel 1961, con uno scritto molto impegnativo che si può leggere nel primo dei due volumetti Feltrinelli Informale oggetto comportamento. La prova decisiva della mia considerazione sempre rivolta a questo artista si è avuta alla Biennale di Venezia del 1972, dove accanto a Francesco Arcangeli ho curato il fronte dei sei adepti del comportamento, tra cui proprio Bendini, assieme a Poveristi di grande spicco come Merz e Fabro, e a brillanti appartenenti a diverse situazioni come Franco Vaccari e Gino De Dominicis. In quel momento non avrei potuto inserire anche Calzolari, in quanto non aveva ancora sviluppato appieno le sue peraltro eccellenti prerogative. Devo dire che in quell’occasione Bendini fece già un passo indietro, ritornando al suo più consueto esercizio di una pittura finissima e inesauribile in abili varianti. Nel lungo arco temporale fino a una recente mostra romana non ho mancato di rendergli ripetute testimonianze di stima e di vicinanza, sia sull’«Espresso», quando ne ero contitolare della rubrica d’arte a fianco del grande Argan, sia sull’«Unità», in anni precedenti all’attuale gestione. Pertanto, il pezzo a lui dedicato qualche mese fa non è affatto uno strano e improvviso interessamento, è invece la conferma di un consenso via via ribadito sul filo degli anni. Trovo poi, appunto, ingiuriosa l’insinuazione che a esprimere tanta adesione sia stato un interesse estraneo. In vita mia, non mi è mai capitato né di acquistare né di vendere opere d’arte, mi tengo ancora religiosamente quelle donatemi da Vasco a testimonianza di una indefettibile stima reciproca.

3.

Leggo con un sorriso l’irosa replica del professor Renato Barilli al mio scritto sulla mostra a Palazzo Fava a Bologna, lo Studio Bentivoglio e PierPaolo Calzolari.

Se non fossi contraddistinto dall’ironia e dall’aisance du bon ton , soprattutto, che mi sono universalmente riconosciuti, potrei voler controbattere all’incipit della professorale rimostranza. Invece, poiché il Carneade sono io e perciò giustamente modesto e cosciente dei miei limiti e della vanitas vanitatum, in attesa di dare voce a Pier Paolo Calzolari (di cui peraltro già il precedente mio intervento riportava in modo esplicito l’opinione) che della sua creatura di avanguardia artistica in pieni anni 1960 ispirata alla Factory newyorkese di Andy Warhol, lo Studio Bentivoglio appunto, dal Professor Barilli è stato (a torto o a ragione) scippato, ad essa aggiungendo i commentari di un altro importante storico e critico dell’arte del Secondo Novecento in Italia, mi limito invece ad alcune repliche di tono, per così dire, salottiero e mondano.

In primo luogo, il tanto vituperato interrogativo di cui il Professor Barilli si sente oltraggiato, si trova inserito fra un «C’è di che domandarsi» (che era stato forse un “ci sarebbe”, eliminato poi per non letterariamente affastellare di condizionali la prosa) ed un vistoso punto di domanda (che non può né deve essere riferito alla frase latina, in quanto il Latino ignora la punteggiatura) a cui in originale si aggiungeva, ad alleggerirne il peso, anche un non casuale «Hony Soit Qui Mal Y Pense» (questo però cassato dall’Editore, che tutto legge di quel che si produce tanto di cartaceo quanto on line e che spesso mi castiga per l’uso di espressioni straniere nel mio fraseggio). Quindi era più che dubitativa interrogazione, benché allo stesso modo giustificata dalla perpetrata assenza di barilliana attenzione all’artista Bendini in cinquant’anni di illustre carriera critica. E non dica il Professor Barilli che tre, (dicasi tre…) interventi critici in appunto 10 lustri ed oltre di militanza sugli spalti della critica d’arte italiana valgano a trasformare Vasco Bendini in autore dallo stesso Professor Barilli prediletto, seguito, commentato, recensito.

A maggior ragione mi sento confortato nel mio scrivere, e non me ne voglia ulteriormente il Professor Barilli, dal fatto che quell’interrogativo non è stato solo mio ma di quasi tutto il parterre di critici, artisti, studiosi, galleristi, giornalisti, archivisti, uscieri e chiunque altro addetto ai lavori dell’Arte Moderna Bolognese.

«Vox Populi Vox Dei», insomma. E non me ne si faccia colpa personale ed esclusiva, tanto più che la perplessità nasce spontanea leggendo, in fila come in un’addizione, gli addendi della “quaestio”: Calzolari riconosciuto fra i più validi artisti italiani del Secondo Novecento Italiano e in particolare degli 1960-1975 + rivalutazione critica ed economica a livello mondiale di questi momenti artistici e dei loro maggiori esponenti + comparsa di un inedito Bendini nel ruolo di caposcuola di un movimento di quel contesto che invece, dalla sua nascita, unanimemente a PierPaolo Calzolari viene a far capo…

Perciò, e qui lo ripeto nulla togliendo all’adamantina figura (detto senza ironia alcuna) del Professor Barilli, l’interrogativo appare di legittima e incuriosita e perfino, proprio per esserne il Professor Barilli protagonista, stupefatta perplessità.

