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Collezioni d’Arte di Sangue Blu… anzi Verde (Dollaro)

Sotheby’s propone fra dicembre 2017 e primavera 2018 nelle sedi Londra e Parigi le variegate raccolte di due collezionisti eclettici e d’eccezione: l’americana Eleanor Post Hutton nata Close (1909-2006), ereditiera di banche d’affari e industrie alimentari, e di suo figlio Antal de Békessy (1943-2015), l’unico natole dai suoi 6 matrimoni: il quarto, quello con lo scrittore e magnate della stampa János Békessy (1911-1977), di origine ungherese.

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Eleanor Post Close nel suo salotto parigino con il figlio Antal Post de Bekessy, detto “Tony”, 1951.

Madre e figlio illustrano il lato migliore di quell’aristocrazia americana del denaro che ha fatto la storia anche culturale degli Stati Uniti. Eleanor Post Close fu la seconda figlia del banchiere Edward Bennett Close e di quella che negli anni 1930 fu la donna più ricca d’America, Marjorie Merriweather Post (1887-1973), proprietaria e guida della società familiare General Foods Inc. nonché mecenate, benefattrice e collezionista di splendido livello: la sua residenza di Hillwood ospita oggi come museo la sua incredibile collezione di gioielli e di arte francese e russa del XVIII secolo (quest’ultima avviata negli anni Trenta proprio in Russia, dove risiedette con il terzo marito Joseph E. Davies, ambasciatore degli Stati Uniti al Kremlino nel 1936-1938), mentre un’altra tenuta, la famosa Mar-a-Lago in Florida è oggi di proprietà del presidente Trump.

Eleanor frequentò The Spence School, una Finishing School riservata a ragazze di famiglie prestigiose dove studiarono Nellie Grant (figlia del presidente Ulysses Grant), la sopravvissuta al Titanic Madeleine Astor, Agnes Gund (Presidente Emerita del MoMA), Nancy Goodyear (poi Principessa Cristoforo di Grecia), la cugina Barbara Hutton, le sorelle Jackie Bouvier Kennedy Onassis e Lee Bouvier Radzwill e, più recentemente, Gwyneth Paltrow nonché diverse esponenti anche delle famiglie Vanderbilt e Rockefeller. Terminata la permanenza alla Spence School, Eleanor fece il suo debutto in società nel 1927 sia a New York sia a Londra, alla Corte di St.James’s, dove fu presentata al re Giorgio V a Buckingham Palace.

 

 

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Edward Owen, Marjore Merriweather Post, olio su tela, 1936  (collier Cartier 1935 in demi-parure con l’anello con zaffiro di 70 carati). © Hillwood Estate, Museum & Gardens Archives.

Eleanor cambiò cognome diventando Eleanor Post Hutton nel 1920, quando la madre si risposò col ricchissimo finanziere Edward Francis Hutton (1875-1962), esponente del Gotha più alto della Dollar Aristocracy. Tutte personalità di spicco, perciò, dell’establishment più esclusivo della ricchezza statunitense, ma nel caso specifico  legata non solo alla Café Society internazionale freneticamente attiva fra le due sponde dell’Atlantico dagli anni 1930 ai 1960 ma anche allo sfavillio più popolare e commerciale (e meno esclusivo) delle luci di Hollywood. Eleonor si trovò infatti ad essere sorella dell’attrice Dina Merrill (nome d’arte di Nedenia Marjorie Hutton) nonché zia dell’attrice Glenn Cose e amica affezionata di Cary Grant, che fra il 1942 e il 1945 fu il terzo dei sei mariti della cugina acquisita Barbara Hutton (1912-1979) la famosa ereditiera dei grandi magazzini Wollworth’s detta “quella Povera Piccola Ragazza Ricca” (“The Poor Little Rich Girl”) per la sua sfortunata vita privata (dei suoi sei mariti, l’unico che non fosse quale più quale meno un avventuriero e non l’avesse sposata per la sua straordinaria ricchezza, essendone – se non perdutamente innamorato – senz’altro sinceramente affezionato e accudente, perché tale rimase per tutta la vita, fu proprio l’inarrivabile Cary Grant – anche in questo maestro di suprema eleganza – e nonostante che la coppia, negli anni del matrimonio, venisse soprannominata “Cash and Cary”).

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Eleanor Post Hutton Close (1909-2006) con la madre Marjorie Merriweather Post (1887-1973) e il figlio Antal de Békessy (1943-2015) © Hillwood Estate, Museum & Gardens Archives

Alla fine della Seconda Guerra Mondale, Eleanor si trasferì a Parigi, abitando prima un hôtel particulier sul Parc Monceau e poi una «folie XVIIIème», Le Pavillion d’Artois,  costruita nella seconda metà del Settecento a Vaux-sur-Seine, in riva alla Senna, all’interno del parco del celebre Château de Bagatelle, allora proprietà del Conte d’Artois, fratello di re Luigi XVI e futuro re Carlo X (nel 1905 acquistato dalla Mairie di Parigi) su disegno di Richard Mique (1728-1794), dal 1775 Premier Architecte di Luigi XVI e direttore dell’Académie Royale d’Architecture, creatore anche del complesso del Petit Trianon per Maria Antonietta, della Chapelle du Carmel de Saint-Denis per Madame Louise (quella delle molte figlie di Luigi XV che si fece monaca carmelitana per espiare le paterne colpe d’alcova) e delle modifiche di quegli anni al castello di Saint-Cloud. Come per il progetto dei giardini del Petit Tranon, anche per il giardino alla francese, il parco all’inglese, il Grotto e la Fontana del Pavillion d’Artois, Mique si fece consigliare dal pittore Hubert Robert e dal botanico Antoine Richard.

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Il Pavillion d’Artois con il giardino alla francese e la fontana disegnati da Richard Mique

Ricorda la nipote Glenn Close, in una intervsta rilasciata a Sotheby’s ©: Mia zia Eleanor era una persona magica. Era sempre e senza alcuno sforzo apparente elegante e bella. Aveva la pelle di porcellana e lunghi capelli biondi, acconciati in uno chignon apparentemente casual che sembrava sempre potesse sciogliersi sulle sue spalle da un momento all’altro. Era sempre circondata dalla bellezza: dal suo profumo alle porcellane, ai dipinti e gli objets d’art, i tappeti e tessuti di ogni tipo, soprattutto seta e raso. Ancora oggi, posso evocare la sensazione e ul profumo dell’aria della stanza degli ospiti in cui soggiornavo, quando ero piccola, durante le mie visite estive al Pavillon d’Artois, a Vaux-sur-Seine. Le finestre davano su un giardino formale con bossi decorati in arte topiaria. Dal questo giardino alla francese si accedeva al parco all’inglese, alla fine del quale c’era il fiume e oltre, una piccola isola. Anche il parco era magico e vi si trovavano anche una grotta settecentesca nella parte destra e un ampio orto confinante con le siepi di bosso nella parte sinistra. Ricordo una colazione estiva nellasala da pranzo ovale, affacciata sul parco e le statue, nelle loro rispettive nicchie, sembravano prendere vita in quella perfetta giornata estiva. Furono servite cozze saltata e un’insalata di mais fresco e fines-herbes tutta proveniente dal giardino, un delizioso, croccante pane francese, formaggi francesi erbornati con un vino rosso Rothschild e per dolce la Crème-Brûlée. Fu una colazione perfetta in un ambiente perfetto e resterà impressa nella mia mente per sempre. Adoravo la voce di zia Eleanor, soprattutto mentre raccontava dei suoi viaggi e delle sue passioni: l’arte, la religione, la musica e il suo grande e costante amore per l’India. Era così attraeente. così sempre spiritosa, forte e fragile nello stesso tempo e perciò eternamente affascinante. L’amavo anzi l’adoravo ed ero perfino in soggezione… Mi manca ancora oggi.

