Diario del Grand Tour (ripresa de La Sindrome di Stendhal con nuovo nome reso indispensabile dal proliferare nel Web di sindromi stendheliane di vario genere, titolo o matrice, diffusesi con frequenza e virulenza peggiore perfino della pandemia del Covid) inaugura questa nuova stagione, anzi edizione, di appunti, note, recensioni di mostre e di libri, restauri, curiosità artistiche e non solo, con la bella notizia della proroga al 6 aprile 2026 dell’intensa mostra dedicata Bartolomeo Cesi (1556-1629). Pittura di silenzio nell’età dei Carracci, al Museo Civico Medioevale, curata dall’indiscussa autorità di Vera Fortunati con l’elegante maestria che le è tipica per i bolognesi Musei Civici d’Arte Antica, Arcidiocesi, Musei Nazionali e Alma Mater Studiorum, che, con questa prima mostra dedicata a questa locale eccellenza di Cinque e Seicento così legata alla Storia della Chiesa e dell’Arte nelle chiese, hanno voluto celebrare la conclusione dell’Anno Giubilare 2026.
Nel panorama di maestri che contraddistinguono la variegata fioritura della Pittura Bolognese nei secoli XVI e XVII, la figura di Cesi (solitaria e distaccata, perfino altera di un reinventato «Noli me tangere» d’eccessive commistioni artistiche e pittoriche) si staglia fra i tanti grandi nomi suoi contemporanei. Autore d’incisive tele religiose per la penombra silenziosa di chiese e conventi, Bartolomeo Cesi operò in antinomia ai coevi Agostino, Ludovico e Annibale Carracci, dai quali si distinse per l’autonomo linguaggio di figure sì algide e ieratiche ma vivide e intense di contrasto fra colori squillanti e immoti asettici paesaggi.
Se in Bartolomeo Cesi (pittore d’armoniosa cultura figurativa fra difformi influenze: Raffaello, Correggio, i Carracci e pure Scipione Pulzone, Zuccari e Barocci) la critica antica vide l’anello fra Maniera e Carracci, declinando l’Artista i caratteri desueti dell’una quanto gli innovativi degli altri, il Novecento ne definì il ruolo di pittore della Controriforma che, più di tutti a Bologna, realizzò d’istinto e inclinazione l’Arte Cristiana dell’Estetica tridentina, redatta dall’altrettanto bolognese cardinale Gabriele Paleotti (1522-1597) in quella che si potrebbe definire con Goethe un’esplicita «affinità elettiva».
Con 36 opere (dipinti, pale d’altare e anche disegni), la mostra tanto si concentra su Cesi unico controcanto alle novità carraccesche e con quelle purtuttavia armoniosamente dialogante, quanto ne indaga l’evoluzione stilistica d’esclusivo rigore espressivo e compositivo fra retaggi di Manierismo e oculate adesioni al Naturalismo.
Educato adolescente nella Maniera bolognese da Giovan Francesco Bezzi il Nosadella (1530-1571), dopo le incursioni verso Federico Barocci e l’esperienza romana del 1591, a Bologna Cesi esprime lo stile limpido e severo ch’è suo codice in piena intesa al riformismo paleottiano. E fu difatti Paleotti a chiamarlo alla clamorosa decorazione dell’Abside della Cattedrale di San Pietro e al ciclo delle Storie di Martiri nella Cripta dove esibì (in lavori oggi quasi perduti) la sua abilità di «frescante» (Malvasia, 1678).
Protagoniste di poetica e carriera di Cesi sono le pale d’altare nate dall’elaborazione tutta personale del Naturalismo dei Carracci: Cesi fu l’unico manierista locale a intuire le dirompenti novità di quel linguaggio, tanto inconsueto da scandalizzare, che il venticinquenne Annibale propose nel Cristo Crocefisso coi Santi Bernardino da Siena, Francesco e Petronio (1583, Santa Maria della Carità), linguaggio che Bartolomeo Cesi fece subito suo nel Cristo in Croce con i Santi Andrea, Bartolomeo e Pietro Toma (1584-1585, Chiesa di San Martino) ma già tutto tingendolo del suo stile distillato ed austero.