Immagine: © Galleria de’Foscherari, Bologna – PierPaolo Calzolari

L’Art Déco e il suo collezionista segreto

Il 21 e 22 novembre Sotheby’s Paris presenta la collezione di opere Art Déco di Henri Chwast, uno dei pionieri del collezionismo che dall’Art Déco degli anni 1920 si estende alle arti decorative del Modernismo ed alla pittura figurativa dei primi decenni del Novecento. Collezionista riservatissimo e discreto, perfino schivo, noto solo ai principali mercanti parigini e ai collezionisti suoi pari, Henri Chwast (di origine centroeuropea e belga e sempre, per tradizione familiare, attivo nel settore tessile) è morto circa 25 anni fa e da allora la sua collezione è rimasta intatta e ferma nel tempo: circa 60 opere create da un piccolo numero di artisti di prima scelta, da Clément Rousseau e Pierre Chareau ad Eileeen Gray e Bernard Boutet de Monvel.

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Nel 1972, in occasione della vendita della mitica raccolta di Jacques Doucet, Henri Chwast si strinse d’amicizia con il celebre collezionista specialista di Art Déco Alain Lesieutre che subito lo introdusse nel ristretto circolo di appassionati, quasi una sorta di società segreta, a cominciare da Félix Marcilhac (di cui divenne amico di famiglia) a Bob e Cheska Vallois e a tutto l’entourage della celebre Galerie du Luxembourg, galleria simbolo dell’Art Déco, e di quelle di Maria de Beyrie e di Anne-Sophie Duval.

Chwast ha raccolto i pezzi della sua collezione con rigore filologico secondo i criteri di rarità e opera unica, di emblematicità del movimento artistico di riferimento, della provenienza illustre, in una fusione mirata a cogliere l’essenza della ricerca estetica del 1920, tra lusso e modernismo e rendere in filigrana lo scenario dei maggiori artisti dell’Art Déco, dei suoi più importanti committenti (Madame Agnès, Madame Jean Henri-Labourdette, il Maharajah di Indore), dei mercanti più influenti e dei collezionisti più illustri: appunto i citati Félix Marcilhac, Alain Lesieutre, Maria de Beyrie, Bob e Cheska Vallois fino a Karl Lagerfeld.

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Jean Dunand, Camino Cubista e Ritratto di Madame Agnès

La sessantina di opere della collezione spaziano da Jean Dunand con 7 creazioni fra cui il Camino del 1926 con decoro a motivi geometrici di ispirazione cubista in lacca nera, rossa e bruna e incrostazioni di guscio d’uovo, già di proprietà di Monsieur e Madame Jean Henri-Labourdette e transitata nella Galerie du Luxembourg (stima: € 200.000-300.000) e il ritratto di Madame Agnès, del 1926, olio su tela con lacca, guscio d’uovo, avorio, oro e argento (€100.000-150.000), ad Eileen Gray, designer

 

donna fra i più illustri del XX secolo dalle opere rarissime sul mercato, con il vaso pezzo-unico del 1920, in legno di pino e vernice arancio, realizzato per i coniugi Jean Henri-Labourdette (€250.000-350.000) e la scrivania del 1919-1922, già nella mostra dedicata a Gray al Victoria&Albert Museum di Londra e al Moma di New York nel 1979-1980, in rovere trattato alla biacca e annerito, sicomoro e avorio, con due cassetti laterali a ventaglio, €250.000-350.000, pezzi ambedue ineriti come cifra stilistica dell’artrista nel Catalogue Raisonné d Eileen Gray curato da Patrice Le Fay d’Extepare d’Ibarrola, l’ebanista italiano Carlo Bugatti, padre dell’Ettore creatore delle omonime automobili status-symbol di quegli stessi anni 1920 con due sedie «Cobra» del 1902 (€ 100.000-150.000) e poi Clément Rousseau con 3 opere fra cui la commode policroma in ebano di Macassar, bois-de-violette, pelle di squalo «galuchat» tinta in bianco e verde, intarsi in madreperla e avorio (€250.000-350.000) e Bernard Boutet de Monvel con il primo Ritratto del Maharajah di Indore (€200.000-300.000), la cui seconda versione, del 1934, ha battuto il record d’artista a €2.499.000 alla stessa Sotheby’s Paris nell’aprile 2016, fino a Pierre Chareau, presente con 5 opere emblematiche fra cui 2 versioni della lampada «La Religieuse» (€300.000-500.000 ciascuna).