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Eleanor Post Hutton Close (1909-2006) nel ritratto fotografico eseguito da James R. Dunlop © Hillwood Estate, Museum & Gardens Archives

Antal “Tony” de Békessy ha tenuto alta la bandiera di famiglia di collezionismo e mecenatismo: è stato membro del Board od Directors di Metropolitan Museum of Art, Metropolitan Opera, Princeton University, Hillwood Foundation di Washington (il museo creato dalla nonna Marjorie M. Post); il suo interesse e partecipazione alla cultura francese ed alla vita culturale francese gli hanno meritato la nomina a Chevalier des Arts et des Lettres, (come alla madre la Légion d’Honneur) ha contribuito con larghezza a molti interventi di restauro e conservazione a Venezia e ha finanziato sia il Belvedere sia la StaatsOper di Vienna.

Nelle cinque aste da dicembre alla primavera prossima, che spaziano dai dipinti francesi del Settecento alla pittura moderna e contemporanea ai mobili  e allearti decorative ai gioielli (Russi e Cartier) e orologi fino ai vini, a partire dalla cornice Cartier con il ritratto di Marjorie M. Post (stima 20.000- 30.000),

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Ritratto di Marjorie Merriweather Post in smalto su avorio. Cornice in oro e lacca, agata, zaffiri e diamanti, Cartier, 1934, con l’incsione: “1934 Marjorie Post Davis”

ciascuno degli oltre 650 lotti testimonia del virtuosismo artistico del suo autore, qualsisia l’epoca della sua realizzazione: la suite di 4 poltrone create da Louis Delanois (1731-1792) per lo stesso Luigi XV (120.000-180.000) mostra l’estro creativo e sempre innovativo dell’ebanista più apprezzato dello stile Transition (fra Rococo e Neoclassico, secondo XVIII secolo) che vantò fra i suoi patrons e clienti il Conte d’Artois, Madame du Barry, Louis-Philippe I de Bourbon-Orléans allora duca di Chartres, Louis-Joseph de Bourbon principe di Condé, il re di Polonia Stanislao-Augusto Poniatowski, il collezionista inglese John Sackville 3° duca di Dorset, il duca de Praslin, il principe de Beauvau-Craon e la contessa de Choiseul. Di queste poltrone la voluta intagliata dei braccioli ricorda quella delle opere presenti nelle Collezioni Seligmann e Niarchos mentre il decoro a rose al centro della cintura appare nella suite di sei poltrone e divano esposta al Louvre.

 

DELANOIS_A suite of four carved and giltwood fauteuils Ö la Reine

Gli spettacolari vasi in blue-john d’epoca Restaurazione (1820 circa, 50.000-70.000), sono un raro esempio dell’uso nella Francia anglomane dell’inizio dell’Ottocento di questa pietra semipreziosa di provenienza esclusiva inglese dalle cave nel Derbyshire, acclamata per la sua trasparenza e il suo colore indaco, qui accompagnata a motivi in bronzo dorato di gusto tipicamente francese nello stile di Pierre Gouthière.

I due rilievi neoclassici dello scultore Clodion, «La Marchande d’Amours», firmato (120.000-180.000), e «Le Sacrifice à l’Amour» (80.000-120.000), presentati al Salon del 1773 e appartenuti a Louis-François de Bourbon principe de Conti, propongono un soggetto prediletto dallo scultore. Del «Sacrifice» esiste infatti un’altra versione in marmo, oggi al Musée des Arts Décoratifs a Parigi, e tre in terracotta, in raccolte private:

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Claude Michel Clodion, La Merchande d’Amours, rilievo in terractta, circa 1773, firmato CLODION; sotto : L’Offre à l’Amour, rilievo in terractta, circa 1773

la Collezione Brinsley Ford (proveniente dalla collezione di M.me Émile Straus, nata Geneviève Halèvy, vedova del compositore Bizet e rimaritata col legale dei Rothschild, grande salonnière parigina e fra le ispiratrici di Madame Verdurin per Marcel Proust), la Collezione Georges Wildenstein e una terza, venduta da Sotheby’s a Londra nel 1977. Della «Marchande», invece, si conoscono una versione in terracotta in collezione privata americana e una firmata in marmo al Musée de Nancy.

Il ritratto di Monsieur de Puységur (Jacques-François de Chastenet Marquis de Puységur, 1656-1743, nominato Maréchal de France da Luigi XV nel 1734) di Nicolas de Largillierre (1656-1746) è fulgido esempio del talento del pittore più acclamato fra la fine del regno di Luigi XIV e la metà di quello di Lugi XV: viso somigliante ed espressivo, maniche e jabot di pizzo appena arricciato, le spalle imbiancate di cipria per parrucche, velluto luminoso di riflessi, il dettaglio accurato dei ricami a filo d’oro e d’argento ei tessuti cangianti a suggerire il muoversi della figura (60.000-80.000) mentre il «Leone accucciato» di Eugène Delacroix riprende il ruolo dedicato che gli animali, esotici e non, hanno nell’opera dell’artista: qui la tavolozza è ristretta al gioco plastico fra verdi e bruni di pennellata vibrante e romantica, intensificata dall’espressività del leone (60.000 – 80.000).

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Nicolas de Largillierre, Portrait of Monsieur de Puysegur (stima: €60,000–80,00);
Zao Wou-Ki, 06.10.69, 1969 (stima: €300,000–500,000).

Per l’arte moderna e contemporanea, l’iniziativa al collezionismo passò nelle mani di Antal de Békessy che, in particolare appassionato della Secession viennese, raccolse opere di Gustav Klimt, Egon Schiele, Josef Hoffmann, Herbert Boeckl e Koloman Moser.

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Egon Schiele, Stehendes Madchen/Jeune Fille Debout, dsegno a carboncino su carta, firmato e datato, 1914 (stima: €200 000-250 000, venduto per €283,500)

Nell’asta di Arte Moderna e Contemporanea di Parigi lo scorso ottobre sono passati sul rostro il «Nudo femminile di spalle», disegno a carboncino su carta di Egon Schiele (venduto per €283.500), tre visi e nudi muliebri opere su carta di Gustav Klimt e il sentimentale paesaggio «Effet du soir sur la mer» di Edouard Vuillard (1868-1940) mentre mostra la chiaroveggenza artistica di  di Antal de Békessy l’opera «6.10.69», del cinese Zao Wou-Ki, datata ottobre 1969, (€300.000-500.000) quindi nel cuore del “periodo lirico” dell’artista.

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Edouard Vuillard, Effet du soir sur la mer, pastello su carta, 1909

In apertura: La Biblioteca del Pavillion d’Artois, con gli arredi della seconda metà del XVIII secolo opera di Oeben, Delanois, Leleu, Cresson e Heurtault.

PS. L’asta del 7 dicembre a Parigi ha totalizzato oltre € 7.000.000 ($ 8,500,000)

Il Constable ritrovato

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«Dedham Vale con il fiume Stour in piena» (olio su tela, cm 51 x 91,5) dipinto da John Constable fra il 1814 e il 1817 sarà la vedette della prossima asta di Dipinti Antichi a Sotheby’s London il 6 dicembre con stima di 2-3 milioni di sterline).

Fra le prime opere eseguite nel Suffolk e uno dei rari pezzi ancora in mani private, il paesaggio (di recente ritrovato dopo anni di oblio in una collezione privata molto gelosa della sua riservatezza) rientra nella serie di vedute di Dedham Vale e della Stour Valley di Constable, icona dell’opera del paesaggista inglese fino al punto di oggi definire nell’immaginario collettivo la quintessenza della “campagna inglese”.

Benché sia stato per lungo tempo erroneamente (ma con vivi dubbi di autografia constableiana) attribuito a Ramsay Richard Reinagle (1775-1862), un amico e collaboratore di Constable, l’analisi scientifica più recente e l’aggiornarsi delle fonti hanno restituito all’unanimità il dipinto all’autenticità dell’artista, collocandolo fra le più importanti addizioni al corpus delle opere di Constable degli ultimi 50 anni.

