Cinquanta, e più, sfumature di Nero

nero-manet-manoNero, il colore acromatico, il colore-non-colore, somma e negazione di tutti i colori, ha invece, di fatto, perfino più sfumature delle cinquanta dell’ormai famigerato grigio.Non solo: il nero riveste anche un ruolo inaspettato e sorprendentemente cruciale nella storia della pittura.

Il Nero è una metafora, un meccanismo compositivo, e, dal punto di vista tecnico, una sfida particolare al pittore, alla sua espressività cromatica ed alle sue stesse capacità di cromatista. Già nelle più antiche opere in pittura, al Nero gli artisti hanno fatto ricorso per aggiungere profondità e plasticità di contrasto nelle stesse zone più scure della composizione.

Junger spanischer Edelmann
Diego Rodríguez de Silva y Velázquez, Ritratto di Giovane Aristocratico, olio su tela, circa 1631; © Bayerische Staatsgemäldesammlungen, Alte Pinakothek, München

Da quest’uso funzionale ma inevitabile il Nero ha poi compiuto il salto qualitativo e pittorico giungendo in breve a divenire simbolo e rappresentazione dei lati più umbratili della vita e dei più oscuri recessi dell’anima. Soprattutto nel ritratto, il Nero diviene perfino metafora della vita e dello status sociale di cui è espressione tanto il più semplice degli abiti neri quanto il più complesso: si pensi ai due ritratti raffaelleschi di Guidubaldo di Montefeltro Duca dì Urbino e di sua moglie Elisabetta Gonzaga (oggi agli Uffizi), celebri per l’icastico e malinconicamente psicologico nero di Guidubaldo e, nel ritratto di Elisabetta, per il gioco fra l’oro e il nero di tre stoffe diverse: raso, seta e damasco, fra loro intrecciate e perciò di tre diverse, mobili, contrastanti e baluginanti sfumature di nero. Oppure, ancora, al nero, rigido e ineccepibile, impenetrabile quanto implacabile, che il Rigor Filipìno dell’epoca di Filippo II  di Spagna (che dall’ascesa al trono vestì sempre di nero per ricordare la morte del padre Carlo V, abbondonando l’uso in voga fino a tutto il XV secolo che vedeva nel rosso scarlatto il colore del lutto dei sovrani, com’è testimoniato da Johan Huizinga nel suo mitico «Autunno del Medio Evo») trasformò nel colore nobile e altero per eccellenza, firma ed emblema della corte di Spagna.

Con l’emancipazione del colore nel XIX secolo, il Nero guadagna anche un nuovo significato e, applicato in un impasto spesso e materico, assume coll’esordio del Novecento anche un valore materiale intrinseco, nel processo esplicitato e culminato quando artisti come Max Beckmann o Kazimir Malevič (iconico e simbolico il suo Quadrato nero del 1915, oggi alla Galleria Tret’jakov di Mosca) finalmente liberarono il Nero dalla “servitù” della mera rappresentazione naturalistica.

Satan und Tod, von der Sünde getrennt
Johann-Heinrich Füssli, Satana e la Morte separati dal Peccato, oli su tela, circa 1792-1802; © Bayerische Staatsgemäldesammlungen, Neue Pinakothek, München

Concepita sul raffronto all’interno di una selezione di dipinti provenienti dalle collezioni della Alte e della Neue Pinakothek, la mostra Drei Farben Schwarz (Tre Sfumature di Nero), alla Neue Pinakothek di Monaco di Baviera fino al 23 gennaio 2017, si concentra sulla pittura del XIX secolo, il periodo in cui il trattamento cromatico di ombra, tenebre e nero appena iniziava a condurre una vita propria, pur rimanendo attaccato di antiche tradizioni, confrontando appunto le innovazioni ottocentesche con l’interpretazione del Nero data dai grandi maestri del passato. Dipinti di Johann Heinrich Füssli, Édouard Manet, Franz Xaver Winterhalter e sono quindi giustapposti alle opere di Simon Vouet, Diego Velázquez, e Bartolomé Esteban Murillo, presentando un percorso totale articolato su sedici opere esposte vis-à-vis.

Der hl. Thomas von Villanueva heilt einen Lahmen
Bartolomé Esteban Murillo, San Tommaso de Villanueva guarisce uno zoppo, olio su tela, circa 1675; © Bayerische Staatsgemäldesammlungen, Alte Pinakothek, München

Questo relazione mette a fuoco sia la diversità degli approcci poetici e cromatici di ciascun pittore nel contesto della sua epoca artistica sia le relazioni tramandate come un fil rouge attraverso secoli: quasi 240 anni corrono fra il ritratto di «Giovane aristocratico spagnolo» di Velázquez e «Le Déjéneur dans l’Atelier» di Édouard Manet e tuttavia il biondo adolescente in elegante giacca nera (Léon Leenhoff, figlio di Manet) ha una sorprendente analogia compositiva e luministica con il giovane gentiluomo spagnolo in farsetto nero. Una correlazione che, naturalmente, non nasce a caso: Manet ammirava senza discussioni né limiti la pennellata sicura di Velázquez e la nitidezza della sua rappresentazione pittorica. Per contrasto, alla pittura quattrocentesca e rinascimentale (ed alle ricordate si rifà il «Ritratto del Conte Jenison-Walworth» di Franz-Xaver Winterhalter, tutto giocato e costruito sulle molteplici sfumature di nero e di grigio a rivelare la varietà di modi in cui la pelliccia nera, il velluto nero e la seta nera riflettono la luce. E da ogni quadro, chi osserva riceve la dimostrazione e conferma che il Nero non è mai solo e semplicemente “nero”.

Graf Jenison-Walworth
Franz-Xaver Winterhalter, L’Ambasciatore Franz-Oliver Graf von Jenison zu Walworth, olio su tela, 1837; © Bayerische Staatsgemäldesammlungen, Neue Pinakothek, München-Wittelsbacher Ausgleichsfonds (WAF)

Immagine di apertura: Édouard Manet, Le Déjeuner à l’Atelier, olio su tela, 1868; © Bayerische Staatsgemäldesammlungen, Neue Pinakothek, München

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