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Clément Rousseau, Commode policroma in ebano di Macassar, bois-de-violette, pelle di squalo «galuchat» tinta in bianco e verde, intarsi in madreperla e avorio

 

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Bernard Boutet de Monvel, Ritratto del Maharajah di Indore (I), 1925 circa
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Pierre Chareau, La Réligieuse, alabastro, mogano, metallo, circa 1928

Di tutta la collezione e dei poli fra cui oscillava come un pendolo il gusto di Henri Chwast, restano iconici due pezzi: l’Art Déco col già menzionato Camino Cubista di Jean Dunand e il Modernismo con la scrivania e sgabello in legno di rosa e ferro brunito di Pierre Chareau (€ 200.000-300.000). Questi oggetti esplicitano appieno lo spirito della ricerca di collezionista di Henri Chwast: mostrare la transizione avvenuta nel corso degli anni 1920 dagli oggetti di lusso, realizzati in materiali preziosi, ricercati, stravaganti (le lacche, la pelle di zigrino, il guscio d’uovo, l’avorio i legni più preziosi come ebano, palissandro, legno di rosa e bois-de-violette) alle forme e figurazioni del Modernismo in cui la ricerca formale prende (quasi sempre) il sopravvento sui materiali dei pezzi d’arredamento (legni preziosi ma anche metalli umili come il ferro).

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Immagini © Sotheby’s Paris

Ancora dame. Ancora turbanti alla turca

gpm-gda-05-2015-aimee-ng-frick-schiava-turca-aimee-ngEra  fresca di nomina ad Associate Curator for Old Masters alla Frick Collection di New York Aimée Ng (nella foto, ©The Frick Collection, 2014, Michael Bodycomb), quando ideò la One-Piece-Exhibition (la mostra di un solo quadro, così di moda e così apprezzata negli ultimi tempi) The Poetry of Parmigianino’s «Schiava Turca», dal 13 maggio al 20 luglio 2014 nella Oval Gallery della Frick Collection, i cui studi fissano ancora oggi lo “stato dell’arte” sul discusso soggetto del quadro.

 

La Schiava Turca opera del 1532, di Francesco Mazzola il Parmigianino (1503-1540), olio su tavola, cm68x53 (© GNP) è fra i tesori della Galleria Nazionale di Parma, città che la vide realizzata ed in cui tornò solo nel 1928 dopo secolare permanenza fiorentina, perché prima nella spettacolare quadreria del cardinale Leopoldo de’ Medici (1617-1675) e poi esposta agli Uffizi già nel 1704. Proprio nell’occasione della mostra Aimée Ng ha approfondito l’analisi dell’interpretazione e identificazione di quest’enigmatico ritratto, così denso di quei richiami iconologici reconditi tanto cari al Manierismo italiano.

Di “schiava turca” certamente non si tratta, anche perché l’acconciatura, che pur potrebbe avere sembianza turchesca di turbante, è in realtà un «balzo», un torchon di seta legato da rete d’oro ch’era stata creazione tutta originale dell’estro d’abbigliarsi della “Divina” del Rinascimento Italiano: Isabella d’Este (si veda il ritratto di Tiziano del 1534-1536 al KunstHistorisches Museum di Vienna, sotto) e perciò assai di moda nelle corti padane  e italiane nella prima metà del Cinquecento e presente in vari ritratti di quei decenni.

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Proprio da quel copricapo così sfarzoso e opulento prende il via l’analisi di Aimée Ng: il «balzo» reca al centro un cammeo con una figura di cavallo e, più che richiamo d’araldica alla famiglia padana Cavalli, in esso si deve invece riconoscere Pegaso, il cavallo alato simbolo mitologico dell’ispirazione poetica. Nella “Schiava” va dunque identificata una dama poetessa delle corti padane fra Parma, Ferrara e Mantova. Quale dunque, far le molte che animavano d’eleganza, versi e storie amorose le già vivaci vicende cortigiane di quei decenni?

Barbara Torelli (1474-1533), vedova di Ercole Strozzi (esule fiorentino e cortigiano servizievole di messaggi d’amore fra i cognati Francesco Gonzaga a Mantova e Lucrezia Borgia a Ferrara) e poetessa celebre per il sonetto in memoria dello sposo assassinato? Troppo vecchia.

Giulia Gonzaga contessa di Fondi (1513-1566, nel ritratto attribuito a Tiziano, in collezione privata, sotto a sinistra), anagraficamente perfetta ma sposa a 13 anni nel regno di Napoli e soprattutto mai poetessa bensì vedova quasi bisbetica e certo rigidina, di simpatie addirittura sociniane e calviniste, di cui s’andò inutilmente e quanto disavvedutamente – figurarsi un po’! – a innamorare proprio il fascinosissimo sciupafemmine cardinale Ippolito d’Este il Giovane!

Se Tullia d’Aragona (1510-1556, sopra a destra nel presunto ritratto di Scuola Romana), figlia naturale della cortigiana ferrarese Giulia Campana e del cardinale Luigi d’Aragona e cugina del duca Alfonso di Ferrara, appare la più idonea per bellezza e lusso di vesti, nonchè per essere poetessa di fama (nel 1547 pubblicò dedicandola a Cosimo I de’ Medici, allora Duca di Firenze e futuro Granduca di Toscana, la sua opera più famosa, il Dialogo della infinità d’amore, mentre alla moglie di Cosimo, Eleonora Àlvarez de Toledo, sua amica e protettrice sono dedicate nello stesso 1547 le Rime), visse però a Ferrara solo fra il 1534 e il 1537 e i tempi non coincidono con l’attività di Parmigianino.