Il dipinto raffigura la valle del fiume Stour intorno a Dedham Vale, al confine tra Essex e Suffolk, dove Constable trascorse gli anni della giovinezza. Oggi universalmente nota come la «Constable Country», la zona ha ispirato i più famosi dipinti di Constable, dal White Horse, del 1819 (alla Frick Collecton di New York) a The Haywain, del 1821 (alla National Gallery di Londra) e The Horse Leaping,  del 1825 (sempre a Londra, alla Royal Academy, di cui Constable fu membro). Fra il 1814 e il 1817, Constable dipinse tutti dipinti di dimensioni e stile simili e che tutti ritraggono il paesaggio locale in varie angolazioni e vedute e che, dipinte sul posto, dimostrano la tensione al più fedele naturalismo tipica dell’artista.

Mentre le opere più tarde di Constable furono per lo più acquistate o da John Fisher, amico fraterno di Constable, o da collezionisti e mercanti d’arte di connessioni metropolitane o internazionali, i precedenti dipinti degli anni del Suffolk ebbero più strette associazioni con patroni e amici locali. Questo dipinto fu appunto commissionato da Thomas Fitzhugh come regalo di nozze per la futura moglie, Philadelphia Godfrey, figlia di Peter Godfrey, Esq. di Old Hall, East Bergholt, vicino e amico della famiglia dell’artista. La veduta è trattenuta dal fondo del giardino di Old Hall, che si affaccia sulla valle con il fiume inondato, simbolo di fecondità, a simboleggiare un ricordo della casa natale ed un augurio per la giovane sposa nella nuova vita coniugale a Londra.

Image Courtesy Sotheby’s, London

 

Figlio – non minore – di un dio maggiore

Luigi Crespi (1708-1779), figlio non minore del dio maggiore Giuseppe Maria (1665-1747), è stato ritrattista di pregio nell’Italia del Barocchetto, termine non dispregiativo né riduttivo bensì più autoctono e consono del francese Rococo alla temperie e all’anima artistica italiana di metà Settecento. Cresciuto all’ombra pittorica del padre famoso e dominante di personalità (tant’è che nella mostra di Bologna al Museo Davìa Bargellini–Collezioni Comunali d’Arte Antica -chiusura il 3 dicembre- il celebre ma giovanile «Cacciatore» appare a prima vista opera del padre), Luigi sviluppò

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Luigi Crespi, Il cacciatore, olio su tela, 1730/1740, Bologna, Museo Davìa Bargellini,

ben presto un’autonoma e geniale maestria di ritrattista, particolarmente apprezzata dall’aristocrazia emiliana e non solo, committente forse provinciale ma certamente esigente  (si pensi al ritratto del pariniano “Giovin Signore” Ferdinando Gini, epitome di lambiccata eleganza XVIIème, opera di Luigi quale ritrattista en titre del Collegio dei Nobili di Bologna, come ben spiega Mark G. D’Apuzzo), che fu il suo trampolino di lancio verso sogli più illustri, a cominciare da quello papale in concomitanza con l’elezione del bolognese Prospero Lambertini, Benedetto XIV (gran estimatore dei Crespi padre e figlio e che da Giuseppe Maria si fece ritrarre sia come Cardinal Legato a Bologna sia per la tela ufficale dell’Intronazione), fino alle corti tedesche emule ansiose degli splendori della Versailles di Luigi XV e soprattutto a quella di Augusto III (“il Grasso”!) di Sassonia-Polonia a Dresda, di cui Luigi divenne il consigliere artistico.

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Luigi Crespi, Ritratto del conte Ferdinando Gini,  forse 1759, olio su tela, cm 96×77, Bologna, Collezioni Comunali d’Arte

Luigi, con quel «particolare dono di ritrarre le fisionomie» a lui riconosciuto da Marcello Oretti in «Notizie de’ Professori del disegno» (1780) e la sua tutta personale abilità di ritrattista capace di efficacemente adeguare espressione, indagine psicologica e somiglianza del ritratto “verista” alle vanesie aspettative mondane e autocelebrative della committenza nobiliare (i suoi ritratti sono quasi un annuario del Grand Monde al di

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Luigi Crespi, Ritratto di gentiluomo con la Croce dell’Ordine di Malta, olio su tela, 1735/1740
Bologna, Galleria Fondantico

qua e di là dell’Appennino: Hercolani, Lupi, Gini, Cellesi, Antinori, Bentivoglio d’Aragona, del Grifo, Marsili…) diviene sì un ritrattista à la mode ma capace di indagare dietro l’immagine ed esprimerne note d’emozioni, caratteri, affetti: una sorta di Boldini ante litteram, settecentesco ed altrettanto amato da dame e gentiluomini, sedotti dalla sua pittura per diventare essi stessi più seduttivi, come appunto la selezione dei quadri trattati nel saggio curato da Irene Graziani e Mark G. D’Apuzzo dimostra.

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Luigi Crespi, Ritratto di gentildonna dall’abito con bordura di pelliccia, olio su tela, forse 1737
Bologna, Collezioni d’Arte e di Storia della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna

Il volume, uscito in concomitanza della mostra bolognese (piccola, per pochi fondi pubblici ahimè, ma preziosissima, vera mostra di progetto e non banale travelling project a cui hanno mitridatizzato le mostre costruite in serie dei vari Arthemisia e Goldin), per

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Giuseppe Maria e Luigi Crespi, Pietà, olio su tela, 1730/1740 ca
Bologna, Museo Davìa Bargellini,

la prima volta affronta con agio e diffusione gli aspetti illustri, “dorati” e mondani, della pittura di Luigi Crespi, non solo nella variata ritrattistica ma pur d’arte sacra (toccante la piccola, estenuata, accorata «Pietà» a quattro mani col padre), senza peraltro trascurare il versante dubbio ed oscuro della sua vita: quell’attività di spregiudicato, e perfino truffaldino, benché sfortunato e dissipatore, “mercante d’arte” (anche qui ante litteram) per illustri clienti coronati, in primis Augusto III di Sassonia-Polonia (1696-1763) per il quale, con enormi personali profitti, nel 1745 acquistò per 100.000 zecchini (1.000 zecchini a quadro in media!) dal duca di Modena Francesco III d’Este (1698-1780), bancarottiere per colpa delle Guerre di Successione Polacca ed Austriaca e del gioco d’azzardo della moglie tormentosa ed inquieta Charlotte-Aglaé d’Orléans (1700-1761, rovinosa agli Este nonostante l’enorme dote di 1,5 milioni di livres) i 100 pezzi più preziosi delle collezioni estensi, entrati allora nelle raccolte sassoni ed oggi scintillanti alla Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda.

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Luigi Crespi, Ritratto di giovane dama con una rosa, 1740, olio su tela, Bologna, Museo Davìa Bargellini

In apertura: Luigi Crespi, Autoritratto, olio su tela, 177, Bologna, Pinacoteca Nazionale

Luigi Crespi. Ritrattista nell’età di papa Lambertini, a cura di Mark Gregory D’Apuzzo e Irene Graziani, ulteriori testi di Massimo Medica, Gabriella Zarri, Giovanna Perini Folesani, «Biblioteca d’Arte», Milano, Silvana Editoriale, ottobre 2017, pp.142, 24 illustrazioni a colori e 32 in b/n ; € 25,00 .

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Il fascino mai finito della parte di Swann

Con un totale di 1,7 milioni di euro, l’asta di libri e manoscritti d’epoca organizzata da Sotheby’s Parigi il 30 ottobre 2017 ha avuto indiscutibile successo: lo dimostra numericamente la percentuale di lotti venduti, pari al 80%, accanto alla percentuale dell’87% del valore del mercato francese dei libri rari e d’epoca che mantiene a Sotheby’s Paris il predominio in un settore altamente competitivo.

