POP forever

Fino al 19 luglio a Ferrara a Palazzo dei Diamanti si respira l’aria newyorkese di Broadway e Manhattan e The Factory[1] nella celebrazione dei 50 anni di quella mostra che allora – era il 1975-1976 – fece epoca: Ladies and Gentlemen che dopo avergli aperto pionieristicamente le porte mezzo secolo fa nel pieno della tempesta culturale mondiale della Pop Art e della sua annessa e connessa rivoluzione/rigenerazione culturale. ora riporta a Palazzo dei Diamanti la figura più nota, più “popular” (nessun altro termine può essere più calzante) e più carismatica dell’arte del Secondo Novecento: Andy Warhol.

L’occasione riporta, nella stessa aulica cornice che le vide clamorosamente debuttare, quelle opere iconiche della Pop Art e di Warhol suo creatore, vate e profeta, a proporre una valutazione antologica di Andy Warhol ritrattista partendo dalla rivisitazione in loco proprio di quell’allora scandalosa e trasgressiva esposizione che l’Artista in persona presentò inedita in Italia. Una mostra dirompente che segnò fin dagli esordi un punto di svolta non solo nella produzione warholiana ma ancor più in tutta l’arte e la cultura generale degli ultimi decenni del XX Secolo. Con Ladies and Gentleman, infatti, Andy Warhol (pur dopo lunghe esitazioni e perplessità) rompeva ogni bacchettona regola e convenzione elitaria della cultura artistica mondiale d’allora eleggendo per la prima volta a inquietanti e sensuali protagoniste del proprio lavoro sconosciute Drag Queens afroamericane e portoricane, e non più quei simboli della società glamour e dello mondo dello spettacolo come Marilyn Monroe o Elizabeth Taylor o più tardi Queen Elizabeth II sui quali si era concentrato fino a quel momento, così spostando la sua attenzione creativa ed artistica dal palcoscenico mondano all’intimità dell’individuo e della sua identità più recondita.

La serie Ladies and Gentlemen, composta da 284 serigrafie, porta in sé anche una componente «genetica» italiana. Infatti, se una limitata selezione dei ritratti della serie fu inclusa nella retrospettiva delle opere di Warhol, Andy Warhol, Paintings 1962-1975, al Baltimore Museum of Art da luglio a settembre 1975, non solo la serie completa venne appunto esposta per la prima volta integralmente a Palazzo dei Diamanti di Ferrara da ottobre 1975 a dicembre 1975 col catalogo Signore e signori, pubblicato da Gabriele Mazzotta di Milano, ma proprio all’origine della serie stessa si pone il mercante d’arte contemporanea italiano Luciano Anselmino (1943-1979), figura estemporanea e trasgressiva, gallerista torinese animatore e agitatore dell’ambiente artistico in Italia fra Torino, Milano e Roma dalla metà degli Anni 1960 alla fine degli Anni 1970, enfant terrible erroneamente poco noto e, con inappuntabile coerenza, morto a 36 anni in circostanze mai chiarite (omicidio?).

Fu proprio Anselmino nel maggio 1974 a Torino a contattare Andy Warhol per commissionargli una voluminosa edizione monotematica di serigrafie (e forse anche tele), sollecitando il nume della Pop Art a dipingere imprevedibili ritratti di Drag Queens. Secondo Bob Colacello (n.1947), direttore della rivista «Interview» (tuttora di successo editoriale fondata da Andy Warhol e dal columnist John Wilcock nel 1969, detta «The Crystal Ball of Pop» [La sfera di cristallo del pop]), e autore di Holy Terror: Andy Warhol Close Up [New York, Harper Collins, 1990], Warhol rifiutò drasticamente e anche piuttosto seccato («Drag Queens are out of the question») ma Anselmino non si diede per vinto e continuò ad insistere e insistere finché Warhol, sfinito, non acconsentì, per quanto con riluttanza. Pochi mesi dopo, durante il viaggio in Europa a luglio 1974, Fred Hughes (1943-2001, collezionista e manager di Warhol, e futuro esecutore testamentario dell’artista e presidente fondatore della Andy Warhol Foundation for the Visual Arts) e Anselmino seppero ottenere finanziamenti per la serie sulle Drag Queens nonché Palazzo dei Diamanti, il museo-gioiello di Ferrara, per esporla. Fu lo stesso Colacello, coinvolto da Warhol come “curatore” della serie, insieme all’assistente di Warhol Ronnie Cutrone, a Vincent Fremont, direttore di The Factory, e al truccatore Corey Tippin, a selezionare le Drag Queens necessarie al modelling frequentando il «Gilded Grape» di New York, vicino a Times Square, famoso ritrovo della comunità queer&gay: offrivano alle potenziali modelle di «posare per un amico» per 50 dollari alla mezz’ora, recandosi il giorno seguente a The Factory, dove Warhol avrebbe scattato personalmente le Polaroid da utilizzare come base per le serigrafie. Il nome dell’artista non venne mai rivelato, tanto che alcune delle modelle coinvolte, rivedendo poi Colacello & Co. al «Gilded Grape» sussurravano loro nell’orecchio, con voce flautata: «Dite pure al vostro amichetto che per cinquanta bucks so fare molto di più» [Colacello, 1990]. L’elaborazione delle serigrafie durò dall’autunno 1974 alla tarda primavera 1975 e fra le modelle figurò anche Marsha P. Johnson (1945-1992) celeberrima attivista LGBTQ, sex-worker e performer, detta «La Santa di Christopher Street», figura di riferimento nei movimenti per i diritti LGBTQ e transgender e per il suo operato a favore dei malati di AIDS.