La bolognese Cecilia Gozzadini, figlia di quella Costanza Rangoni Gozzadini nel 1530 ritratta ancora da Parmigianino (Vienna, KunstHistorisches Museum) con identica «capigliara» (altro nome del balzo)? Brutta la madre Costanza e geograficamente incoerente la figlia.

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Parmagianino, Costanza Rangoni Gozzadini, olio su tela, 1530, Vienna KHM

La più probabile, conclude Aimèe Ng, resta per la sua notoria fama poetica e di ricercatezze iconologiche e vaghezze culturali,  Veronica Gàmbara (1485-1550), contessa di Correggio e amica intensa di Pietro Bembo, il poeta più celebrato del tempo e amante platonico (o magari no…) dell’ineffabile Duchessa di Ferrara Lucrezia Borgia alla quale dedicò il suo poema gli Asolani, che appunto l’alato cavallo Pegaso usava come propria “impresa”. Certo neppure lei nel 1532 era nel fiore dell’età: nel Ritratto di dama, all’Hermitage di San Pietroburgo,  Correggio la ritrae tra il 1517 e il 1520 in un’opera di elevata eleganza stilistica, firmata con la colta latinizzazione del suo nome: Anton(ius) Laet (us), ma della Schiava Turca altrettanto enigmatica (tant’è che potrebbe essere anche un’altra primadonna del Rinascimento Padano: Ginevra Rangoni). L’opera rimane tuttavia iconologicamente convincente per la nomea sofisticata della Contessa di Correggio e iconograficamente per quel naso un po’ lungo e sottile che contraddistingue entrambe, lei e la “Schiava” che schiava non è… Se Veronica era troppa agée, allora certamente l’abile Parmigianino garbatamente e galantemente con cura la rinfresca, rimpolpa e ringiovanisce. Certo è che allo studio di Aimée Ng appare però sfuggire quel ritratto di giovane donna, di qualità altera e assai bello e ancor più vicino per sembianze alla dama con-turbante di Parmigianino che sarebbe il più suadente per un’identificazione fra le due: stesso copricapo e acconciatura, stessa ricercata e dispendiosa eleganza di sete fruscianti e vellicose pellicce e piumaggi, stessa espressione fra il sussiegoso e l’ammiccante: quel Ritratto di Signora con “balzo” di Bernardino Luini, del 1517-1518 (o forse perfino più tardo, del 1525 e perciò d’ipotesi ancor più consistente) alla National Gallery di Washington, che così coerente come figurazione, abbigliamento e tratti del viso a perfezione risolverebbe il busillis.  Ma anche di quello, ancora una volta, si ignora il nome della dama ritratta.

 

 

 

Picasso conteso, bucato, tirato e strattonato

Dopo il Belvedere di Vienna (che nel giugno 2015 ha dovuto vendere in asta da Sotheby’s London con un risultato di quasi 25milioni di sterline il ritratto di Gertha Baruch Edle von Felsőványi née Loew, opera del 1902 di Gustav Klimt, commissionato all’artista viennese dal banchiere ebreo ungherese padre della giovane donna ritratta, poi moglie di un altro nobilitato banchiere di stirpe ebraica, acquistato forzosamente da un ufficiale tedesco nel 1941 e qualche anno fa reclamato dagli eredi dalla famiglia – tocca al Metropolitan Museum di New York.

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Gustav Klimt, Gertha Baruch, olio su tela, 1902, già Palais Belvedere, Wien, oggi collezione privata.

Un mese fa, l’ormai annosa disputa che oppone gli eredi dell’uomo d’affari ebreo-tedesco Paul-Friedrich Leffmann (guidati dalla bispronipote Laurel Zuckerman, amministratore fiduciario del patrimonio Leffmann) al Metropolitan Museum si è trasformata in causa legale a pieno titolo con la registrazione della citazione in giudizio del Metropolitan Museum of Art da parte degli eredi Leffmann a rivendicare la legittima proprietà di uno dei più preziosi capolavori del museo newyorkese: L’Acteur di Picasso, olio su tela del Periodo Rosa, 1904-1905 (figura maschile ritratta nell’abbigliamento e nella gestualità tipici del Picasso inizio secolo nel rappresentare il mondo teatrale di acrobati, artisti di strada e saltimbanchi).

Laurel Zuckerman sostiene infatti la provenienza illegittima dell’opera al museo in quanto Paul-Friedrich ed Alice Leffmann furono costretti a vendere l’opera ad un prezzo ridicolo a causa delle persecuzioni naziste. I coniugi Leffmann avevano acquistato L’Acteur nell’aprile 1912, tramite l’amico e celebre gallerista Otto Feldmann titolare del Rheinische Kunstsalon di Colonia, dalle mani del primo proprietario Frank Burty Haviland, ricco pittore americano amico personale di Pablo Picasso, e da loro l’opera era stata per la prima volta esposta al pubblico nella celebre Internationale Kunstausstellung des Sonderbundes westdeutscher Kunstfreunde und Künstler del maggio 1912, che con 634 opere (107 del solo van Gogh) raccolse tutto il meglio e l’eccezionale della pittura di quei decenni.