I cinque lotti più attesi di questa vendita piuttosto “unica” per qualità delle opere presentate sul rostro del battitore erano una prima edizione del primo volume della Recherche di Marcel Proust, un copia annotata e illustrata dall’autore della Histoire de Juliette di Donatien-Alphonse de Sade, le Vedute di Roma di Piranesi, una specialissima spettacolare versione della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo risalente ai giorni del Terrore del 1793 e una raccolta di lettere autografe dell’iconico scrittore Antoine de Saint-Exupéry.

Vedette e Top-Price della vendita è stata una di quelle cinque sole e rarissime copie impresse su carta di riso giapponese di Du côté de chez Swann di Marcel Proust. I grandi bibliocollezionisti si sono dati battaglia campale fino a superare il mezzo milione di euro (€ 535.500) per questo esemplare proustiano, vera pietra filosofale per i bibliofili appassionati e per gli esegeti proustiani e della storia dell’editoria francese del Novecento.

Edizione originale, non solo è stata una sorta di una vera e propria “riscoperta” dopo la sua ultima apparizione pubblica nel 1942, quando fu acquistata dal bibliofilo collezionista Roland Saucier, direttore della Librerie Gallimard che la conservò nella sua collezione fino alla morte, ma costituisce un vero pezzo di storia della letteratura e dell’editoria francese. Infatti, prima di entrare nella Collezione Saucier, la copia aveva fatto parte delle preziose raccolte di Louis Brun, eminence grise di Bernard Grasset e direttore generale della casa editrice omonima. Fu proprio Louis Brun a curare la prima edizione del primo tomo dei sette volumi che costituiscono À la Recherche du Temps Perdu, nonché questa speciale tiratura praticamente “privata”. Non solo: a rendere ancora più eccezionale il volume, Louis Brun vi aveva fatto aggiungere e rilegare, fra l’ultima delle pagine stampate e la terza di copertina, due testi di manoscritti di mano proustiana per i testi da pubblicare su «Le Figaro» per promuovere l’uscita di Swann e sei lettere di Marcel Proust, una a Bernard Grasset e cinque allo stesso Louis Brun.

A seguire, come intensità nella competizione fra i collezionisti offerenti e come risultato di vendita (col prezzo di euro 162.500 ha superato ampiamente la sua stima maggiore) un’edizione dell’Histoire di Juliette del Marchese de Sade, con commenti autografi e inediti del «Divin Marquis» a cui si accompagnano dodici disegni ovviamente pornografici, autografi dell’autore ed altrettanto inediti.

Toccando i 110.000 euro, ha triplicato la sua stima maggiore, la straordinaria copia delle Vedute di Roma di Giovanni Battista Piranesi, con la serie completa delle 107 incisioni realizzate tra il 1760 e il 1775 dall’architetto e incisore veneto di nascita ma romano di elezione e di adozione (grazie anche alla munifica protezione del Cardinal Nepote Giovan Battista Rezzonico, nipote del papa venexiano allora regnante Clemente XIII, che gli affidò pure numerosi e prestigiosi incarichi di architetto progttista come la chiesa di Santa Maria de Aventino, oggi all’interno del parco della Villa del Priorato dell’Ordine di Malta e celebre perché dal buco della serratura del suo maestoso portone si vede, inaspettato e mozzafiao, un panorama romano fra i più pittorici e romantci). Si tratta di una raccolta di tavole realizzate dal vivo e raffiguranti ruderi classici e monumenti antichi, anche esterni alla città , come la Via Appia, Tivoli, addirittura Benevento, che diedero a Piranesi fama internazionale europea, rendendo questa raccolta e quella successiva delle Antichità Romane (quattro volumi per totali 252 tavole), un souvenir irrinunciabile per tutti i gentiluomini europei che si recassero a Roma per il loro Grand Tour, grazie all’eccezionale formato delle tavole, al taglio sempre originale, alla prospettiva delle composizioni – sempre taglata in modo orginale e per l’osservatore accattivante – fino alla scelta mai scontata, e a volte inusuale, dei soggetti. Non a caso Piranesi fu amico ricercatissimo di pittori e architetti stranieri a Roma: l’architetto inglese Robert Mylne l’architetto scozzese Robert Adam, a Roma nel 1755-1757 (al quale Piranesi dedicò nel 1762 il Campo Marzio dell’antica Roma), ancora inglesi il celebrato William Chambers, architetto, e Thomas Jones, pittore, e numerosi pittori francesi, in primis l’influentissimo Charles-Louis Clérisseau.

La sensazionale edizione a manifesto a colori della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, realizzata ai tempi delle Stragi di Settembre nel periodo del Terrore durante gli anni della Rivoluzione Francese, ha sfiorato i 90.000 euro. Monumentale gouache su papier-peint (la carta di norma usata per stampare la carta da parati da tappezzeria), fu realizzata in stile particolarmente truculento, perfino antesgnano del grand-guignol, e consono alla sua destinazione: quella dell’esposizione come “manifesto” nei luoghi pubblici a beneficio – e monito! – di tutto il popolo parigino (la populace rivoluzionaria) e se ne conosce l’esistenza solo in virtù di questa unica copia.

Infine, una delle corrispondenze personali di uno degli autori più amati e popolari del Novecento francese: l’evanescente aristocratico Antoine de Saint-Exupéry, autore del Petit Prince e della sua svenevole volpacchiotta (tutto può essere la maliarda splendida volpe fuorché svenevole!). Indirizzata all’amico d’infanzia Charles Sallès, ha superato di gran lunga la sua stima raggiungendo il prezzo di aggiudicazione di 77.500 euro. Illustrate e in gran parte inedite, queste lettere dànno una testimonianza variegata dell’ironia malinconica dello scrittore, della sua capacità di disegnatore nonché di suoi aspetti più intimi, come il suo spirito perfino spasmodico di avventura contrappoosto all’altrettanto esasperato spleen dll’infanzia trascorsa, i suoi sogni di scrittura e di volare al comando di un aereo coltivati con passione durante gli anni di collegio fino alle prime reali avventure di volo come pilota della compagnia aerea privata Aéropostale.

Gli Arazzi del Cardinal Padrone

L’antica tradizione dell’arte tessile degli arazzi non fu solo eccellenza e prerogativa esclusivamente francese e fiamminga. Nello sviluppo di quest’arte decorativa ebbe gioco anche l’Italia e, fra le manifatture attive fra Sei e Settecento nelle principali città italiane, di certo una delle più pregiate fu l’Arazzeria Barberini, voluta a Roma dal Cardinal Nepote di papa Urbano VIII, quel Francesco Barberini, nato a Firenze nel 1597 e morto a Roma nel 1679, che fu collezionista esperto e sublime di molta della migliore arte antica e del suo tempo, italiana e francese soprattutto.

Il volume The Barberini Tapestries. Woven Monuments of Baroque Rome, di James Gordon Harper, pubblicato da Officina Libraria, esce in concomitanza all’esposizione negli Stati Uniti degli Arazzi Barberini dedicati alla «Vita di Cristo», commissionati dallo stesso cardinale Francesco Barberini, a marzo-giugno 2017 nella mostra nella Cattedrale di St. John the Divine a New York ed ora (fino a gennaio 2018) al Jordan Schnitzer Museum of Art di Eugene, Oregon.

James Gordon Harper (professore di arte rinascimentale e barocca alla University of Oregon, autore e curatore di vari volumi fra cui “Giuseppe Vasi’s Rome: Lasting Impressions from the Age of the Grand Tour”, del 2010, e “The Turk and Islam in the Western Eye: Visual Imagery before Orientalism 1450-1750”, del 2011) analizza per la prima volta in modo completo sia l’attività dell’Arazzeria Barberini sia questo ciclo di arazzi, la cui testimonianza artistica viene interpretata da Harper tanto – a livello generale – come “monumento” del clima artistico della Roma che vive gli splendori della fase più matura del Barocco, quanto – a livello particolare ed episodico – come strumento qualificato e qualificante della comunicazione e propaganda politica e socioculturale del loro committente, il Cardinal Nepote Francesco Barberini.