Con Andy Warhol. Ladies and Gentlemen, mostra curata da Chiara Vorrasi per Fondazione Ferrara Arte e Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara in collaborazione con la Andy Warhol Museum di Pittsburgh, Palazzo dei Diamanti torna ad accogliere alcune tra le creazioni più provocatorie del guru della Pop Art, in una coinvolgente rievocazione dell’esposizione del 1975-1976 affiancata ad un appassionato itinerario nella caleidoscopica ritrattistica warholiana, proponendo una eccezionale selezione di oltre 150 ritratti fra acrilici, disegni, serigrafie e Polaroid, provenienti da musei e collezioni europei e americani.

Il percorso espositivo segue le tappe della radicale reinvenzione del ritratto tradizionale operata da Warhol che si fece propri, reinterpretandoli, codici e crismi di comunicazione di massa ed estetica tecnologica dalle Polaroid amatoriali alla sintassi cinematografica e videoclip e persino il reality televisivo, all’idiomatica della cultura Camp[2] e del Glam Rock[3].

Il vasto gruppo di dipinti ad acrilico, molti dei quali finora mai presentati in Italia, e la rassegna dei diversi media che l’artista ha sperimentato (filmati e fotografie) arricchiscono il racconto dell’inedita genialità creativa di Warhol, evocandolo fino a farlo rivivere nelle sale di Palazzo dei Diamanti che si tinge del dinamismo, dell’energia e della provocazione irripetibile della scena Pop di cui Warhol è stato personificazione.

All’estesa narrazione dedicata a Ladies and Gentlemen fa specchio la selezione di ritratti e autoritratti fra i più iconici prodotti da Andy Warhol fra gli Anni 1960 e gli Anni 1980: dal ciclo di Marilyn che codifica l’archetipo della star, alla rivisitazione ironica (se non sarcastica) dell’iconografia ufficiale di Mao Tse-tung, dalle silhouette di Mick Jagger e Liza Minnelli, simboli trasversali di sensualità disinibita e teatrale, alle raffigurazioni fluide e smaterializzate, perfino eteree e con provocazione angelicate, di Robert Mapplethorpe e Grace Jones, che preannunciano l’arrivo dell’immagine digitale, per culminare con la spettacolare sala di autoritratti con cui Warhol esplora i confini della sua stessa identità.

Duplice ambizione di quest’intensa rievocazione culturale è riscoprire la forza iconica di quelle immagini allora tanto esplosive e, parallelamente, confermare la sorprendente attualità della ricerca poetica, iconografica e sociografica di Warhol, che ha anticipato temi tuttora critici come la manipolazione estetica, l’identità di genere, il multiculturalismo, l’artificialità mediatica, la creazione, alterazione e sofisticazione dell’identità sociale, dove il visitatore potrà avvertire in modo personale e immediato quell’energia che ancora intatta e come nuova dopo cinquant’anni emerge da quei ritratti vividi ed esuberanti, nella coloratissima galleria di immagini «glam-queer» che già annunciano le tendenze più trasgressive dell’estetica del XXI Secolo.