Secondo gli atti depositati alla Corte Distrettuale degli Stati Uniti del Southern District di New York (la più potente della Grande Mela, quella della serie TV «Billions», per intendersi), l’inasprirsi nel 1936 delle leggi razziali naziste impose a Paul Leffmann e alla moglie la vendita di imprese e dimore di famiglia a Colonia nonché della loro collezione di objets d’art e di opere d’arte prima di fuggire nel 1937 in Italia, allora considerata rifugio sicuro data la legislazione in quegli anni particolarmente favorevole agli stranieri residenti (così da tutelare in base al Principio di Reciprocità, fra i punti fondanti del Diritto Pubblico Internazionale, i milioni di emigrati italiani all’estero).

Ma anche in Italia le leggi razziali, come ben si sa, erano in agguato.

I Leffmann quindi, prima di lasciare l’Italia nell’estate 1938 per la Svizzera e con l’intenzione di raggiungere il Brasile, per finanziare la loro fuga vendettero il quadro nel giugno 1938 alla Galerie Käte Perls di Parigi (proprietà dei famosi galleristi berlinesi Hugo e Käte Perls, rifugiatisi anch’essi a Parigi nel 1931 a seguito dell’affermarsi del Nazismo) per l’anche allora ridicola somma di 12.000 dollari. Da allora in poi e in una manciata d’anni, proprio tramite quei mercanti d’arte ebrei che, nonostante la loro etnia, lucrarono ampiamente dalle persecuzioni naziste, L’Acteur passò per 13.200 dollari prima alla Galerie Paul Rosenberg di Parigi, poi alle consorelle Rosenberg & Helft Gallery di Londra e Paul Rosenberg & Co. di New York. Qui nel 1939 fu prestato dalla galleria allo stesso Metropolitan con un premio assicurativo di 18.000 dollari (quindi 50% in più dell’originale prezzo di acquisto) e nel novembre 1941 fu ceduto a Charles Henschel della galleria M. Knoedler & Co., sempre di New York. Fu questi a venderla immediatamente a Thelma Chrysler Foy (1902-1957, figlia primogenita del magnate delle automobili Walter Chrysler Sr., preziosa collezionista d’arte europea, specializzata nel Settecento freancese, e negli anni 1950 più volte shorlisted fra le donne più eleganti del mondo) per 22.500 dollari, un prezzo ancora una volta irrisorio (anche se del 70% superiore alla somma ricevuta dai proprietari originali) e che secondo gli eredi Leffmann dimostra chiaramente l’iniquità dell’intera serie di transazioni commerciali.

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Mrs. Byron Foy, née Thelma Irene Chrysler (1902-1957)

Thelma Chrysler Foy donò infine nel 1952 L’Acteur al Metropolitan Museum, dove è rimasto in esposizione da allora. Curioso tuttavia che la scheda di provenienza dell’opera, che prima recitava semplicemente «Collezionista anonimo tedesco fino al 1938. Dono di Mrs. Thelma Irene Chrysler Foy nel 1952», solo di recente si diffonda ampiamente su tutta la tormentata storia del quadro.

Inoltre, non è la prima che L’Acteur va ad occupare le prime pagine dei giornali: nel gennaio 2010, una visitatrice del museo cadde accidentalmente addosso al quadro, procurando alla tela uno squarcio della lunghezza di oltre 15 cm. Venne restaurato in tutta fretta e in tempo per comparire alla grande mostra dedicata a Picasso nell’aprile dello stesso anno (il “curioso” incidente alimentò tuttavia la leggenda che il quadro contenga una duplice opera e che il soggetto attuale sia stato ridipinto da Picasso sopra un’altra figura…).

Dal 2010 gli eredi Leffmann hanno affrontato la spinosa questione con il Metropolitan Museum che, dopo aver per anni praticamente rifiutato di prendere seriamente in considerazione ogni loro richiesta, solo nel 2011 ha ufficialmente riconosciuto l’originaria proprietà Leffmann mentre gli avvocati della famiglia ritengono colpa grave del Museo non aver considerato che l’opera – data la sua notorietà e la presenza nella celebre mostra del 1912 – potesse essere stata proprietà di un esule ebreo, costretto a cedere il quadro per cause di forza maggiore quali la persecuzione nazista e fascista e perciò tali da invalidare la vendita.

Viceversa, il Metropolitan ha strenuamente negato qualsiasi fondamento legale delle richieste degli eredi Leffmann, affermando che la vendita del 1938 avvenne per equo controvalore di mercato e non in condizioni di coercizione, che anzi il prezzo pagato dalla Galerie Käte Perls di Parigi «era più alto rispetto a qualsiasi altra prezzo di opera di Picasso venduta da un collezionista ad un gallerista nel corso degli anni 1930» e che in ogni caso, i termini per avanzare qualsiasi pretesa erano ampiamente scaduti, perché il diritto di rivendicazione andava esercitato nell’immediato Dopoguerra, mentre Laurel Zuckerman, amministratore del patrimonio Leffmann, ha contattato il museo solo nel 2005.