GPM 1 Recensione BARBERINI TAPESTRIES The Annunciation
L’Annunciazione

Nominato cardinale a 26 anni nel 1623 e contemporaneamente Segretario di Stato e Legato ad Avignone nonché due anni dopo plenipotenziario a Parigi ad affrontare il Cardinal de Richelieu (senza troppo successo perché la Valtellina fu persa allo Stato della Chiesa ma Luigi XIII, ad addolcirgli al pillola, gli regalò sei arazzi disegnati da Rubens e ciò ebbe il suo peso nel futuro di mecenate del giovane cardinale, come spiega Francis Haskell in Patrons and Painters, Yale University Press, 1964 e 1980, p. 44; trad.it. Mecenati e pittori, Firenze, Sansoni, 1966) e chiamato a Roma “Il Cardinal Padrone”, pare perfino dallo stesso zio papa, sebbene non abbia brillato come politico (ad esempio disastrosa a Urbano VIII e a tutti i Barberini fu la sua “Guerra di Castro” contro i Farnese che inutilmente vessò le già provate finanze papali), la sua figura spicca viceversa nel pur affollato palcoscenico culturale d’Italia e d’Europa in epoca barocca.

Accademico dei Lincei e Protettore dell’Accademia di San Luca (la confraternita dei pittori romani), commissionò per San Pietro numerose opere ad artisti come Giovanni Lanfranco, Andrea Sacchi, Pietro da Cortona, Nicolas Poussin, Simon Vouet, Valentin de Boulogne, acquistando per la sua collezione privata (già ricca di sculture classiche) molte opere del giovane Poussin. Nel 1625 comprò dagli Sforza il palazzetto sul Quirinale che Carlo Maderno trasformò nel celebre Palazzo Barberini e di cui Francesco coordinò l’ispirazione iconografica celebrativa della famiglia papale, ideata dal poeta toscano Francesco Bracciolini, e la sua realizzazione pittorica, affidata a Pietro da Cortona: nel Gran Salone l’esuberanza decorativa raggiunta con l’uso travolgente dell’«Illusionismo» barocco – declinato fra “tromp-l’œil”, prospettive “di sott’in su” e “quadrature”, spregiudicate cromìe, aggrovigliato dinamismo di forme ed esasperato ornamentismo – segna un punto di svolta e di nuova partenza per la decorazione degli interni secolari barocchi.

 

GPM 2 2017 Recensione BARBERINI TAPESTRIES The Adoration of the Magi
L’Adorazione dei Re Magi

Eclettico e non pago, sempre a Palazzo Barberini organizzò una vasta biblioteca con manoscritti greci e romani, iscrizioni e antichi “monetaria” e perfino un piccolo museo di scienze naturali ed un giardino botanico: il manoscritto Libellus de Medicinalibus Indorum Herbis, erbario e prontuario medicinale erboristico azteco, tradotto nel 1552 in latino dalla lingua Nahuatl e da lui posseduto, fu appunto ufficialmente denominato in suo onore Codex Barberini. Sostenne inoltre molti studiosi e pensatori europei, fra cui Athanasius Kircher, Jean Morin, Gabriel Naudé, Gerhard-Johann Vossius, Heinsius e il poeta inglese John Milton. Del resto, a confermare fuor d’ogni dubbio la statura culturale di Francesco Barberini basterebbe il fatto che, dal 1633 alla morte Grande Inquisitore della Santa Inquisizione Romana, fu uno dei soli tre cardinali (gli altri essendo Laudivio Zacchìa e Gaspare Borgia) che in quello stesso 1633 si rifiutarono di firmare la condanna di Galileo Galilei e delle sue tesi.

 

GPM 3 2017 Recensione BARBERINI TAPESTRIES The Consignment of the Keys to St. Peter
La consegna delle Chiavi del Regno dei Cieli a San Pietro

James G. Harper allarga poi l’indagine alla struttura socioculturale della Roma di Urbano VIII e all’influenza politica ed artistica della famiglia Barberini nel XVII secolo (irruente soprattutto in architettura: «Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini» scrisse Pasquino nel 1625 allorché Urbano VIII fece asportare e fondere le travature bronzee del pronao del Pantheon per costruire il Baldacchino di San Pietro e i cannoni di Castel Sant’Angelo), e da lì alla storia dell’Arazzeria Barberini, la manifattura privata del cardinale Francesco insediata nel 1627 proprio a Palazzo Barberini, dove rimase attiva fino al 1679, e la cui produzione iniziò con i sei arazzi disegnati da Pietro da Cortona sul tema delle Storie di Costantino a completare quelli ricevuti in dono da Richelieu. L’occhio-di-bue della ricerca di Harper va sull’attività di Giovanni Francesco Romanelli (Viterbo, 1610-1662), l’allievo di Pietro da Cortona che, impegnato il maestro nell’opera erculea della decorazione del palazzo, venne dal Cardinale incaricato di disegnare i cartoni dell’Arazzeria, fra cui anche, ovviamente, questi arazzi della Vita di Cristo.

 

Il ciclo, suddiviso in ben dodici episodi che partono dall’Annunciazione, esplicita di fatto una vera e propria storia del gusto barocco, come Harper dimostra grazie ai documenti dell’epoca che descrivono l’uso strumentale e promozionale dato agli arazzi dai Barberini.

GPM 4 2017 Recensione BARBERINI TAPESTRIES The Last Supper
L’Ultima Cena

Dopo i fasti romani, questa testimonianza di arte decorativa tessile italiana approdò Oltreoceano all’epoca del frenetico collezionismo della Gilded Age (1870-1910), gli anni d’oro di Duveen e Berenson, quando negli Stati Uniti là si sviluppò una sorta di “arazzomania”. Dopo le colelzioni private, gli arazzi approdarono infine per donazione alla Cattedrale cattolica di New York St.John the Divine.

Chiude il volume Marlene Eidelheit, direttore e conservatore capo del laboratorio di restauro tessile della St.John the Divine’s Cathedral, che descrive la storia conservativa degli arazzi dal 1891 al 2016, analizzando gli aspetti tecnici e il lungo lavoro di restauro al qual sono stati sottoposti.

 James Gordon Harper, THE BARBERINI TAPESTRIES. Woven Monuments of Baroque Rome, con un testo di Marlene Eidelheit, in lingua inglese, Milano, Officina Libraria, 2017, rilegato, pp.188, 126 illustrazioni a colori; € 38 euro; http://www.officinalibraria.com

GPM 5 2017 Recensione BARBERINI TAPESTRIES The Crucifixion
La Crocefissione

 

 

Curiosa. Pittrice. Esploratrice. Non solo di fiori ma pure d’insetti

Nel terzo centenario della scomparsa della pittrice un po’ svizzera, un po’ tedesca, un po’ olandese Maria-Sibylla Merian (Francoforte, 2 aprile 1647– Amsterdam, 13 gennaio 1717) il Kupferstichkabinett (Gabinetto dei Disegni e delle Stampe) dei Musei di Berlino e lo Städel Museum di Francoforte celebrano con una fascinosissima mostra apertasi il 7 aprile (chiusura il 2 luglio) l’opera di una “signora per bene” che fu e resta fra i pilastri dell’evoluzione, da un lato, della natura morta floreale in Europa (che tante altre donne pittrici vede fra le sue più esimie rappresentanti), e dall’altro, e ancor più, dello studio della storia naturale di fiori e insetti, inserendosi tra i fondatori della botanica e della entomologia moderna grazie alla sua attenta osservazione e documentazione della metamorfosi della farfalla, come ha più volte dichiarato il celebre entomologo britannico Sir David Attenborough. Non a caso Maria-Sibylla nella sua carriera di pittrice e scienziata ha catalogato e illustrato ben 186 specie di insetti e la sua classificazione di farfalle e falene è tuttora in vigore.

