Ancora dame. Ancora turbanti alla turca

gpm-gda-05-2015-aimee-ng-frick-schiava-turca-aimee-ngEra  fresca di nomina ad Associate Curator for Old Masters alla Frick Collection di New York Aimée Ng (nella foto, ©The Frick Collection, 2014, Michael Bodycomb), quando ideò la One-Piece-Exhibition (la mostra di un solo quadro, così di moda e così apprezzata negli ultimi tempi) The Poetry of Parmigianino’s «Schiava Turca», dal 13 maggio al 20 luglio 2014 nella Oval Gallery della Frick Collection, i cui studi fissano ancora oggi lo “stato dell’arte” sul discusso soggetto del quadro.

 

La Schiava Turca opera del 1532, di Francesco Mazzola il Parmigianino (1503-1540), olio su tavola, cm68x53 (© GNP) è fra i tesori della Galleria Nazionale di Parma, città che la vide realizzata ed in cui tornò solo nel 1928 dopo secolare permanenza fiorentina, perché prima nella spettacolare quadreria del cardinale Leopoldo de’ Medici (1617-1675) e poi esposta agli Uffizi già nel 1704. Proprio nell’occasione della mostra Aimée Ng ha approfondito l’analisi dell’interpretazione e identificazione di quest’enigmatico ritratto, così denso di quei richiami iconologici reconditi tanto cari al Manierismo italiano.

Di “schiava turca” certamente non si tratta, anche perché l’acconciatura, che pur potrebbe avere sembianza turchesca di turbante, è in realtà un «balzo», un torchon di seta legato da rete d’oro ch’era stata creazione tutta originale dell’estro d’abbigliarsi della “Divina” del Rinascimento Italiano: Isabella d’Este (si veda il ritratto di Tiziano del 1534-1536 al KunstHistorisches Museum di Vienna, sotto) e perciò assai di moda nelle corti padane  e italiane nella prima metà del Cinquecento e presente in vari ritratti di quei decenni.

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Proprio da quel copricapo così sfarzoso e opulento prende il via l’analisi di Aimée Ng: il «balzo» reca al centro un cammeo con una figura di cavallo e, più che richiamo d’araldica alla famiglia padana Cavalli, in esso si deve invece riconoscere Pegaso, il cavallo alato simbolo mitologico dell’ispirazione poetica. Nella “Schiava” va dunque identificata una dama poetessa delle corti padane fra Parma, Ferrara e Mantova. Quale dunque, far le molte che animavano d’eleganza, versi e storie amorose le già vivaci vicende cortigiane di quei decenni?

Barbara Torelli (1474-1533), vedova di Ercole Strozzi (esule fiorentino e cortigiano servizievole di messaggi d’amore fra i cognati Francesco Gonzaga a Mantova e Lucrezia Borgia a Ferrara) e poetessa celebre per il sonetto in memoria dello sposo assassinato? Troppo vecchia.

Giulia Gonzaga contessa di Fondi (1513-1566, nel ritratto attribuito a Tiziano, in collezione privata, sotto a sinistra), anagraficamente perfetta ma sposa a 13 anni nel regno di Napoli e soprattutto mai poetessa bensì vedova quasi bisbetica e certo rigidina, di simpatie addirittura sociniane e calviniste, di cui s’andò inutilmente e quanto disavvedutamente – figurarsi un po’! – a innamorare proprio il fascinosissimo sciupafemmine cardinale Ippolito d’Este il Giovane!

Se Tullia d’Aragona (1510-1556, sopra a destra nel presunto ritratto di Scuola Romana), figlia naturale della cortigiana ferrarese Giulia Campana e del cardinale Luigi d’Aragona e cugina del duca Alfonso di Ferrara, appare la più idonea per bellezza e lusso di vesti, nonchè per essere poetessa di fama (nel 1547 pubblicò dedicandola a Cosimo I de’ Medici, allora Duca di Firenze e futuro Granduca di Toscana, la sua opera più famosa, il Dialogo della infinità d’amore, mentre alla moglie di Cosimo, Eleonora Àlvarez de Toledo, sua amica e protettrice sono dedicate nello stesso 1547 le Rime), visse però a Ferrara solo fra il 1534 e il 1537 e i tempi non coincidono con l’attività di Parmigianino.

La bolognese Cecilia Gozzadini, figlia di quella Costanza Rangoni Gozzadini nel 1530 ritratta ancora da Parmigianino (Vienna, KunstHistorisches Museum) con identica «capigliara» (altro nome del balzo)? Brutta la madre Costanza e geograficamente incoerente la figlia.

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Parmagianino, Costanza Rangoni Gozzadini, olio su tela, 1530, Vienna KHM

La più probabile, conclude Aimèe Ng, resta per la sua notoria fama poetica e di ricercatezze iconologiche e vaghezze culturali,  Veronica Gàmbara (1485-1550), contessa di Correggio e amica intensa di Pietro Bembo, il poeta più celebrato del tempo e amante platonico (o magari no…) dell’ineffabile Duchessa di Ferrara Lucrezia Borgia alla quale dedicò il suo poema gli Asolani, che appunto l’alato cavallo Pegaso usava come propria “impresa”. Certo neppure lei nel 1532 era nel fiore dell’età: nel Ritratto di dama, all’Hermitage di San Pietroburgo,  Correggio la ritrae tra il 1517 e il 1520 in un’opera di elevata eleganza stilistica, firmata con la colta latinizzazione del suo nome: Anton(ius) Laet (us), ma della Schiava Turca altrettanto enigmatica (tant’è che potrebbe essere anche un’altra primadonna del Rinascimento Padano: Ginevra Rangoni). L’opera rimane tuttavia iconologicamente convincente per la nomea sofisticata della Contessa di Correggio e iconograficamente per quel naso un po’ lungo e sottile che contraddistingue entrambe, lei e la “Schiava” che schiava non è… Se Veronica era troppa agée, allora certamente l’abile Parmigianino garbatamente e galantemente con cura la rinfresca, rimpolpa e ringiovanisce. Certo è che allo studio di Aimée Ng appare però sfuggire quel ritratto di giovane donna, di qualità altera e assai bello e ancor più vicino per sembianze alla dama con-turbante di Parmigianino che sarebbe il più suadente per un’identificazione fra le due: stesso copricapo e acconciatura, stessa ricercata e dispendiosa eleganza di sete fruscianti e vellicose pellicce e piumaggi, stessa espressione fra il sussiegoso e l’ammiccante: quel Ritratto di Signora con “balzo” di Bernardino Luini, del 1517-1518 (o forse perfino più tardo, del 1525 e perciò d’ipotesi ancor più consistente) alla National Gallery di Washington, che così coerente come figurazione, abbigliamento e tratti del viso a perfezione risolverebbe il busillis.  Ma anche di quello, ancora una volta, si ignora il nome della dama ritratta.

 

 

 

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