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Karl Schmidt-Rottluff, Nudo, olio su tela, 1914. Courtesy The Neue Galerie, New York

Non costituisce certo un buon precedente per il Metropolitan non solo il caso del Klimt del Belvedere ma anche, di fine settembre 2016, la restituzione e il riacquisto da parte della Neue Galerie, sempre di New York, di un’opera (il Nudo del 1914 dell’espressionista tedesco Karl Schmidt-Rottluff, che a Dresda nel 1905 aveva fondato con Ernst Ludwig Kirchner, Fritz Bleyl e Erich Heckel il primo gruppo espressionista Die Brücke) dopo che ne aveva appresa la controversa provenienza collegata alle persecuzioni razziali naziste: infatti il quadro, di proprietà del collezionista e industriale calzaturiero ebreo-tedesco Alfred Hess e della moglie Tekla, risultava scomparso dal momento in cui i coniugi Hess erano fuggiti in Gran Bretagna nel 1939.

Quanto a L’Acteur di Picasso, gli eredi Leffmann richiedono la restituzione dell’opera o un indennizzo di 100milioni di dollari (poco, a ben vedere, date le quotazioni che un’opera di questo pregio e con alle spalle una storia “titolata” come  questa potrebbe raggiungere in asta delle Majors a New York… almeno 150milioni di dollari… ).

La saga dei quadri trafugati dai Nazisti e ritrovati in qualche museo o colelzione privata, grandi o piccoli, famosi o sperduti, continua.

Squilibri di moda

Gli squilibri della moda… The Hon. Daphne Guinness, già Mrs. Spiros Niarchos, icona fashion fra Manhattan, Mayfair e Place Vendôme (ma anche stilista, collezionista d’arte contemporanea, produttrice cinematografica e attrice ella stessa) a braccetto del “Nouveau-Philisophe” e millionaire Bernard-Henri Lévy (fidanzati da tempo, ufficialemente separatisi ma chissà…) a passeggio  per Londra.

A occhio in una laterale di New Bond Street, ovviamente.

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Un’occhiata attenta alle sue scarpe, spiega il perché l’alta (cm173) e bella aristocratica Daphne Guinness (nata il 9 Novembre 1967: Happy Birthday!) abbia qualche problema di equilibrata e disinvolta deambulazione…

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Daphne Guinness all’inaugurazione della mostra “Daphne Guiness” al Museum of Fashion Institute Technology, NYC, 15 Settembre 2011 ©Museum of FIT&Eileen Costa

Si tratta delle celebri creazioni acrobatiche del giapponese Noritaka Tatehana, lo stilista di Lady Gaga (che già nel 2011 ne possedeva 14 paia…un nome, una garanzia!) di cui Daphne Guinnes è, più ancora che appassionata, Official Testimonial, come dimostra il servizio apparso su Tatler Hong Kong (aprile 2012, foto © Markus+Indrani)

Piacciano o non piacciano, da equilibrista o no, brutte e pericolose alla salute di caviglie più o meno slanciate che siano, le scarpe di Noritaka Tatehana sono state comunque esposte nella mostra Pleasure and Pain al Victoria&Albert Museum nel 2015-2016.

Insomma, per citare Henri Mitton e la mitica Franca Valeri (che ci auguriamo non ignota a Daphne Guinness e se disgraziatamente così fosse, la legga in fretta…le può sempre tornere d’utilità): “Non c’è niente da ridere se una donna cade”.

PS. Confesso che per una donna come Daphne Guinness, magari con la scusa di una invitation à la lecture di Franca Valeri, potrei perdere la testa…