Chinesische Vase mit Rosen, Mohn und Nelken
Maria Sibylla Merian, Vaso Cinese con Rose, Papaveri e Garofani, Lucertola, Lumaca e Coleottero, lacca opaca su pergamena,  1670-1680, cm 26,7×18,7; Kupferstichkabinett – Staatliche Museen zu Berlin, © Kupferstichkabinett, SMB / Dietmar Katz

La mostra ripercorre il tanto variegato quanto attento e delicato rapporto artistico ed espressivo fra la storia naturale, la botanica, la neonata entomologia, la pittura e il disegno floreali e botanici e l’arte libraria con 150 opere su carta e pergamena dal XVI secolo alla fine del Settecento illuminista e scienziato provenienti dalle vaste collezioni dei due musei tedeschi.

Banane - Bl¸te und Fruchtstand

Alle opere di Maria-Sibylla  si affiancano preziosi prestiti da musei internazionali per presentare, accanto alle opere di Maria-Sibylla Merian (tempere, acquerelli , lacche opache e gouaches su carta o pergamena perché le gilde tedesche impedivano alle pittrici la tecnica ad olio) quelle di vari suoi predecessori, contemporanei e successori nelle diverse forme di espressione artistica da Martin Schongauer ad incunaboli e codici illustrati di farmacopea ed erboristeria dei primi del XVI secolo, studi di piante di Albrecht Dürer e della sua cerchia, studi naturalistici di Georg Flegel e Georg Hoefnagel e altri da tutto il Seicento, nature morte di fiori di Barbara-Regina Dietzsch e della sua scuola nel Settecento fino alla pittura floreale neoclassica, romantica e Biedermeier. Il tutto illustrato in un catalogo Hirmer Verlag, curato dal Dipartimento di Storia dell’Arte della Technische Universität Berlin.

Akelei, Stiefmütterchen und Ochsenzunge
Albrecht Dürer, Aquilegia, Viola del Pensiero e Anchusa, Acquerello, primo quarto XVI secolo,
cm 33,7 x 25,5; Kupferstichkabinett – Staatliche Museen zu Berlin, © bpk / Kupferstichkabinett, SMB / Joerg P. Anders
Zwei Tulpen
Georg Flegel, Due Tulipani, acquerello e lacca opaca con riflessi in lacca bianca su carta, circa 1630, Kupferstichkabinett – Staatliche Museen zu Berlin, © BPK / Kupferstichkabinett, SMB / Jörg P. Anders

Maria Sibylla Merian fu la prima pittrice naturalista e studiosa di botanica ad analizzare la metamorfosi dei bruchi in farfalle e anche la fondamentale simbiosi fra insetti e piante. Passione e disciplina senz’altro almeno eccentriche in un’epoca in cui il vulgo considerava gli insetti “le bestie del Diavolo”.

Granatapfel und Schmetterlinge
Maria Sibylla Merian, Melograno con bruchi e farfalle, incisione su rame da “Metamorphosis Insectorum Surinamensium”, Amsterdam 1705, Esemplare della Saechs. Landesbibliothek zu Dresden, Leipzig, Frankfurt a.M., © bpk / Staatsbibliothek zu Berlin / Ruth Schacht

Figlia dell’incisore svizzero Matthäus Merian il Vecchio (1593-1650) e della seconda moglie Johanna-Sybilla Heim ma orfana del padre a tre anni, fu cresciuta ed educata dal patrigno Jakob Marell (apprezzato pittore di fiori e allievo del rinomato pittore di nature morte Georg Flegel) che le insegnò il disegno, la pittura ad olio, l’acquerello e l’incisione cosicché già a tredici anni dipingeva con gusto e perizia immagini d’insetti e di piante ritraendoli direttamente dal vero in natura. All’abilità d’arte non era estranea – se non predominante – un’intensa, analitica curiosità scientifica e infatti, nell’introduzione della sua opera più importante: Metamorphosis Insectorum Surinamensium, pubblicata fra 1702 e 1705, scrisse: «In gioventù mi dedicai a ricercare insetti: cominciai con i bachi da seta nella mia città natale di Francoforte. Osservai poi che essi, come altri bruchi, si trasformavano in belle farfalle notturne e diurne. Questo mi spinse a raccogliere tutti i bruchi che potevo trovare per osservarne la trasformazione. Ma, per disegnarli e descriverli dal vero con tutti i loro colori, ho voluto esercitarmi anche nell’arte della pittura».

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Maria-Sibylla Merian, Rosa con esemplare di gracillaria, larva e pupa, acquerello su pergamena, 1679, Städel Museum, Frankfurt, © Foto: Städel Museum – U. Edelmann – Artothek

Maria-Sibylla pubblicò il suo primo volume di illustrazioni florali, Neues Blumenbuch, già nel 1675 a 28 anni. Nel 1679 pubblicava Der Raupen wunderbare Verwandlung und sonderbare Blumennahrung  (La meravigliosa trasformazione dei bruchi in farfalle e la loro curiosa alimentazione floreale) che divenne un vero successo editoriale discusso e consultato in tutti i salotti alla moda dell’aristocrazia tedesca che s’ispirava ai Philosophes francesi e alle salonnières bas-bleu parigine.

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Maria Sibylla Merian, Ciclamino Bianco, acquerello e tempera verde, rossa, arancione e bianca su pergamena, Städel Museum, Frankfurt, © Städel Museum – Artothek
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Maria-Sibylla Merian, Caimanus Crocodilus e Anilius Scytale, da “Metamorphosis insectorum Surinamensium”, Amsterdam 1705, Esemplare della Saechs. Landesbibliothek zu Dresden, Leipzig, Frankfurt a.M., © bpk / Staatsbibliothek zu Berlin / Ruth Schacht

Dopo anni vissuti in Germania tra Norimberga, Francoforte e Gottorp nell’Holstein nell’infelice matrimonio col mediocre pittore Johann Andreas Graff , la pittrice-entomologa si trasferisce in Frisia nella tenuta delle nobili beghine Aerssen van Sommelsdijck che ospitavano la comunità religiosa dei Labadisti (fondata nel 1669 dal francese Jean de Labadie: un irrgdto, composto, serioso mish-mash fra gesuitismo, giansenismo e calvinismo). Qui conosce e avvia rapporti intellettuali ed epistolari con personaggi quali l’Elettrice Sofia di Hannover, madre di re Giorgio I di Gran Bretagna; William Penn, il pioniere quacchero da cui prende nome l’americana Pennsylvania; il filosofo inglese John Locke. Nel 1691 va a vivere con le figlie ad Amsterdam, dove nel 1692 non solo conqustò il sospirato divorzio e la futura celebre pittrice di fiori Rachel Ruysch quale allieva ma soprattutto la figlia maggiore Johanna sposò il facoltoso mercante Jakob-Hendrik Herolt, fiorente imprenditore in Suriname, colonia olandese in America del Sud di cui all’epoca era Governatore proprio Cornelis van Aerssen van Sommelsdijck, nipote delle signorine labadiste e mecenate di Maria-Sibylla. E così finalmente, nel 1699, dopo decenni di pittura e di studi e altrettanti di successi, grazie all’appoggio del Governatore Sommelsdijck ottenne dalla città di Amsterdam il finanziamento ufficiale del viaggio in Suriname con la figlia minore Dorothea per studiare in cinque anni le nuove specie di fiori e di insetti tipiche delle Indie Occidentali. La nave salpava il 10 luglio 1699 e si trattò del primo viaggio espressamente concepito come spedizione scientifica.

