Il Nettuno di Giambologna (Jean de Boulogne, nato a Douai allora nelle Fiandre oggi in Francia: nulla perciò a che fare con la storia felsinea) è quella fontana sensuale, fisica, perfino corpulenta quanto splendida (parola banale ma altra non c’è) che a Bologna, nella piazza omonima abbracciata da Piazza Maggiore da un lato e Piazza Re Enzo dall’altro, è simbolo della città secondo solo alle Due Torri. Dopo il primo restauro voluto a metà degli anni 1980 dall’allora Presidente degli Industriali bolognesi Giuseppe Gazzoni-Frascara (primo esempio di vero mecenatismo imprenditoriale) e realizzato da Giovanni Morigi, il più illustre dei restauratori di metalli almeno a livello europeo, è oggi di nuovo sotto i bisturi e le cure dei restauratori. In pochi anni inquinamento d’acque e di aria han fatto più danni di quattro secoli e cinque decenni (il 450° anniversario nel 2017).
Questo nuovo restauro dà l’opportunità di parlare del miglior libro finora realizzato sulla storia e le vicende storiche, artistiche, tecniche della statua bronzea, pubblicato lo scorso anno negli Stati Uniti grazie anche alla cura e all’intervento di Francesco Ceccarelli, docente di Storia dell’Architettura all’Alma Mater Studiorum di Bologna. Ancor più grata è l’occasione per offrire affettuso ricordo ed omaggio di Andrea Santucci, amico e persona di delizia e fotografo di cuore e di pregio, improvissamente scomparso nell’estate del 2015, che al Nettuno molta seduzione di immagini dedicò, fra cui quella in apertura: inconsueta perché di spalle, e nebbiosa. Quindi – di contrasto alla statua – di sottilissimi e pallidi, evanescenti fascini inquieta.
Grazie a VISTAS–Virtual Images of Sculpture in Time and Space, la fondazione dedicata al sostegno degli studi sulla scultura europea dal Gotico al Barocco 1250-1780 creata da Hester Diamond, Jon Landau, Álvaro Saieh e Fabrizio Moretti, è uscito il tanto atteso volume di Richard J. Tuttle dedicato alla Fontana del Nettuno di Giambologna: The Neptune Fountain in Bologna. Bronze, Marble and Water in the Making of a Papal City con la curatela di Nadja Aksamija della Wesleyan University di Middletown, Connecticut e Francesco Ceccarelli dell’Alma Mater Studiorum, Università di Bologna ed arricchito dall’introduzione di Michael W. Cole (Columbia University) e dalla postfazione di Bruce Boucher (University of Virginia).

Richard J. Tuttle (1941-2009), docente di Storia dell’Architettura del Rinascimento alla Tulane University e alla Università di Bologna, Fellow della American Academy in Rome e “Rudolf Wittkower Guest Professor” alla Bibliotheca Hertziana di Roma, è autore di studi di riferimento sulla Bologna rinascimentale e su Jacopo Barozzi il Vignola, Giulio Romano e Primaticcio e questo suo libro sulla Fontana del Nettuno di Bologna è frutto di uno studio decennale rimasto inedito alla sua morte.
Scultura bronzea imponente (oltreché seduttiva) di bellezza ed eleganza e sensuale di fisicità, la Fontana del Nettuno di Bologna è (accanto ad esempio al Compianto di Cristo Morto di Nicolò dell’Arca, alla Santa Cecilia di Raffaello, alla Cappella Bentivoglio di Francesco Francia) fra le pièces de résistance del patrimonio artistico rinascimentale della città. Tuttavia, il volume di Richard J. Tuttle, summa dei suoi anni di ricerca, bolognese e non, sulla scultura in bronzo, è la prima monografia completa dedicata a questo monumento iconico e identitario della città, eseguito fra 1563 e 1567 dallo scultore fiammingo Giambologna (nome con cui in Italia è noto Jean de Boulogne, nato a Douai, allora nelle Fiandre, nel 1529 e morto a Firenze, dopo anni di successi alla corte medicea, nel 1608) e dall’architetto Tommaso Laureti. Che la scultura fosse in bronzo (come sarà poi tipico dei capolavori del Giambologna e non in marmo), rientra nella tradizione bolognese, dove proibitivo per i trasporti era il marmo o gruppi marmorei scolpiti altrove e trasportati per mare subirono vicende romanzesche (come il gruppo di Alessandro Algardi con «La Decapitazione di San Paolo» della Cappella Spada in Santa Maria Maggiore che nel 1650 giungendo da Roma a Bologna via mare intorno alla penisola fu razziato dai pirati ai quali i principi Spada pagarono un ingente riscatto). Tuttle affronta per la prima volta e nel dettaglio tutte le problematiche progettuali, esecutive, visuali ed urbanistiche connesse alla creazione del Nettuno bolognese ed evidenzia la portata europea di quest’opera che si pone al vertice delle fontane pubbliche cinquecentesche.