Chi c’è a pranzo stasera? Raffaello con la sua Madonna

dinner_at_haddo_house_1884_by_alfred_edward_emslie-alfred-edward-emslie-1918-national-portrait-galleryUna nuova scoperta di «capolavoro perduto» per lo storico dell’arte inglese Bendor Grosvenor, noto anchorman della televisione britannica perché ideatore e conduttore di due programmi di grande successo: «Fake or Fortune» (BBC1, con Philip Mould, altro storico dell’arte superstar) e «Britain’s Lost Masterpieces» (BBC4). Insomma, una sorta di Daverio o Sgarbi di Albione, ma assai più civile, bennato e di bell’aspetto. Nato nel 1977, ha studiato a Harrow, che sta ad Eton come Cambridge sta ad Oxford, e poi appunto al Pembroke College di Cambridge; la famiglia Grosvenor risale a Guglielmo il Conquistatore (capostipite Hugh d’Avranches, c. 1047 – 1101, detto Le Gros Veneur perché Gran Maestro delle Cacce del primo Re normanno d’Inghilterra) e Bendor è cugino del Duca di Westminster, l’uomo più ricco del Regno Unito. Il nome gli viene dalla descrizione araldica dello stemma di famiglia: «D’Azure, Bend Or» cioè azzurro alla fascia d’oro, e gli fu dato in onore del famosissimo prozio il 2° Duca (1879-1953). Questi, a sua volta era stato soprannominato “Bend Or” dal nonno, il 1° Duca (1825-1899) proprietario dell’omonimo purosangue da corsa che nel giorno del primo compleanno del nipotino vinse il Derby. Il Bend Or 2° Duca fu anche protagonista delle cronache sportive e mondane della prima metà del Novecento, sia per le vittorie dei suoi cavalli da corsa, sia perché bellissimo uomo e incorreggibile womaniser sia perché unito da una liaison cataloguée durata dieci anni, dal 1925 al 1935, a Coco Chanel che dichiarò di non averlo voluto sposare perché c’erano già due Duchesse di Westminster ma esisteva una sola Mademoiselle Chanel).
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Durante un sopralluogo per il programma «Britain’s Lost Masterpieces» ad Haddo House, dimora settecentesca già dei Marchesi di Aberdeen e dal 1976 affidata al National Trust for Scotland (disegnata dal celebrato architetto scozzese William Adam nel 1732 ma purtroppo abbondantemente rimaneggiata nel gusto pesante dell’età vittoriana, da sempre residenza dei Conti e poi Marchesi di Aberdeen, conserva un’importante quadreria con opere di Pompeo Batoni, Sir Thomas Lawrence, Paul Delaroche e James William Giles e richiama oltre 200mila visitatori ogni anno), Bendor Grosvenor, rimase affascinato da un quadro esposto in posizione secondaria.

Innocenzo Francucci da Imola, 1485-1548; The Virgin
Secondo gli archivi Aberdeen, si trattava di una semplice «Madonna», olio su tavola di medie dimensioni (cm51,5×34,5), datata 1505-1510 e attribuita ad Innocenzo Francucci da Imola (Imola, 1490-Bologna, 1550), pittore emiliano di non illustre fama ma neppure spregevole, se fu allievo di Francesco Francia e maestro di Primaticcio e Prospero Fontana (specializzato in pale d’altare di stile raffaellesco, i suoi unici lavori “secolari” sono cinque affreschi mitologici nella bentivolesca Palazzina della Viola a Bologna). L’opera era stata però acquistata (con un’altra tela sempre oggi conservata ad Haddo House e che ha attirato l’attenzione di Grosvenor: un dimenticato paesaggio pastorale e fluviale in cui ha riconosciuto un lavoro giovanile di Claude Lorrain) come autentico Raffaello nel 1803-1804 durante il suo Grand Tour italiano da George Hamilton-Gordon, 4° Conte di Aberdeen (1784-1860) e Prime Ministro di Queen Victoria dal 1852 al 1855, appassionato collezionista e cultore d’arte (qui ritratto da Sir Thomas Lawrence nel 1805-1806 al suo ritorno dal Grand Tour ©The National Trust for Scotland).

Lawrence, Thomas, 1769-1830; George, 4th Earl of Aberdeen
Grosvenor è riuscito a rintracciare sia il suo acquisto come opera di Raffaello sia la sua esposizione come tale in una mostra del 1841 alla British Institution a Londra, accanto ad altre opere di Raffaello, alcune a tutt’oggi autografe, altre invece più tardi riconosciute apocrife. Nel 1899 la Madonna fu declassata prima a copia, poi riclassificata come opera autografa ma di un minore, appunto Innocenzo da Imola, e ridotta al valore di sole £20 (oggi equivalenti a circa £2.000 a fronte degli ipotizzabili circa  20milioni di sterline di un autentico Raffaello. C’è da dire, come ha commentato l’attuale 7° Marchese di Aberdeen and Temair con il consueto ironico understatement della British Aristocracy, che – se la tela non fosse stata “svalutata” ma rimasta catalogata quale opera di Raffaello – sarebbe stata certo ben presto venduta…).
Soprattutto, accanto allo stile tipicamente raffaellesco e al profilo della Madonna riconosciuto in altre opere di Raffaello, la scoperta più importante di Grosvenor è la fotografia di un disegno riconosciuto come autografo di Raffaello (purtroppo oggi perduto) che presenta struttura, impianto e dettagli assai vicini alla Madonna di Haddo House. Convinto che fosse «troppo bella per essere solo un’opera di Innocenzo da Imola» (tanto più che viso e sguardo della Madonna rivolti verso il basso inducono a supporre si tratti di parte restante di un’opera di maggiori dimensioni con la Madonna e il Bambino) Grosvenor ha persuaso il National Trust a procedere ad un accuratissimo restauro ed a proseguire gli studi, da cui sono emersi, oltre alla estrema qualità pittorica, altri dettagli determinanti, primo il pentimento nelle dita di una mano (confermato ai vari esami radiologici), inequivocabile segno di creatività e non di copia.
Nel programma andato in onda il 5 ottobre su BBC1, Sir Nicholas Penny, già direttore della National Gallery, riconoscendo l’evidente qualità dell’opera, si è spinto fino a posizionarla fra un’attribuzione probabile ed un’attribuzione certa. Un esile dubbio, quindi, ma che si potrà chiarire solo con ulteriori studi che potrebbero rendere la Madonna di Haddo House l’unico Raffaello presente in una collezione pubblica in Scozia.
Del resto, se Raffaelo è secondo solo a Caravaggio nella corsa al capolavoro perduto, Bendor Grosvenor non è nuovo a scoperte importanti: a lui si deve il riconoscimento di opere di artisti come Rubens, Claude Lorrain, Pieter Bruegel il Giovane, Reynolds, Gainsborough, Lawrence e Maurice Quentin de la Tour (qui il Claude Lorrain di Haddo House, Paesaggio fluviale con pescatori e pastori, 1625-1630 ©The National Trust for Scotland). Lorrain, Claude, 1604-1682; A Pastoral River Landscape with Fishermen
La Madonna di Haddo House oggi troneggia, in attesa di essere definitivamente e senza dubbi riconosciuta opera autografa di Raffaello, nella grandiosa Sala da Pranzo della residenza (in apertura: Alfred Edward Emslie (+1918), Dinner at Haddo House, 1884, National Portrait Gallery, London ©NPG – Sotto: Bendor Grosvenor e Jackie Klein con il quadro).
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Fondantico d’Autunno (n. 24)

