Ripropongo qui lo scambio di “battute” fra chi scrive e il professor Renato Barilli, docente emerito dell’Alma Mater Studiorum Universtà di Bologna, a proposito di una sua scelta curatoriale all’interno della mostra da lui realizzata «Bologna dopo Morandi 1945-2015» (a Palazzo Fava-Genus Bononiae , Bologna, fino all’8 gennaio), scelta che tanta perplessità (perfino incredula) quanto allibito scalpore ha suscitato fra tutti gli addetti ai lavori, bolognesi ed italiani.
I primi due interventi sono il mio articolo per la versione web de “Il Giornale dell’Arte” e la replica del professor Barilli (nella rubrica “Dear Sir”… ma non per questo propriamente polite) . Il terzo è la mia personale controreplica allo stesso Barilli ma finora inedita perché “Il Giornale dell’Arte” ha ritenuto opportuno non pubblicarla…
1.
Querelle bolognese: Barilli, Calzolari e l’improvvisa riscoperta di Bendini
Bologna. È querelle fra Renato Barilli, storico ottuagenario critico dell’arte contemporanea, e l’artista Pier Paolo Calzolari, fra gli esponenti più apprezzati a livello mondiale della pittura italiana della seconda metà del XX secolo. A suscitare il vespaio è la mostra «Bologna dopo Morandi 1945-2015», a Palazzo Fava-Genus Bononiae fino all’8 gennaio, curata da Renato Barilli.
La mostra è suddivisa in tante differenti «stazioni» a segnare le tappe fondamentali dell’iter evolutivo e creativo della pittura bolognese appunto dal 1945 ad oggi. Fin dall’apertura, il 23 settembre scorso, ha suscitato perplessità la «dedicazione» della «Stazione VI», centrale agli anni 1960 a loro volta centralissimi nella formazione dello scenario pittorico bolognese, alla figura del, peraltro valido, pittore Vasco Bendini, presentata come motore e fulcro propositivo di una scuola di giovani artisti a seguire che da lui e dalla sua attività allo «Studio Bentivoglio» (due locali di vaste dimensioni, quelli che allora venivano chiamati un «cantinone» e oggi invece «open space», al pianterreno di Palazzo Bentivoglio «al Guasto») avrebbero tratto impulso e ispirazione. Presentazione e status voluti fermamente dal curatore Barilli, ma che se da un lato lasciano stupiti, perché negli annali critici mai a Bendini venne riconosciuto ruolo tanto «rivoluzionario» e antesignano (smentito peraltro anche dalla sua stessa opera pittorica), dall’altro urta incontrovertibilmente contro una realtà storica indefettibile, come testimonia il critico e storico dell’arte Antonio Napoletano che dello Studio Bentivoglio fu dapprima esponente creativo quale giovane artista e poi soprattutto puntuale cronachista tanto da esserne oggi l’incontestata memoria storica.
A fondare lo «Studio Bentivoglio» nel 1965, fu senza possibili dubbi o contestazioni l’allora giovanissimo Pier Paolo Calzolari (1943). Infervorato esploratore di messaggi artistici di un panorama internazionale allora assai poco frequentato, Calzolari (a conoscenza di quanto andava creando a New York Andy Warhol con The Factory) lancia in quella Bologna ancora sonnolenta di conformismi fra il veteroborghese e l’osservanza di partito l’idea di un laboratorio di artisti giovani, di creatività innovativa e irriverente, che si cimentino in nuove interpretazioni ed espressioni dell’arte (sono appunto di questi anni e in questo contesto i primi italici esempi di performance). Lo testimoniano la letteratura critica dell’epoca, i cataloghi delle mostre, perfino l’affitto dei locali, intestato a Calzolari. Unica presenza documentata di Vasco Bendini a calpestare quegli spazi dello Studio Bentivoglio in via delle Moline è la mostra del settembre 1967 (curata da Francesco Arcangeli). Dopo quella mostra, per Bendini, nello scantinato di Palazzo Bentivoglio, se non il diluvio senza dubbio il silenzio.
Ma Barilli non demorde e, se accetta di buon viso che sia rimosso e sostituito dall’organizzazione della mostra il pannello esplicativo inneggiante a Bendini, rincara la dose reiterando e confermando l’esistenza di una (finora inaudita) «Scuola di Palazzo Bentivoglio» di cui Bendini era capofila e mentore e spingendosi ad affermare che Calzolari aveva semplicemente il ruolo di pagare l’affitto… Per Calzolari è giustamente troppo e decide il ritiro dell’opera esposta, il dittico «Senza Titolo», in sale e piombo, del 1986 (in apertura)
A seguire, irritato scambio di lettere fra legali e garrule illazioni sulla stampa. Unica autorizzata dall’artista, questa che di Calzolari e del critico Antonio Napoletano appunto riporta l’opinione.
