L’8 novembre al Teatro Comunale di Bologna “prima” del Rigoletto, nuova produzione del Teatro Comunale, con la regia (bruttaccia a dir poco) di Alessio Pizzech, la direzione (debole o rimbombante, secondo come la si “intenda”) di Renato Palumbo, Celso Albelo (il Duca di Mantova… mmm, così e così), Mario Caria (Rigoletto… medio), Irina Lungu (Gilda… ottima), Antonio Di Matteo (Sparafucile… grandioso, voce da brividi), scene di Davide Amadei (nothing to write home about), i costumi di Claudia Ricotti (alcuni belli e per quelli pessimi è senz’altro colpa della regia), luci (abbaglianti) di Claudio Schmid, movimenti scenici (quali?) di Isa Traversi. Repliche fino a venerdì 18 novembre.

Che dire? Limitarsi a segnalare che raramente è stato dato vedere uno spettacolo più inutilmente postribolare senza il rapimento un po’ rancido della nostalgie de la boue, provocatorio senza un barlume di fantasia o d’ironia, di regia inesistente e allestimento concettualmente sbagliato in cui si mira solo ad épater les bourgeois (ma soprattutto li si innervosisce) e purtroppo si rimane sempre – o quasi sempre – dalla parte sbagliata di quella linea sottilissima (e taglientissima, come un giapponese coltello da sushi) che separa la provocazione dalla volgarità.

Certo Rigoletto è dei personaggi verdiani fra i più odiosi e laidi, sgorbio vecchiaccio deforme ancor più nell’anima che nel fisico e chi scrive – che confessa che “verdiano” non è – ha sempre trovato quest’opera del “Cigno di Busseto” (chi poi volesse spiegare perché mai il cigno, che canta solo quando muore, sarà poi un benemerito della Storia della Musica) sostanzialmente schizofrenica: ne succedono di tutti i colori e dei più truculenti e le arie sono fra le più melodiche, allegre, cantabili e perfino canzonettistiche (non me se ne voglia) dell’opus verdiana. A parte Cortigiani Vil Razza Dannata e Vendetta! Tremenda Vendetta (ma qui è maggior pregio del librettista-mago Francesco Maria Piave che delle note verdiane), sorvolando su quel Zitti Zitti dei cortigiani rapitori che sembra una marcetta per bambini in serata di Halloween, quali sono le più famose? Questa o quella per me pari sono, La Donna è Mobile e Bella Figlia dell’Amore, cioè tutte quelle cantate dal Duca, che dovrebbe essere il “villain” della vicenda, il cattivo vero, e che invece alla fine ne esce quasi come il più simpatico.
A volerne ricercare un vero significato andrebbe forse trovato nell’esaltazione della Donna Angelicata che dai tempi di Dante è (noiosissimo) alter ego della Femme Fatale (assai più viva e affascinante) per non parlare della Dark Lady. Orbene Gilda è proprio l’esempio più retrivo, autolesionista e rimbambito della donna-vittima, un tale angelo da collezione capace non solo di perdonare ma di continuare ad amare e perfino al di là d’ogni senso comune di immolarsi per chi l’ha soprattutto ingannata con mielose parole d’amore (ben più grave del toglierle la verginità) per poi darla in pasto a chiunque dei suoi compagni di trogolo e spendersi in sdilinquite (e altrettanto false) farneticazioni amorose, per di più del tutto sprecate con quella professionista del materasso di Maddalena (che gliel’avrebbe data comunque perché là apposta per quello).