A Bologna, mostra inaugurata ieri e aperta fino al 23 dicembre, l’Incontro con la Pittura n.24 di Fondantico espone oltre 40 opere di maestri italiani dal 1300 al 1800. Dal Trittico del bolognese Simone dei Crocifissi e dalla Madonna dell’Umiltà di Antonio Orsini, protagonista del Tardogotico a Ferrara, si passa a due tavole cinquecentesche del Raffaellismo bolognese con soggetto analogo (il Matrimonio mistico di Santa Caterina, di Girolamo Marchesi da Cotignola e del Bagnacavallo Giovane) e al Seicento con un’ennesima ma intensa Lucrezia di Guido Reni e con l’intimista San Giuseppe col Bambino di Guercino, due dipinti già noti agli studi. Di Domenico Maria Canuti (maestro dell’affresco barocco) due rari quadri “da stanza”: ancora uno Sposalizio mistico di Santa Caterina e due angeli e Madonna con Bambino e San Giovannino, di esplicito ricordo carraccesco. Il Classicismo Bolognese del Seicento è presente con due Madonna con il Bambino di Carlo Cignani: una luminosa e su rame, l’altra su tela. Allievo di Canuti e di Cignani, Giuseppe Maria Crespi è presente coll’intenso cromatismo del San Giovanni Evangelista a Patmos mentre attesta la svolta rococo della pittura settecentesca bolognese nel cosiddetto “Barocchetto Bolognese” l’attenzione formale dell’ovale Sacra Famiglia di Giovan Gioseffo Dal Sole. Tre i soggetti tassiani: Erminia e il pastore per Felice Torelli (nell’immagine sottostante) e Girolamo Donnini ed Erminia trova Tancredi ferito di Ercole Graziani, esempio di pregio della sua pittura “da stanza”.

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Gaetano Gandolfi è l’autore del delicato bozzetto preparatorio della  Madonna con il Bambino e l’Arcangelo Michele mentre natura morta e paesaggio sono illustrati da un pendant (già della famiglia romana dei marchesi Theodoli) che affianca un’opera del celebre genovese Grechetto al quadro di soggetto e dimensioni affini dell’artista bolognese noto per ora come «Pseudo-Vitali» e dalla Veduta montana del veneto Marco Ricci (gli schizzi di figure, come di consueto, ascrivibili al fratello Sebastiano). Completano la mostra alcuni grandi disegni a penna di Felice Giani (uno con un Tempietto dedicato «al divino Canova») e di Giuseppe Molteni, artista romantico e Biedermeier inventore del «ritratto ambientato», di resa meticolosa e sfarzosa d’arredi ed abiti, comprimario a Milano di Francesco Hayez, il fastoso Ritratto di dama con un copricapo alla turca, realizzato nel 1830-1835 (in apertura, forse Luiza-Felicia del Grifo de Airas-Farnese, moglie dell’italo-portoghese duca dell’Isola della Donzella, plenipotenziario del Re di Portogallo e dell’Imperatore del Brasile alla corte del’arciduca Rainer d’Asburgo-Lorena, Vicerè del Lombardo-Veneto per trent’anni: dal 1818 alle Cinque Giornate del 1848. La stessa dama, a Molteni affidò nel 1849 il “ritratto di fidanzamento” – assai meno celebrativo e lussuoso ma anzi sevreo e virginale pur nell’accuratezza  della seta dell’abito cangiante fra il rosa antico e il celeste polveroso – della figlia sedicenne Maddalena-Hippolita che andava sposa al portoghese conte de Souza-Holstein, oggi in collezione privata) .

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