Al di là del puro fatto di cronaca e della disquisizione di critica e storiografia artistica, ma dalla cronaca e da quella che ormai è divenuta storia dell’arte e della critica d’arte partendo, viene da domandarsi come mai Renato Barilli, dopo decenni di assoluta indifferenza e totale trascuranza, riscopra improvvisamente, «out of the blue», Vasco Bendini, scrivendo una recensione encomiastica sull’«Unità» della mostra delle ultime opere (2000-2013) di Bendini a Roma all’Accademia di San Luca a Roma (30 maggio-1°ottobre) e facendone addirittura, in questa mostra a Palazzo Fava, la chiave di volta di tutta la pittura bolognese della seconda metà del Novecento e il fil rouge che ne lega gli artisti da Morandi in poi.
C’è di che porsi l’antico «Cui prodest»? E si potrebbe maliziosamente ipotizzare la volontà di riagganciare un artista oggettivamente non frequentatissimo dalla critica né favorito dal mercato a quei movimenti della Pittura italiana fra Novecento e terzo millennio in questo periodo così ravvivati dalla critica mondiale e rivalutati soprattutto sui mercati internazionali.
di Giovanni Pellinghelli del Monticello, edizione online, 6 ottobre 2016
2.
Renato Barilli: presentai Vasco Bendini già nel 1961 all’Attico
Ho letto sul «Giornale dell’arte», edizione online, un articolo di tale Giovanni Pellinghelli del Monticello, a proposito della mostra da me curata «Bologna dopo Morandi», in atto al Palazzo Fava della città felsinea. In esso si trovano alcune asserzioni del tutto contestabili o addirittura fallaci.
L’articolista critica un mio punto cardine dell’esposizione, il fatto che sul finire degli anni Sessanta sia esistito uno Studio Bentivoglio, in cui la presenza allora dominante era quella di Vasco Bendini, mentre, semmai, questa supremazia sarebbe da riservare all’allora giovanissimo Pier Paolo Calzolari. Ma non è questo l’aspetto più irritante dell’articolo in questione. Lo spazio da riservarsi a quel momento nella vita dell’arte bolognese è ormai consegnato alla storiografia e al relativo dibattito, potrei allegare la testimonianza dei miei concittadini che allora «c’erano» e frequentavano quelle stanze, a cominciare da me stesso, oppure potrei avvalermi dell’alta autorità di Maurizio Calvesi. Ma sono appunto questioni da riservare a un dibattito, come succede in tanti altri casi. Del resto faccio notare che nel catalogo e in tutta la segnaletica della mostra ho trattato Calzolari col massimo rispetto, dichiarando che proprio da quel luogo ha preso l’avvio la sua carriera di efficace membro dell’Arte povera, da me sempre riconosciuta. Peraltro, a rendere perentoria la situazione di allora, stavano fatti anagrafici, Bendini era un quarantenne già pienamente riconosciuto a livello nazionale, mentre il giovane Calzolari si trovava appena al nastro di partenza.
Il discorso del Pellinghelli diviene offensivo, fino a meritarsi una denuncia per diffamazione, quando insinua che il mio sostegno critico verso Bendini sia un fatto del tutto recente, e addirittura sospetto, Di che cosa? Di un coinvolgimento di mercato? In proposito devo ricordare al distratto autore che ho presentato Vasco già in una importante sua personale romana all’Attico nel 1961, con uno scritto molto impegnativo che si può leggere nel primo dei due volumetti Feltrinelli Informale oggetto comportamento. La prova decisiva della mia considerazione sempre rivolta a questo artista si è avuta alla Biennale di Venezia del 1972, dove accanto a Francesco Arcangeli ho curato il fronte dei sei adepti del comportamento, tra cui proprio Bendini, assieme a Poveristi di grande spicco come Merz e Fabro, e a brillanti appartenenti a diverse situazioni come Franco Vaccari e Gino De Dominicis. In quel momento non avrei potuto inserire anche Calzolari, in quanto non aveva ancora sviluppato appieno le sue peraltro eccellenti prerogative. Devo dire che in quell’occasione Bendini fece già un passo indietro, ritornando al suo più consueto esercizio di una pittura finissima e inesauribile in abili varianti. Nel lungo arco temporale fino a una recente mostra romana non ho mancato di rendergli ripetute testimonianze di stima e di vicinanza, sia sull’«Espresso», quando ne ero contitolare della rubrica d’arte a fianco del grande Argan, sia sull’«Unità», in anni precedenti all’attuale gestione. Pertanto, il pezzo a lui dedicato qualche mese fa non è affatto uno strano e improvviso interessamento, è invece la conferma di un consenso via via ribadito sul filo degli anni. Trovo poi, appunto, ingiuriosa l’insinuazione che a esprimere tanta adesione sia stato un interesse estraneo. In vita mia, non mi è mai capitato né di acquistare né di vendere opere d’arte, mi tengo ancora religiosamente quelle donatemi da Vasco a testimonianza di una indefettibile stima reciproca.