[1] The Factory è stato lo studio newyorkese di Andy Warhol e il centro di tutte le sue attività artistiche, sociali e cinematografiche dal 1964 al 1987. Originariamente situata al 231 di East 47th Street, prima di trasferirsi in varie altre sedi a Broadway e infine in Madison Avenue sedi successive, The Factory divenne celebre per il suo inimitabile mix di produzione artistica dalle arti visive al cinema sperimentala, a moda, musica, disinvoltura sessuale e vita notturna controculturale e come ritrovo di una vasta, variegata e funambolica cerchia di artisti, musicisti, scrittori, eccentrici esponenti dell’alta società americana e dell’aristocrazia inglese e personalità della cultura underground degli anni 1970, noti collettivamente come le Warhol’s Superstar, che contribuirono alla reputazione dello studio come uno dei centri creativi più influenti della sua epoca. The Factory ha svolto un ruolo chiave nello sviluppo della Pop Art in generale e di quella di Warhol in specie, dei suoi progetti cinematografici e della sua esplorazione della cultura delle celebrità, contribuendo a plasmare il panorama dell’arte d’avanguardia americana negli anni 1960-1980. Col trasferimento a Broadway, The Factory attirò un pubblico molto più elitario e di mentalità internazionale, tra cui figure provenienti dal mondo internazionale della moda, come le supermodelle Donyale Luna e Benedetta Barzini, dal milieu culturalglamour come Lou Reed, Bob Dylan e Mick Jagger, lo scrittore Truman Capote, Salvador Dalí e Allen Ginsberg, o da circoli aristocratici e dell’alta società come le segretarie personali di Warhol Lady Anne Lambton (n.1954, attrice a tempo perso e figlia di quell’Anthony Lambton, 6th Conte di Durham che, dimessosi dal governo britannico per scandali sessuali, si ritirò a vivere in Toscana nella villa barocca di Centinale a Sovicille di Siena) o Catherine Guinness (n.1952, figlia del 2° Barone Moyne e quindi nipote di Diana Mitford e delle altre arcinote Mitford Sisters, fotografata da Robert Mapplethorpe in ritratti ora al J.Paul Getty Museum e al LACMA a Los Angeles, attrice con Warhol nel 1979 nel suo film Cocaine Cowboys, flirt giovanile dell’attuale re Carlo III d’Inghilterra e infine scrittrice e socialite britannica, ) che ambedue contribuirono alle attività sia dello studio sia alla rivista «Interview». Grazie agli sforzi congiunti di Fred Hughes, manager di Warhol, e Bob Colacello, direttore di «Interview», The Factory si trasformò in influentissimo centro socioculturale d’élite, imponendosi fra ii “salotti” più vivaci e creativi di Manhattan, dove Warhol, da vera salonnière, presiedeva regolarmente ad una continua mise-en-scène intellettual-mondana con un cast a rotazione di artisti, celebrities e personaggi della cultura internazionale.

[2] La Camp Culture si definisce con l’uso deliberato, consapevole e sofisticato del kitsch in arte, abbigliamento e atteggiamenti eclatanti a épater les bourgeois, storicamente associato alla cultura LGBTQ e in particolar modo agli uomini gay, dove l’estetica Camp sconvolge la comprensione modernista dell’arte “alta” invertendo i giudizi estetici tradizionali di bellezza, valore e gusto e spingendo verso un diverso impegno estetico fra androginia e femminilità/mascolinità enfatizzate.

[3] Noto anche come Glitter Rock e per la sua ambiguità sessuale e di genere e per la manifesta androginia, oltre che per l’ampio uso della teatralità, il Glam(our) Rock è sottogenere della musica rock sviluppatosi nel Regno Unito nei primi anni 1970 e definito principalmente da acconciature e trucco sopra le righe, abiti sgargianti con glitter, strass e paillettes e calzature con esagerati plateau, a cui appartengono David Bowie, Roxy Music, Alvin Stardust, Wizzard e Gary Glitter e, negli Stati Uniti, Suzi Quatro, Alice Cooper (che combinava Glam e Shock Rock) e Lou Reed nonché, per quanto non centrali alla tipologia, Rod Stewart, Elton John, i Queen (Freddie Mercury affidò a Zandra Rhodes i costumi per il tour dei Queen del 1974) e, per un certo periodo, i Rolling Stones Il Glam Rock (che, nonostante il declino dalla metà degli anni 1970, influenzò altri generi musicali come Punk Rock, Post-Punk, Gothic Rock, Glam Metal e New-Romantic) visivamente realizzò un mish-mash di vari stili fra glamour hollywoodiano degli anni 1930, sex appeal delle pin-up degli anni 1950, teatralità del cabaret prebellico, stili letterari e simbolisti vittoriani, fantascienza e perfino mitologia classica e occultismo. Le origini del movimento sono “titolate” ritrovandole nientemeno che nel geniale e stravagante scrittore e compositore inglese Noël Coward la cui estetica (dove stile, artificio e apparenza avevano importanza uguale a profondità e sostanza) ebbe essenziale influenza sull’immagine di musicisti come Bowie o Roxy Music. La rivista americana «Time» sottolineò a suo tempo il personalissimo “senso dello stile” di Coward: combinazione di sfacciataggine ed eleganza, provocazione e compostezza che si pone come un “manifesto glamour”.

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