Dei cinque anni previsti, madre e figlia ne trascorsero in Suriname solo due, a causa della malaria, ma la messe di animali e piante precedentemente sconosciuti all’interno del Suriname (con annotazione di caratteristiche, habitat, abitudini) e la loro denominazione scientifica con i nomi nativi americani fu straordinaria come l’avventurosa esplorazione del corso del fiume Suriname e la calorosa collaborazione degli indigeni amerindi che tutte portarono alla pubblicazione della sua opus magna, la citata Metamorphosis Insectorum Surinamensium, che rimane testo fondamentale per la storia dell’entomologia e le cui illustrazioni sono indiscussi e celebrati capolavori di pittura botanica. Lei stessa scrive nella Introduzione: «Realizzando quest’opera, non ho mirato al guadagno, contentandomi di rifarmi delle spese sostenute. Non ho badato a spese per eseguire quest’opera. Ho fatto incidere le tavole da un celebre maestro e ho procurato al libro la carta migliore per portare soddisfazione e piacere non solo agli amatori dell’arte ma anche agli amatori degli insetti e sono felice sentendo di aver raggiunto il mio scopo e di aver loro procurato quella gioia»

Rientrata ad Amsterdam, nei suoi ultimi anni, funestati da un ictus nel 1715 e dalle conseguenti difficoltà economiche (già nel 1699 per ulteriormente finanziare il viaggio in Suriname aveva venduto 255 sue opere) Maria-Sibylla ebbe la soddisfazione di ricevere nel 1716, poco prima della morte, l’omaggio personale del super eclettico zar di Russia Pietro il Grande, in visita ad Amsterdam ed ai cantieri navali olandesi, che dopo la sua morte acquistò un gran numero di suoi dipinti, oggi conservati nella collezione dell’antica Accademia di San Pietroburgo, fondata dallo stesso Pietro il Grande (Academia Scientiarum Imperialis Petropolitanae poi dal 1803 Académie Impériale des Sciences e dal 1925, spostata a Mosca, Accademia Russa delle Scienze).

Horti Anckelmanniani, Tom. I [II nicht nachgewiesen], Bll. 2v/3r - Der Barockgarten von Caspar Anckelmann in Hamburg
Hans Simon Holtzbecker [ante 1635 – 1671], Il Giardino barocco all’Italiana di Caspar Anckelmann (1634 – 1698) con al centro il proprietario e la moglie, ai lati i giardnieri, lacca opaca su pergamena, fra 1664 e 1671, cm 32,4 x 40,0 ;Kupferstichkabinett – Staatliche Museen zu Berlin, © bpk / Kupferstichkabinett, SMB / Joerg P. Anders

Immagine introduttiva

Maria Sibylla Merian, Petali di tulipani screziati, acquerello e lacca opaca su pergamena, Kupferstichkabinett – Staatliche Museen zu Berlin, © bpk / Kupferstichkabinett, SMB / Dietmar Katz

Quanti dollari a puntino?

Dipinto nel 1995 ed emblematico del rivoluzionario, per quanto allora già più che affermato, estro creativo di Roy Lichtenstein, questo Nude Sunbathing rivisita uno dei soggetti preferiti dell’artista. Di presenza assai rara sul mercato, i Late Nudes furono la prima serie di dipinti realizzati dal pittore dopo la retrospettiva dedicatagli nel 1993 dal Solomon R. Guggenheim Museum di New York e restano senza dubbio la pièce de résistence del periodo finale dell’attività di Lichtenstein nei suoi ultimi anni prima della morte nel 1997, tant’è che molte opere di questa serie sono oggi parte di importanti collezioni istituzionali e private, fra cui il Museum of Modern Art di San Francisco, la Fondazione Beyeler e la Broad Art Foundation.

Nude Sunbathing, stimato intorno ai 20 milioni di USD sarà offerto in vendita al pubblico per la prima volta durante la Contemporary Art Evening Auction del 18 maggio 2017 a Sotheby’s New York.

Ispirati dalle sue due più significative influenze artistiche storiche – Pablo Picasso e Henri Matisse – nei suoi nudi Lichtenstein astrae il corpo femminile fino alla sua forma più semplice, definendolo con la sua marcata linea grafica e con gli iconici Benday Dots audacemente colorati. Ciò che distingue i suoi Late Nudes degli anni 1990 dalle sue opere precedenti è l’utilizzo dei punti Benday nel dégradé cromatico all’interno della composizione, che conferisce alla figura un’accentuata profondità e tridimensionalità. Nude Sunbathing presenta inoltre un ulteriore carattere di unicità perché praticamente monocromatico nelle varie sfumature di rosso che dànno forma sia alla figura femminile sia allo sfondo.

Di Qua e di Là dalle Alpi: 1796-1814

Le vicende delle opere d’arte italiane requisite da Napoleone e restituite all’Italia da Canova

Il professor Andrea Emiliani in collaborazione con il Museo del Louvre e con l’Accademia Clementina di Bologna ha curato la realizzazione di uno speciale volume bilingue (italiano e francese), dedicato alle vicende delle acquisizioni forzate effettuate da Napoleone fra il 1796 con l’Armée d’Italie e il 1814 per la creazione del Museo del Louvre stesso quale «Museo dell’Arte Europea” e soprattutto sul ruolo chiave svolto da Antonio Canova (nell’immagine introduttiva) come plenipotenziario speciale di papa Pio VII e degli altri Stati Italiani per il recupero e la restituzione agli Stati Italiani legittimi proprietari delle opere a suo tempo prelevate dalle armate francesi.

Il volume (di circa 600 pagine e di elegante e accurata veste editoriale realizzata dall’editore Carta Bianca di Faenza con la diretta supervisione di Andrea Emiliani) si fonda sulle analisi degli archivi del Louvre e sul loro studio e confronto effettuato dalla storica dell’arte e archivista Gilberte Émile-Mâle (figlia del celebre storico restauratore del Louvre Émile Mâle) in collaborazione con Yveline Cantarel-Besson, Direttore Centrale degli Archivi Nazionali di Francia e con l’assistenza di Janine Dragomir.
Ad affiancare la parte di analisi storico-archivistica (riproduzione dell’inventario storico-bibliografico completo, repertorio delle operazioni di restauro effettuate a Parigi, indice generale delle opere descritte) e il commento esplicativo firmato da Gilberte Émile-Mâle e Yveline Cartarel-Besson, tre importanti saggi di Andrea Emiliani, Michel Laclotte (ideatore del Musée d’Orsay e direttore generale del Museo del Louvre dal 1987 al 1995) e della storica dell’arte Francesca Lui ad illustrare tutti i i retroscena storico-artistici che videro protagonisti Antonio Canova, il direttore del Louvre napoleonico Dominique-Vivant Denon e molti altre figure chiave del Congresso di Vienna e della Restaurazione post-napoleonica fra i quali in primo luogo il Duca di Wellington, grazie al cui personale intervento diplomatico ed economico fu possibile restituire proprio a Bologna la quasi totalità delle opere d’arte a suo tempo trasferite a Parigi e che costituiscono oggi il nucleo portante della Pinacoteca Nazionale di Bologna (utilizzando per il viaggio di trasporto proprio quel valico del Sempione completamente ampliato e rinnovato da Napoleone nel 1805). Wellington infatti,  da giovane  – quand’era ancora soltanto the Honorable Arthur Wsley figlio cadetto del provnciale Conte di Mornington – aveva visitato e soggiornato Bologna durante il suo Grand Tour con il fratello maggiore Lord Wellesley, svluppando e mantenendo una speciale affezione per la città.