Basandosi su di un vastissimo corpus documentario e iconografico perlopiù poco noto o addirittura inedito che spazia dalle fonti archivistiche a quelle numismatiche, Tuttle illustra come la fontana sia il frutto di una felice collaborazione fra artisti di multiplo talento, capaci di sfruttare nel migliore dei modi la tecnologia idraulica del Rinascimento per realizzare uno strumento di rinnovo urbano carico di messaggi politici e simbolici. Questo fascinosissimo monumento fatto di marmo, bronzo ed acque zampillanti, ma nello stesso tempo terragno, fisico, possente, perfino conturbante (si narra che le autorità ecclesiastiche censurassero la troppo vistosa e muscolare nudità del Nettuno, atta a turbare le anime bolognesi femminili e non, e perfino le dimensioni del suo “onore virile” che lo scultore dovette immodestire) è infatti al centro di una complessa sequenza di interventi papali che avrebbero fissato l’assetto architettonico della seconda città dello Stato della Chiesa per tutta l’età moderna e contemporanea. Merito di Tuttle, prim’ancora di chiarire il ruolo fondamentale di Tommaso Laureti come architetto-regista e di evidenziare la stretta benché burrascosa collaborazione fra i due artisti, è prendere in contemporanea considerazione architettura, scultura e idraulica (cruciale la trattazione della costruzione del nuovo acquedotto per portare l’acqua alla fontana con le opere architettoniche connesse, in primis le Cisterne di Valverde e di Remondato) inserendole nella complessa e sfaccettata cornice urbanistica e politica che comprende la storia della apertura della Piazza del Nettuno in quel cuore della città dove da sempre si affrontavano le istanze automiste locali e il potentato ecclesiastico.

Richard J. Tuttle, The Neptune Fountain in Bologna. Bronze, Marble and Water in the Making of a Papal City, a cura di Nadja Aksamija (Wesleyan University) e Francesco Ceccarelli (Università di Bologna), introduzione di Michael W. Cole (Columbia University) e postfazione di Bruce Boucher (University of Virginia), pp. 250, illustrazioni a colori 150, VISTAS- Harvey Miller/Brepols, 2015






Era fresca di nomina ad Associate Curator for Old Masters alla Frick Collection di New York Aimée Ng (nella foto, ©The Frick Collection, 2014, Michael Bodycomb), quando ideò la One-Piece-Exhibition (la mostra di un solo quadro, così di moda e così apprezzata negli ultimi tempi) The Poetry of Parmigianino’s «Schiava Turca», dal 13 maggio al 20 luglio 2014 nella Oval Gallery della Frick Collection, i cui studi fissano ancora oggi lo “stato dell’arte” sul discusso soggetto del quadro.





Una nuova scoperta di «capolavoro perduto» per lo storico dell’arte inglese Bendor Grosvenor, noto anchorman della televisione britannica perché ideatore e conduttore di due programmi di grande successo: «Fake or Fortune» (BBC1, con Philip Mould, altro storico dell’arte superstar) e «Britain’s Lost Masterpieces» (BBC4). Insomma, una sorta di Daverio o Sgarbi di Albione, ma assai più civile, bennato e di bell’aspetto. Nato nel 1977, ha studiato a Harrow, che sta ad Eton come Cambridge sta ad Oxford, e poi appunto al Pembroke College di Cambridge; la famiglia Grosvenor risale a Guglielmo il Conquistatore (capostipite Hugh d’Avranches, c. 1047 – 1101, detto Le Gros Veneur perché Gran Maestro delle Cacce del primo Re normanno d’Inghilterra) e Bendor è cugino del Duca di Westminster, l’uomo più ricco del Regno Unito. Il nome gli viene dalla descrizione araldica dello stemma di famiglia: «D’Azure, Bend Or» cioè azzurro alla fascia d’oro, e gli fu dato in onore del famosissimo prozio il 2° Duca (1879-1953). Questi, a sua volta era stato soprannominato “Bend Or” dal nonno, il 1° Duca (1825-1899) proprietario dell’omonimo purosangue da corsa che nel giorno del primo compleanno del nipotino vinse il Derby. Il Bend Or 2° Duca fu anche protagonista delle cronache sportive e mondane della prima metà del Novecento, sia per le vittorie dei suoi cavalli da corsa, sia perché bellissimo uomo e incorreggibile womaniser sia perché unito da una liaison cataloguée durata dieci anni, dal 1925 al 1935, a Coco Chanel che dichiarò di non averlo voluto sposare perché c’erano già due Duchesse di Westminster ma esisteva una sola Mademoiselle Chanel).