San Benedetto che ascolta la celeste armonia, 1588-1590 c.a., olio su tela,
cm 290 x 186, Bologna, Chiesa di San Procolo
Ancora coniugando l’eredità della Maniera al “vivo e vero” dei Carracci, Cesi ascende allo spazio taciturno e mistico proprio di Benedettini e Certosini, suoi affezionati (e preferiti) committenti. La sua identificativa cifra del Sublime (crasi di Natura e Divino) si esprime compiuta nel «delicatissimo» (è Malvasia, 1678, a definirlo) San Benedetto ascolta la Celeste Armonia (1588-1590, Bologna, Chiesa di San Procolo) dove il santo si staglia sul paesaggio d’Appennini ruvidi e invernali, e nel San Benedetto seduto (1590, già nella Chiesa di San Procolo oggi in Pinacoteca) col santo invece frontale come un’icona ma con quel volto segnato d’un vecchio che è impietosamente carraccesco. Del 1595-1598 e scintillante emblema della sua seduttiva ibridazione di Classicismo e Naturalismo, è la sontuosa Pala Paleotti con la Madonna col Bambino in Gloria coi SS. Benedetto, Giovanni Battista e Francesco nell’agostiniana elegantissima Basilica di San Giacomo Maggiore che seduce per il paesaggio silente «nel valore fermo della luce» (Francesco Arcangeli), i giochi argentei fra luce ed ombra, eco accattivanti e suasive di Correggio e Barocci, «la vibrazione perlacea delle superfici» (Graziani).
Giunge allora a Cesi un crescendo di illustri commissioni: le Storie della Vergine (1593-1594,) in Santa Maria dei Bulgari all’Archiginnasio, o l’emozionante trittico nella bolognese severa Basilica di San Domenico composto da L’Adorazione dei Magi con a lati le pale di San Nicola da Bari (a sinistra) e San Domenico de Guzman (a destra) tutte del 1595, nella quale Cesi rivisita il cartone di Baldassarre Peruzzi (oggi al British Museum, Londra) cristallizzandolo in quel solenne ma distaccato e composto fasto cromatico che ad Arcangeli evocò Zurbarán.

Adorazione dei Magi con (ai lati) i Santi Nicola di Bari e Domenico de Guzmán, 1595,
olio su tela in ancona di legno dorato (Bologna, 1605-1625);
Bologna, Basilica di San Domenico
Nasce dalla sintonia intensa fra Cesi e i Certosini l’opus maxima dell’artista: il Trittico della Passione in San Girolamo alla Certosa: qui, nello spazio recluso esclusivo ai monaci, Cesi esprime la sacra teatralità di tre tele d’inusuale imponenza (340 x 830 cm, 1597), icastiche degli altrettanti climax della Passione di Cristo: la Preghiera nell’Orto degli Ulivi, la Crocefissione, la Deposizione, in cui elabora composizioni di forme e colori e luci livide e irreali, studiatissime. A fianco di ciascuna delle due pale laterali, Cesi affolla poi in nicchie dipinte ritratti di monaci certosini a figura intera in varietà di pose, gesti, sguardi, espressioni: tutti a gremire l’incalzante scenografia corale e a declinare inatteso il suo estro ritrattistico. Il Trittico della Passione è conferma fulgida della pittura spirituale di Cesi, accordo di pathos religioso e devota disciplina certosina, tanto più esaltato dal pregio speciale della mostra: cioè riproporre la provocazione dialettica e stilistica del perduto raffronto con le due tele di Ludovico Carracci: la Flagellazione e l’Incoronazione di Spine (già nell’atrio del coro di San Girolamo ed ora in Pinacoteca), contemporanee (1597-1599) e dense d’un realismo perfino spiacevole e scostante.