La parte iconografica spazia dalla ampia e qualitativamente fascinosa serie di vedute (reali e di fantasia) del Louvre commissionate da Napoleone a Hubert Robert, maestro della pittura paesaggistica neoclassica e primo “Conservateur au Muséum Central des Arts de la République”, futuro Musée du Louvre, alle opere di Bernardin Zix, Charles Meynier ed altri pittori dell’età neoclassica che rendono l’immagine del Louvre in epoca napoleonica (quando si chiamava appunto «Musée Napoléon»).

Per sostenere ulteriormente la realizzazione del volume (la cui uscita è prevista per l’estate 2017) per poterne curare al massimo tutti gli aspetti editoriali, distributivi e promozionali.
Prezzo di ogni singola copia è € 50,00=.
Al di là di interventi istituzionali di realtà imprenditoriali legate a qualsiasi titolo al mondo dell’arte o al contesto locale bolognese o parigino e internazionale che, a fronte di un contributo in acquisto copie, figureranno nella Tabula Gratulatoria che aprirà il volume, ciascun lettore interessato può contribuire anche con l’acquisto di una sola copia venendo inerti nell’apposito Albo dei Sostenitori

Se Atene piange, Sparta non ride

Se l’Italia – squassata da Renzi & Co., crac bancari pagati dai comuni risparmiatori, viceregine boscherecce e depositi museali traboccanti di opere d’arte destinate ad ingrassare i topi – si gode la politica culturale demenziale del kriminale ministro Franceskini, anche Trump si sta dando da fare e taglia i fondi alle grande istituzioni museali e scentifiche statunitensi per le iniziatve culturali decentrate per portare “conoscenza” nelle aree più culturalmente depresse degli Stati Uniti.

Proprio quelle che hanno appunto eletto Trump al soglio presidenziale in virtù della loro paleolitica ignoranza.

Come avevano ragione Oscar Wilde, Giuseppe Prezzolini e mo zio Emil-Ludwig a sostenere che “L’America è un Paese che è passato dalla Barbarie alla Decadenza senza conoscere la Civiltà”…

Media Alert  
Statement from The Metropolitan Museum of Art on Proposed Elimination of Funding for the NEA, NEH, and IMLS

“The President’s budget released today proposing the elimination of funding for the NEA, NEH and IMLS is shortsighted and does a terrible disservice to the American people.  For more than 50 years, these programs have provided, at modest cost, essential support to arts organizations throughout the country—many times sustaining the arts in areas where people do not have access to major institutions like the Metropolitan Museum. We will join with arts organizations and artists nationwide and work with our supporters in Congress to see that these vital funds are maintained.”

Thomas P. Campbell, Director
Daniel H. Weiss, President
The Metropolitan Museum of Art

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March 16, 2017

The Met Fifth Avenue   –  The Met Breuer   – The Met Cloisters    metmuseum.org
metropolitan

Caso o Destino?

La realtà anticipa la fantasia o viceversa?

E… la nostra vita è tutta frutto del caso o esiste un Destino che ci guida o ci perde o ancora i fili di cui è intessuta la nostra vita sono tenuti da un Essere Superiore o dallo stesso Destino?

La tragedia del ponte crollato sull’autostrada fra Loreto ed Ancona mi ha subito riportato alla mente un romanzo di Thornton Wilder, per precisione il suo secondo, scritto nel 1927 (Premio Pulitzer nel 1928 e dal quale sono stati tratti vari film, l’ultimo nel 2004 con un cast superbo: F. Murray Abraham, Kathy Bates, Gabriel Byrne, Geraldine Chaplin, Robert De Niro, Harvey Keitel): IL PONTE DI SAN LUIS REY che tratta di una vicenda identica. E storica.

Il 20 luglio 1714, a mezzogiorno preciso, il ponte di corda costruito duecento e più anni prima dagli Incas e che da allora è stato la più importante via di collegamento per gli abitanti di Lima e Cuzco, improvvisamente cede mentre lo stanno attraversando cinque persone: la Marquesa de Montemayor Doña María; Pepita, la sua cameriera personale; lo scrivano ambulante Esteban; Tìo Pío, un avventuriero spagnolo al servizio del Vicerè del Perù, già impresario teatrale scopritore e maestro della famosa attrice Camila La Perricholì, che grazie a lui era divenuta l’amante del Viceré ma che poi, sfigurata dal volo, si era ritirata a vivere nelle montagne con i tre figli avuti appunto dal Viceré. Quinto personaggio è il ragazzino Jaime, il figlio minore di Camila e del Viceré, che Tìo Pìo sta conducendo con sé a Lima per insegnarli la professione d’attore.

Al disastro assiste, salvandosi per puro caso, il monaco francescano Frate Junipero che, sconvolto dalla tragedia, inizia a porsi angosciate domande di carattere religioso e morale: chi erano quelle cinque persone e perché si trovarono proprio lì e in quel preciso momento?

Volendo risalire alle cause del cedimento del ponte, Frate Junipero spinge la sua ossessiva ricerca fino a ricostruire in ogni dettaglio la vita di ciascuna delle cinque vittime, per ritrovare fra loro e in loro un qualsiasi incomprensibile quanto imprevedibile ma imprescindibile legame, quel fattore analogo, quel “minimo comune denominatore” che spieghi il loro destino e lo sottragga alla cecità del Caso.

Affondando nella sua ricerca storica, Frate Junipero si perde nel labirinto del devastante dilemma morale che chiama in causa la Divina Provvidenza: la tragedia è stata un semplice caso, un “Capriccio del Destino”, una casualità senza altra spiegazione appunto che la cecità del Caso o invece è stata una mirata punizione divina per le colpe, consapevoli o ignare, di ciascuno dei cinque sfortunati e che ha fatto incrociare i loro destini nel medesimo luogo alla medesima ora?

Il tormento di Frate Junipero è l’espressione di quel consueto quesito che ogni uomo, credente o no, si pone sull’eterna condizione umana e sulla morte, sulla misteriosa complicità di Caso e Destino.

Una domanda che sempre rimane e rimarrà senza risposta.

Il cedimento del ponte di corda inca è fatto storico ma nel romanzo Thornton Wilder gioca liberamente sulla figura, storicamente posteriore, dell’attrice e danzatrice Micaela Villegas (1748-1819), nota appontò come «La Périchole» o «La Perricholì» e la cui vita è stata d’ispirazione anche per il racconto Le Carrosse du Saint-Sacrement di Prosper Mérimée, per l’opera buffa La Périchole di Jacques Offenbach e per La carrozza d’oro, film del 1953 di Jean Renoir con Anna Magnani protagonista.

CasadelaPerricholi
Max de Radiguet (1816-1899), Paysage de Lima, in cui si nota la residenza di Micaela Villegas “La Perricholi”, donatale dal Vicerè Amat. Disegno tratto da Compendio Histórico del Perú, Historia del Siglo XVIII, Tomo IV, Editorial Milla Batres S.A. Lima, 1993, p. 146.

Maria Micaela Villegas Hurtado (1748-1819), conosciuta come La Perricholi o La Périchole, è probabilmente il più famoso personaggio storico femminile peruviano del XVIII secolo. Attrice, danzatrice  celebratissima, fu amante riconosciuta e ufficiale di Manuel de Amat y Juniet, Viceré del Perù dal 1761 al 1776, di cui intratteneva pubblicamente la corte. Il loro figlio, Manuel de Amat y Villegas, è stato uno dei firmatari della dichiarazione di indipendenza dalla Spagna del Perù il 28 Luglio 1821 . L’origine del soprannome con cui Micaela Villegas è passata alla storia non è a tutt’oggi ancora chiarita: alcune interpretazioni lo fanno derivare dai vezzeggiativi usati nei suoi confronti dal Vicerè (peti-xol, petit-choli, petit-choux); per altre, al contrario, deriverebbe dall’offensiva denonominazione “Perra Chola” (cagna in calore) attribuitale dall’alta società della corte vicereale di Lima che detestava il potere e la ricchezza dell’attrice e la sua influenza sul Vicerè, di cui era moglie di fatto.