Figlio – non minore – di un dio maggiore

Luigi Crespi (1708-1779), figlio non minore del dio maggiore Giuseppe Maria (1665-1747), è stato ritrattista di pregio nell’Italia del Barocchetto, termine non dispregiativo né riduttivo bensì più autoctono e consono del francese Rococo alla temperie e all’anima artistica italiana di metà Settecento. Cresciuto all’ombra pittorica del padre famoso e dominante di personalità (tant’è che nella mostra di Bologna al Museo Davìa Bargellini–Collezioni Comunali d’Arte Antica -chiusura il 3 dicembre- il celebre ma giovanile «Cacciatore» appare a prima vista opera del padre), Luigi sviluppò

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Luigi Crespi, Il cacciatore, olio su tela, 1730/1740, Bologna, Museo Davìa Bargellini,

ben presto un’autonoma e geniale maestria di ritrattista, particolarmente apprezzata dall’aristocrazia emiliana e non solo, committente forse provinciale ma certamente esigente  (si pensi al ritratto del pariniano “Giovin Signore” Ferdinando Gini, epitome di lambiccata eleganza XVIIème, opera di Luigi quale ritrattista en titre del Collegio dei Nobili di Bologna, come ben spiega Mark G. D’Apuzzo), che fu il suo trampolino di lancio verso sogli più illustri, a cominciare da quello papale in concomitanza con l’elezione del bolognese Prospero Lambertini, Benedetto XIV (gran estimatore dei Crespi padre e figlio e che da Giuseppe Maria si fece ritrarre sia come Cardinal Legato a Bologna sia per la tela ufficale dell’Intronazione), fino alle corti tedesche emule ansiose degli splendori della Versailles di Luigi XV e soprattutto a quella di Augusto III (“il Grasso”!) di Sassonia-Polonia a Dresda, di cui Luigi divenne il consigliere artistico.

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Luigi Crespi, Ritratto del conte Ferdinando Gini,  forse 1759, olio su tela, cm 96×77, Bologna, Collezioni Comunali d’Arte

Luigi, con quel «particolare dono di ritrarre le fisionomie» a lui riconosciuto da Marcello Oretti in «Notizie de’ Professori del disegno» (1780) e la sua tutta personale abilità di ritrattista capace di efficacemente adeguare espressione, indagine psicologica e somiglianza del ritratto “verista” alle vanesie aspettative mondane e autocelebrative della committenza nobiliare (i suoi ritratti sono quasi un annuario del Grand Monde al di

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Luigi Crespi, Ritratto di gentiluomo con la Croce dell’Ordine di Malta, olio su tela, 1735/1740
Bologna, Galleria Fondantico

qua e di là dell’Appennino: Hercolani, Lupi, Gini, Cellesi, Antinori, Bentivoglio d’Aragona, del Grifo, Marsili…) diviene sì un ritrattista à la mode ma capace di indagare dietro l’immagine ed esprimerne note d’emozioni, caratteri, affetti: una sorta di Boldini ante litteram, settecentesco ed altrettanto amato da dame e gentiluomini, sedotti dalla sua pittura per diventare essi stessi più seduttivi, come appunto la selezione dei quadri trattati nel saggio curato da Irene Graziani e Mark G. D’Apuzzo dimostra.

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Luigi Crespi, Ritratto di gentildonna dall’abito con bordura di pelliccia, olio su tela, forse 1737
Bologna, Collezioni d’Arte e di Storia della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna

Il volume, uscito in concomitanza della mostra bolognese (piccola, per pochi fondi pubblici ahimè, ma preziosissima, vera mostra di progetto e non banale travelling project a cui hanno mitridatizzato le mostre costruite in serie dei vari Arthemisia e Goldin), per

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Giuseppe Maria e Luigi Crespi, Pietà, olio su tela, 1730/1740 ca
Bologna, Museo Davìa Bargellini,

la prima volta affronta con agio e diffusione gli aspetti illustri, “dorati” e mondani, della pittura di Luigi Crespi, non solo nella variata ritrattistica ma pur d’arte sacra (toccante la piccola, estenuata, accorata «Pietà» a quattro mani col padre), senza peraltro trascurare il versante dubbio ed oscuro della sua vita: quell’attività di spregiudicato, e perfino truffaldino, benché sfortunato e dissipatore, “mercante d’arte” (anche qui ante litteram) per illustri clienti coronati, in primis Augusto III di Sassonia-Polonia (1696-1763) per il quale, con enormi personali profitti, nel 1745 acquistò per 100.000 zecchini (1.000 zecchini a quadro in media!) dal duca di Modena Francesco III d’Este (1698-1780), bancarottiere per colpa delle Guerre di Successione Polacca ed Austriaca e del gioco d’azzardo della moglie tormentosa ed inquieta Charlotte-Aglaé d’Orléans (1700-1761, rovinosa agli Este nonostante l’enorme dote di 1,5 milioni di livres) i 100 pezzi più preziosi delle collezioni estensi, entrati allora nelle raccolte sassoni ed oggi scintillanti alla Gemäldegalerie Alte Meister di Dresda.

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Luigi Crespi, Ritratto di giovane dama con una rosa, 1740, olio su tela, Bologna, Museo Davìa Bargellini

In apertura: Luigi Crespi, Autoritratto, olio su tela, 177, Bologna, Pinacoteca Nazionale

Luigi Crespi. Ritrattista nell’età di papa Lambertini, a cura di Mark Gregory D’Apuzzo e Irene Graziani, ulteriori testi di Massimo Medica, Gabriella Zarri, Giovanna Perini Folesani, «Biblioteca d’Arte», Milano, Silvana Editoriale, ottobre 2017, pp.142, 24 illustrazioni a colori e 32 in b/n ; € 25,00 .

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