Crocefissione con la Madonna, San Giovanni Evangelista e Santa Maria Maddalena: Cristo Crocefisso (part.), 1595, olio su tela, cm 550 x 217;
Bologna, Chiesa di San Girolamo della Certosa
Col mutar del secolo, nel Seicento Cesi non cambia d’accento: anzi, come per un’esausta creatività o noia immaginativa, ripete invenzioni e iconografie già prodotte, perfino catalogate in una sorta di prontuario per committenti. Dell’epoca spicca il tardo maestoso dipinto alla Certosa di Ferrara (1620): Il Beato Niccolò Albergati col Reliquario di Sant’Anna, coi sei giovani certosini veri protagonisti dell’opera per la perizia ritrattistica espressa nelle fisionomie e coniugata nella composizione pittorica sapiente e scandita dal biancore dei monastici sai, fra rigidi panneggi e cappucci abbassati.

olio su tela, cm 78 x 67; Imola, Museo San Domenico
Deuteragonisti della mostra sono, accanto alle tele sacre, appunto i ritratti di Cesi: giovani gentiluomini al naturale in giustacuore oppure trasformati in santi, profeti, apostoli o allegorie, primi il Ritratto di gentiluomo venticinquenne (Imola, Museo di San Domenico) che la già avviata ricerca interiore fa collocare a Alberto Graziani agli anni intorno al 1585 grazie alla coerenza con la contemporanea ritrattistica europea., e quello, sontuoso di panneggi e cangianti cromatismi, di Lattanzio Graffi, paggio di Papa Clemente VIII, 1598.

Ritratto di Lattanzio Graffi, paggio di Papa Clemente VIII Aldobrandini, 1598,
olio su tela, cm 210,5 x 134; Bologna, Collezioni Fondazione CaRisBo
Del 1592 sono il Ritratto di frate (Bologna, Museo Davìa Bargellini), di ardente verismo, e l’introspettivo, intimista Ritratto di monaco come Dionigi il Certosino (Bologna, Pinacoteca), di assorta penetrata meditazione all’ascesa mistica.
Completano la mostra in primis il percorso cittadino alle opere inamovibili fra Pinacoteca, Basiliche di Santo Stefano e San Domenico, la Chiesa di Santa Maria della Pietà; il Convento di San Giovanni in Monte (oggi sede universitaria), San Girolamo della Certosa e la Cappella di Santa Maria dei Bulgari all’Archiginnasio, dove la documentazione fotografica di Felice Croci (risalente al 1910 ca.), grazie alla Realtà Aumentata, restituisce gli affreschi quasi distrutti dal bombardamento del 1944.
Secondo approfondimento è dedicato all’espressione di Cesi nel disegno, con una selezione lussuosa e spesso inedita di esempi della cesiana maestria quale disegnatore.

Due giovani in abiti contemporanei che si abbracciano, secc. XVI-XVII
matita rossa, gessetto bianco su carta cerulea, mm 355 x 213;
Firenze, Gallerie degli Uffizi – Gabinetto dei Disegni e delle Stampe
Il Catalogo a cura di Vera Fortunati, pubblicato da Silvana Editoriale, raccoglie i saggi di Stefano Ottani, Daniele Benati, Vera Fortunati, Alessandro Zacchi, Angela Ghirardi, Angelo Mazza, Michele Danieli, Flavia Cristalli, Ilaria Bianchi, Mark Gregory D’Apuzzo, Mirella Cavalli, Valeria Rubbi, Antonella Mampieri, Emanuela Fiori, Caterina Pascale-Guidotti-Magnani, Stefania Biancani.

Figura virile giacente da destra a sinistra, con turbante e corona in capo, tenendo con la destra un’arpa e nella sinistra uno scettro (Re Davide?), secc. XVI/XVII,
matita rossa, gesso bianco, quadrettatura a matita nera su carta azzurra, mm 169×357;
Firenze, Gallerie degli Uffizi – Gabinetto dei Disegni e delle Stampe