Orbene, il regista Alessio Pizzech si illude, stante la «Nota di Regia» (dal titolo Trasfigurazione del Dolore) pubblicata sul programma di sala, di dare della vicenda un’interpretazione che celebri il sacrificio e appunto trasfiguri il dolore femminile. Il suo è un errore concettuale di proporzioni madornali e le donne violate che riempono la scena, se sono l’unica idea riuscita della sua regia, da pretesi angel nella sostanza e nell’apparenza sono invece colpevolmente ridotte a donne-oggetto, anzi a corpi-oggetto. Tant’è che appaiono tutte come tante Coppélia rotte e bistrattate, vistose bambole sdrucite, sgualcite e imbruttite, i movimenti legnosi e interrotti di ottocentesche poupées, il trucco pesante sfaldato e liquefatto, sbrodolato di mascara agli occhi e sbavato di rossetto alle labbra, i capelli stopposi spettinati e rigonfi come sciatte bambole buttate in soffita (e chissà se alla costumista sarà venuto in mente che tutte ricordano Goldie Hawn nella prima parte di Overboard, quand’è la miliardaria stronza e superhabilliée). Straziate e strazianti. E un apprezzamento speciale va alla figurante che interpreta la figlia violatissima del Conte di Monterone: l’aria stordita e dimentica, da shock post-traumatico, la bocca socchiusa e pendula lucida d’un filo di saliva, lo sguardo vacuo e lacrimoso ricorda la catalettica Jessica Lange in Frances. A volere usare un termine politicamente corretto, è una interpretazione intenzionalmente e assolutamente misogina in cui si passa dalle scene delle orge ducali che ricordano (anche qui senz’altro per via inconscia e senza merito: non c’è così tanta consapevole cultura visiva in questa regia e in questo allestimento) i bordelli della viscontiana Caduta degli Dèi e del Salon Kitty di Tinto Brass (dove peraltro le donne sono tutt’altro che mercificate o umiliate… ma si sa: Brass, lui, le donne, le ha sempre molto apprezzate) all’abbigliamento e alla casa di Gilda in puro caramelloso stile e ambiente Candy Candy. Ancora vilipendio della figura femminile, un po’ maligno un po’ meschino.

E così, dalla celebrazione del dolore della donna e delle donne si passa di fatto all’incensare il fallo(cratismo) maschile, il machismo, la caricatura della mascolinità, interpretata dai venti figuranti maschi chi più chi meno muscolare, tatuato ed ignudo e con accessori leather o sadomaso. E come dimenticare lo stesso Rigoletto mezzo en travesti: calze a rete e giarrettiere, tacchi, aderente gilet di pelle nera da cui emerge, imbarazzante, una tranche di pancia pelosa? E accanto a lui, fra le bambole immolate, l’inutile efebo bruttarello, magrolino e barbuto come Conchita Wurst, cantante barbutissima e tettuta “vincitora” – non “vincitrice”! – dell’Eurofestival 2014. E infine il tripudio dei coristi più “maschioni” esibiti in pose e posizioni strategiche fra tutti i compagni di canto in canotta (perché al pubblico non è stato risparmiato il ludibrio dei corifei in canottiera) ad aggirarsi come nel postribolo della Roma felliniana (anche qui una citazione assolutamente involontaria) tutti fumando e tutti con le mani in tasca quando non le usano per palpazzare le poveracce con cui andranno a mimare, benché senza nulla lasciare all’immaginazione o alla fantasia, la crapula ducale.
In sintesi, poiché chi scrive politically correct non è, se prima si è parlato di misoginia, qui si dirà che si tratta di regia e allestimento mai così squisitamente “froceschi”: la donna è vista come essere da abbrutire e da svilire mentre il ducale macho cazzuto, coi suoi compari di attributi, è il vero trionfatore della scena.
Pare che il regista Alessio Pizzech sia più aduso alla prosa e che questo Rigoletto sia stato il suo esordio alla regia d’opera. A parte gli errori marchiani che gli avrebbero meritato la bocciatura all’esame di Istituzioni di Regia in qualsiasi corso di laurea DAMS anche della più pedestre delle università italiane (ci fosse un cantante che per sbaglio interagisca con gli altri cantanti o figuranti presenti in palcoscenico), forse meglio farebbe a concentrasi sulla prosa e alleggerirsi di tanto ciarpame alla Vladimir Luxuria. Ed essendo di Livorno, come icasticamente suggeriva l’amica fiorentina e mordace, magari non se ne allontani troppo e vada lavorando non più in là di Empoli.
Immagini © Rocco Casaluci e Teatro Comunale di Bologna, 2016