3.
Leggo con un sorriso l’irosa replica del professor Renato Barilli al mio scritto sulla mostra a Palazzo Fava a Bologna, lo Studio Bentivoglio e PierPaolo Calzolari.
Se non fossi contraddistinto dall’ironia e dall’aisance du bon ton , soprattutto, che mi sono universalmente riconosciuti, potrei voler controbattere all’incipit della professorale rimostranza. Invece, poiché il Carneade sono io e perciò giustamente modesto e cosciente dei miei limiti e della vanitas vanitatum, in attesa di dare voce a Pier Paolo Calzolari (di cui peraltro già il precedente mio intervento riportava in modo esplicito l’opinione) che della sua creatura di avanguardia artistica in pieni anni 1960 ispirata alla Factory newyorkese di Andy Warhol, lo Studio Bentivoglio appunto, dal Professor Barilli è stato (a torto o a ragione) scippato, ad essa aggiungendo i commentari di un altro importante storico e critico dell’arte del Secondo Novecento in Italia, mi limito invece ad alcune repliche di tono, per così dire, salottiero e mondano.
In primo luogo, il tanto vituperato interrogativo di cui il Professor Barilli si sente oltraggiato, si trova inserito fra un «C’è di che domandarsi» (che era stato forse un “ci sarebbe”, eliminato poi per non letterariamente affastellare di condizionali la prosa) ed un vistoso punto di domanda (che non può né deve essere riferito alla frase latina, in quanto il Latino ignora la punteggiatura) a cui in originale si aggiungeva, ad alleggerirne il peso, anche un non casuale «Hony Soit Qui Mal Y Pense» (questo però cassato dall’Editore, che tutto legge di quel che si produce tanto di cartaceo quanto on line e che spesso mi castiga per l’uso di espressioni straniere nel mio fraseggio). Quindi era più che dubitativa interrogazione, benché allo stesso modo giustificata dalla perpetrata assenza di barilliana attenzione all’artista Bendini in cinquant’anni di illustre carriera critica. E non dica il Professor Barilli che tre, (dicasi tre…) interventi critici in appunto 10 lustri ed oltre di militanza sugli spalti della critica d’arte italiana valgano a trasformare Vasco Bendini in autore dallo stesso Professor Barilli prediletto, seguito, commentato, recensito.
A maggior ragione mi sento confortato nel mio scrivere, e non me ne voglia ulteriormente il Professor Barilli, dal fatto che quell’interrogativo non è stato solo mio ma di quasi tutto il parterre di critici, artisti, studiosi, galleristi, giornalisti, archivisti, uscieri e chiunque altro addetto ai lavori dell’Arte Moderna Bolognese.
«Vox Populi Vox Dei», insomma. E non me ne si faccia colpa personale ed esclusiva, tanto più che la perplessità nasce spontanea leggendo, in fila come in un’addizione, gli addendi della “quaestio”: Calzolari riconosciuto fra i più validi artisti italiani del Secondo Novecento Italiano e in particolare degli 1960-1975 + rivalutazione critica ed economica a livello mondiale di questi momenti artistici e dei loro maggiori esponenti + comparsa di un inedito Bendini nel ruolo di caposcuola di un movimento di quel contesto che invece, dalla sua nascita, unanimemente a PierPaolo Calzolari viene a far capo…
Perciò, e qui lo ripeto nulla togliendo all’adamantina figura (detto senza ironia alcuna) del Professor Barilli, l’interrogativo appare di legittima e incuriosita e perfino, proprio per esserne il Professor Barilli protagonista, stupefatta perplessità.
Immagine: © Galleria de’Foscherari, Bologna – PierPaolo Calzolari